[Firenze] Testimonianze dall’occupazione di Brunelleschi: intervista a Studenti di Sinistra

Pubblichiamo di seguito l’intervista fatta a Cosimo, studente universitario militante di Studenti di Sinistra, sulla mobilitazione che, nelle scorse settimane, ha visto studenti e studentesse occupare il plesso di Brunelleschi in solidarietà alla Palestina.

1. Da pochi giorni si è conclusa l’occupazione che avete fatto, insieme ad altre realtà studentesche e giovanili, del plesso di Brunelleschi dell’Università di Firenze. Potresti spiegarci quali erano le vostre rivendicazioni e riportarci un primo bilancio di com’è andata?

L’occupazione è stato l’evento culmine che non deve essere considerato l’inizio della mobilitazione – inizio avvenuto quando un gruppo di studenti ha raccolto l’appello dei Giovani Palestinesi formando un gruppo chiamato “Studentə per la Palestina”, chiedendo all’Università una presa di posizione su ciò che sta avvenendo in Medio-Oriente ed una trasparenza sugli accordi che ha con lo Stato Sionista e che conseguentemente gli studenti vogliono siano tagliati. Vogliamo che l’Università interrompa i rapporti con uno Stato oppressore di un altro popolo. Vogliamo che la Rettrice esca dalla commissione tecnico-scientifica di MedOr, vincolata con l’azienda bellica più grossa (d’Italia), Leonardo, che non solo istruisce ma invia armi ad Israele e ad ogni stato filo-NATO.

Aggiungo che il termine dell’occupazione non deve essere considerato la fine della lotta: gli studenti e le studentesse continueranno a mobilitarsi finché tali accordi non verranno soppressi.

2. Il 29 novembre, data in cui avete fatto l’occupazione, era una data che tutta la comunità studentesca a livello nazionale e non solo ha raccolto, rispondendo all’appello degli studenti dell’università di Birzeit, in Palestina, che invitava a mobilitarsi e proclamare scioperi e occupazioni in ogni scuola e università fino ad ottenere che tali istituzioni prendano serie misure in favore della Palestina. Potresti spiegarci quali sono gli accordi che l’Università di Firenze intrattiene con Israele e con aziende belliche?

Il discorso è molto articolato. I rapporti ci sono da sempre: alcuni sono palesi ed altri no. Ci sono degli accordi di segretezza che rendono inaccessibile la lettura sia degli argomenti sia del lavoro che dovranno fare. Questi accordi sono i più disparati: da quelli ERASMUS fino ad arrivare ad accordi formativi interni o all’azienda o nell’Università stessa. Successivamente, ci sono accordi con l’Università da intendere come politici che intrinsecamente la legano all’azienda e viceversa. Ciò porta l’Università a non essere più pubblica e “di massa”, ma basata su un legame scuola-azienda. Così facendo, lo studente continua a subire la stessa logica che lo rende “meritevole di quel posto” nell’azienda in cui lavora. Riportando questo al rapporto con gli Atenei, vediamo che anche le università israeliane sono immischiate con la politica sionista, anche a causa di una forte militarizzazione. La nostra prima richiesta è la trasparenza, in modo tale che gli studenti sappiano quanti sono gli accordi. Faccio un esempio. C’è un progetto assurdo nella Facoltà di Ingegneria Informatica per il quale si deve costruire un puntatore che sia in grado “di riuscire a puntare qualunque obiettivo in qualunque situazione atmosferica”. Chi ci vuol veder bene ci vede bene, in questo momento mi immagino possa essere utilizzato solo contro un palestinese con la fionda in mano… Noi abbiamo stilato una lista che faremo uscire tramite un documento con ciò che sappiamo: sia gli argomenti che gli accordi. Il problema è il solito: molti di questi accordi non si conoscono o non si sa cosa si vada a fare. Potrebbe essere una svolta quella di imporre la maggiore chiarezza sia nei confronti del cittadino che dello studente stesso. Per ricollegarmi alla domanda di prima, la Rettrice Alessandra Petrucci in quanto rappresentante dell’Università, stando all’interno di MedOr acconsente ad una privazione della democrazia. Pertanto, un’altra richiesta è quella che la Rettrice esca dal MedOr.

3. Avete avuto contatti o siete stati aiutati nella vostra attività dall’Osservatorio Contro la Militarizzazione delle Scuole e delle Università? Se sì, come?

Abbiamo legami con l’Osservatorio Contro la Militarizzazione delle Scuole e delle Università ed abbiamo fatto anche un’iniziativa nell’Università insieme. Loro ci hanno fornito di un vademecum e dei contatti per stilare la lista di cui parlavo. Una/due volte all’anno, tra l’altro, c’è una presentazione delle aziende nelle varie facoltà e ho pure visto una quarantina di cadetti della Marina tenere lezione in divisa all’interno dell’UniFi.

4. C’è un altro appello che viene dalla Palestina e parla, stavolta, ai lavoratori: è l’appello che i sindacati palestinesi hanno rivolto a tutte le organizzazioni sindacali a livello internazionale per allargare e intensificare la mobilitazione contro l’invio di armi a Israele, armi che i sionisti usano per massacrare il popolo palestinese. Alcune organizzazioni hanno raccolto questo appello in Italia, ad esempio il CALP di Genova il 10 novembre ha bloccato il porto per manifestare contro il trasporto di armi verso zone di guerra. Credi che ci sia un nesso fra l’appello degli studenti e quello dei sindacati palestinesi?

