- R. De Gregorio infermiere di Napoli

Si sbaglia. E dobbiamo iniziare di nuovo cento volte

In tanti mi hanno chiesto come mai un comunista partecipa e fa la lotta in un sindacato come la Cgil, che spesso non ha sostenuto i lavoratori, che quando doveva non si è opposto con fermezza alle scelte del governo e che alcune volte, anzi, sembra complice della borghesia. Io penso che la miglior risposta sia quella che ho sempre dato: “Un comunista interviene ovunque”. (…) Al Cardarelli siamo circa 300 iscritti e siamo il quarto sindacato. La cosa importante che abbiamo notato è che molti dei lavoratori che erano iscritti alla Cgil vi si erano iscritti perché avevano un sentimento di sinistra e si sentono figli di una storia. (…) Abbiamo fallito due volte nel provare a costruire un collettivo di lavoratori, non perché i lavoratori erano arretrati, ma perché i comunisti non erano adeguati. In questo caso, il comunista arretrato ero io. In pratica abbiamo provato la prima volta a metter su un collettivo di lavoratori, perché eravamo illuminati dal Collettivo di fabbrica della Gkn. Però la realtà è che abbiamo provato a fare una somma numerica di tutti quelli che conoscevamo e che lavoravano in ospedale, li abbiamo messi insieme e abbiamo agito da collettivo, ma lo abbiamo fatto senza considerare tutte le contraddizioni che si sviluppano all’interno di un’azienda. C’è da dire che ero all’inizio del mio lavoro in un ospedale e quindi agivo senza aver studiato a fondo quella realtà. (…) Il secondo insegnamento è che non avevamo capito bene la prima lezione. Mossi, infatti, dal desiderio di costruire un collettivo di lavoratori, abbiamo provato a costruire l’unione dei lavoratori sempre basandoci sul fatto che all’interno dell’ospedale più grande del Sud Italia c’erano tante persone che facevano parte anche di movimenti di lotta: pensavamo di poter mettere insieme tutte quelle “avanguardie”. Anche in questo caso si sono sviluppate delle contraddizioni, come la concorrenza, che nella pratica si traduce con: “perché ascoltare la linea dei CARC che si fanno sempre portavoce della verità assoluta, portata persino attraverso un infermiere?” Si perché, tra l’altro, alcuni erano anche medici e in alcuni casi era un problema. Una volta è successo che in una riunione decidemmo che si dovevano fare dei compitini – loro, i medici, li chiamarono compitini – che servivano per cominciare a darci un ruolo e avviare un percorso di lotta. Avevamo iniziato a fare ognuno delle cose, ciascuno aveva dei compiti da fare e da riportare nella riunione successiva. Cose non complicate: capire meglio come era composta l’Azienda o cosa diceva un determinato articolo del contratto di lavoro, fare un’analisi del Cardarelli, capire come funziona una pratica di pronta reperibilità, ecc. Di tutti i presenti, però, nessuno ha fatto niente, tranne io, proprio perché tutti gli altri vedevano quei compiti come “compitini” assegnati da me che ero visto come il “professore di comunismo”. La realtà è che quei compiti non li sentivano propri, non li ritenevano utili. E questo perché non abbiamo sviscerato fino in fondo cosa voleva dire costruire un collettivo, o meglio io non sono riuscito a trasmetterglielo. Questo non è per affermare che era sbagliato il loro atteggiamento, ma per dire che alcune volte siamo noi a non fare analisi concreta della situazione concreta. Ma non ci siamo avviliti. Abbiamo compreso una cosa fondamentale: impariamo dai fallimenti. E dobbiamo valorizzare tutto, sia i fallimenti che le piccolissime vittorie. Abbiamo incominciato allora da qualcosa di più semplice: abbiamo iniziato ad aggiustare un semplice magazzino su proposta di un lavoratore stufo del disordine. Abbiamo incominciato senza pretendere di fare subito grandi cose o ragionare solo dei massimi sistemi. Abbiamo guardato al passo concreto che ogni lavoratore poteva fare; ho guardato al passo concreto di un lavoratore che mi ha detto “aggiustiamo il magazzino”. (…) Una piccola vittoria che ha fatto sì che tanti altri lavoratori cominciassero a pensare che “qualcosa si può fare”. Questi lavoratori non riuscivano a concepire a cosa servisse formare un collettivo. Dicevano “ma io la mia organizzazione ce l’ho, è il sindacato”. E allora partiamo dal sindacato, ci siamo detti. “Iscrivetevi al sindacato”, gli abbiamo detto “ma non fatelo delegando, partecipate attivamente!”. Abbiamo visto come la rottura della delega al sindacato può avvenire anche semplicemente dalla scrittura di uno striscione, dal dire andiamo ad attaccare un manifesto vicino al marcatempo, ecc. (…) Per concludere. Io penso che noi dobbiamo imparare una cosa: ovunque ci sono le condizioni per costruire pezzi di socialismo, ma possiamo farlo se impariamo a vedere i passi concreti. (…) Perché ovunque, in tutti i luoghi ci si può organizzare, da una piccola azienda all’ospedale più grande del Sud Italia. Io spero che domani ci sia unione tra tutti i comitati di lavoratori d’Italia. E oggi facciamo un piccolo passo nella nostra azienda per costruire quell’unione e siamo sicuri che arriveremo a farlo, perché è una necessità!

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