Parto dal fatto che abbiamo assistito alla portata che ha avuto la questione palestinese: abbiamo visto scendere in piazza milioni di persone e abbiamo visto come le istituzioni si sono rivelate antagoniste a queste iniziative. C’è una necessità di partire dal piccolo, col boicottare tutto quello che lo Stato d’Israele ha in Italia, evitando di andare nei negozi che intraprendono scambi commerciali fino ad impedire l’invio di armi. Serve, quindi, dissuadere tutte le istituzioni dall’intraprendere relazioni economiche con i Sionisti. Serve mettere al primo posto l’etica e non l’economia: le istituzioni (intese come Parlamento, Governo, aziende ed Università) si devono slegare dai rapporti di dipendenza con Israele. Con questa occupazione abbiamo aperto una crepa, creando un contraddittorio, facendo ammettere all’Università di Firenze che è impossibile per essa slegarsi da questi accordi. La cosa più grave è stata quella di non farci parlare nel Senato Accademico e nel CdA, per paura che andassimo contro tali istituzioni in quanto calate dall’alto o eterodirette da qualcos’altro che non sia l’università stessa.

5. La resistenza eroica delle masse popolari palestinesi è un esempio per tutte le masse popolari oppresse dalla classe dominante, cosa credi che possa insegnare, in particolare, alle masse popolari del nostro paese? E in che modo credi che le masse popolari italiane possano dare un contributo alla vittoria della causa palestinese?

La storia serve per capire gli errori e ciò che funziona per una liberazione definitiva di un popolo. Penso, personalmente, che ciò che sta avvenendo in Palestina sia una vera guerra di liberazione basata sul riuscire a liberarsi dall’oppressione di un altro Stato. In questo caso, questa lotta ha portato ad una vera guerra di resistenza verso l’oppressione. Ciò non può che farci pensare alla resistenza partigiana, ad un nemico che ci sta accanto e ci opprime. Questa situazione non può che portare alla violenza: nonostante questo concetto sia tanto criticato, è però una necessità. Il fatto che tanti palestinesi siano riusciti a dare vita a un fronte unico può far pensare a quanto sia forte il legame di classe per liberarsi da una stessa situazione di oppressione. Ciò può anche fare emergere alcuni errori e dimostrare quanto sia difficile liberarsi da strutture e sovrastrutture che li opprimono. Per le masse popolari italiane, l’insegnamento è quello di riuscire anch’esse a creare un fronte che abbia una visibilità mediatica che faccia partire dalle masse popolari stesse un boicottaggio. Nel momento in cui c’è una coscienza di classe -che sta aumentando- nella pratica è sempre necessario continuare a modificare i metodi di lotta. Il doversi organizzare e dotarsi di una struttura che permetta di fare un’azione mirata è un altro insegnamento che si impara non solo dalla questione palestinese. Per esempio, trovo molto più utile boicottare all’interno dell’Università piuttosto che un supermercato… L’organizzazione è necessaria per arrivare, se non ad una vittoria, ad avanzare nella lotta.

6. Concludiamo mettendo in luce il fatto che, dopo il primo presidio che avete svolto al Rettorato, avete subito una forte repressione da parte delle Forze dell’Ordine, che hanno addirittura manganellato gli studenti fuori dall’entrata della Biblioteca di Brunelleschi. Secondo te come mai c’è stata tutta questa repressione nei confronti di un gruppo di semplici studenti? Quale pensi che sia il modo migliore per rispondere agli attacchi repressivi?

Innanzitutto, la repressione la vediamo ogni giorno. Noi come studenti e lista di rappresentati assistiamo a un’eclatante ostruzione degli organi periferici come le vecchie facoltà, tutto in nome di una superiorità del Senato Accademico. Nel momento in cui partecipiamo al Senato Accademico, sentiamo la forte repressione data dall’impedimento di parlare. La Rettrice ci ha negato di parlare dicendo che avrebbe fatto lei un discorso, che però non ha portato ad uno slegarsi dai vincoli con Israele. Oltre a ciò, la motivazione data dalla Rettrice per non accogliere la mozione proposta dagli studenti per una presa di posizione dell’Ateneo in favore della Palestina è stata quella che i comunicati di ONU e Amnesty “sono di parte” e che la mozione avrebbe leso l’Onorabilità dell’Istituzione… La critica alla mozione non era su una questione formale, ma sui temi. Difatti, tutte le rappresentanze studentesche al di fuori di una sono uscite dal Senato Accademico per dimostrare l’incoerenza dell’Università. Poi sì, c’è anche la repressione all’esterno, quella repressione che si muove a suon di manganellate, che è ben più visibile. Proprio quando i rappresentanti sono scesi, abbiamo comunicato alla Digos la nostra volontà di fare assemblea in Brunelleschi, ma, una volta raggiunta S.S. Annunziata (infatti ci era stata chiusa la strada che portava in Duomo), la Celere ha iniziato ad inseguirci con la scusa di far passare il corteo come un tentativo di raggiungere la Sinagoga. Davanti a Brunelleschi, ci hanno manganellato nuovamente. Tutto ciò ovviamente smentisce il tentativo della Questura di indicarci come antisemiti, dato che la biblioteca si trova oltre la Sinagoga. Noi questa repressione la subiamo sempre anche a causa dei cavilli burocratici che ci impediscono di spingere per una trasformazione. Quando ci proviamo, l’asticella è sempre alzata al fine di non far parlare una determinata categoria, quella studentesca, sempre pacifica e che lo scontro non l’ha cercato. Vedo un legame fra noi e altre vertenze come Mondo Convenienza, ovvero il tentativo di reprimere la voglia di cambiare un determinato ambiente, dall’azienda all’Università… Vogliono, quindi, annichilire il potere che le masse popolari hanno all’interno delle istituzioni. Parlano tanto di “democraticità”, ma sono i primi ad affossarla.

Grazie mille per il prezioso contributo e alla prossima!

Grazie a voi.

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