Alfredo Cospito è un compagno anarchico da dieci anni prigioniero dello Stato italiano. Ha subito una condanna per l’attentato contro Roberto Adinolfi, amministratore delegato di Ansaldo Nucleare (maggio 2012) e una condanna all’ergastolo per strage contro la sicurezza dello Stato: l’accusa è di aver fatto esplodere due bombe (2006) alla scuola allievi carabinieri di Fossano (Cuneo), senza morti, feriti o danni gravi. Per la sua corrispondenza con altri compagni e organizzazioni esterne al carcere, dall’aprile scorso il compagno è stato segregato in regime di 41 bis.

Recentemente, Alfredo ha iniziato uno sciopero della fame per denunciare l’accanimento repressivo del 41 bis. La sua iniziativa – sostenuta da altri rivoluzionari prigionieri e dal movimento anarchico e libertario – ha effettivamente riaperto la discussione pubblica sul 41 bis e sul regime carcerario italiano.

Alcune iniziative in solidarietà con Alfredo Cospito
Manifestazione a Genova
Scritte a Saronno
Manifestazione a Roma
Irruzione durante l’Amleto al teatro Argentina a Roma
Lettera aperta al corpo accademico della Sapienza sul 41-bis
Comunicato dell’anarchico Davide Delogu in solidarietà con Alfredo Cospito.
Scritte a Lecce
Milano, striscione sulla gru

“Crisi, guerra, repressione contro lavoratori, disoccupati, studenti”.
In questo contesto si è ultimamente estesa l’applicazione del regime carcerario del 41 bis per i prigionieri rivoluzionari; un regime che mira all’annientamento della loro identità e integrità psico-fisica.
Il 9/11/2022 ho prolungato l’aria in
– solidarietà con Alfredo Cospito, prigioniero anarchico in sciopero della fame ad oltranza nel carcere di Bancali-Sassari contro il 41 bis;
– solidarietà con i prigionieri delle Brigate Rosse-PCC, Nadia Lioce, Marco Mezzasalma, Roberto Morandi, che da più di 17 anni resistono al regime 41 bis.

Nicola De Maria, militante prigioniero delle Brigate Rosse-Colonna Walter Alasia

A premessa di un ragionamento che vuole contribuire alla discussione, il P.CARC esprime incondizionata solidarietà ad Alfredo Cospito, a tutti i rivoluzionari prigionieri che sono stati protagonisti del movimento degli anni Settanta e che per questo sono ancora oggi detenuti e a tutti gli altri compagni perseguitati, in Italia e all’estero, dalle autorità della classe dominante (vedi, fra i molti, il caso di Vincenzo Vecchi).

Quali che siano i reati che vengono loro contestati, le pene a cui sono condannati, le speculazioni circa la loro militanza, per noi sono compagni di lotta verso cui promuovere la più ampia solidarietà fra le masse popolari.

Natura e funzione del regime carcerario 41 bis

Quando nel 2002 il governo Berlusconi istituì il corso ordinario del regime carcerario del 41 bis (previsto fin dal 1992 come regime straordinario), la propaganda della classe dominante lo spacciò come una misura contro la criminalità organizzata, in particolare la mafia.

Grossomodo la questione fu questa: è giusto segregare a vita i responsabili dello scioglimento nell’acido di Giuseppe Di Matteo, figlio dodicenne di un pentito?

È giusto seppellire vivi i responsabili delle stragi di Capaci e via d’Amelio dove furono uccisi Falcone, Borsellino e le loro scorte?

Domande retoriche che sono servite per liberare le mani dello Stato da vincoli legislativi nel trattamento da riservare “ai nemici irriducibili”.

Domande retoriche, ma fuorvianti. Alla prova dei fatti, l’obiettivo del 41 bis non è mai stato la lotta alle organizzazioni criminali, che infatti hanno continuato a prosperare con la copertura e il sostegno delle “istituzioni democratiche” di cui hanno sempre goduto; l’obiettivo era introdurre preliminarmente una specifica legislazione (e relativo regime carcerario) contro l’organizzazione rivoluzionaria delle masse popolari.

È un meccanismo ricorrente: la borghesia restringe gli spazi di libertà, di organizzazione e di iniziativa prendendo a pretesto questo o quel fenomeno; presenta questo o quel fenomeno come una “emergenza” da fronteggiare per il bene comune e poi estende quella legislazione d’emergenza alla lotta di classe, per reprimere, perseguitare e punire quella parte di classe operaia e masse popolari che imbocca la via della mobilitazione rivoluzionaria.

Il discorso vale per il regime carcerario del 41 bis, come per i DASPO (introdotti per “debellare la violenza negli stadi”), i fogli di via (introdotti per garantire il decoro urbano) e persino l’associazione a delinquere (oggi usata contro i movimenti di lotta per la casa, come al Giambellino di Milano). Il decreto anti-rave della cricca Meloni & C. è solo l’ultima trovata per inasprire la repressione contro occupazioni, picchetti, raduni non autorizzati, ecc. Ma la tendenza è sempre la stessa.

La classe dominante fa uno spregiudicato uso della propaganda per creare un contesto favorevole alle sue manovre, pertanto è facile che chi si schiera per l’abolizione del 41 bis sia additato come “sostenitore dei mafiosi”.

A questo proposito è bene precisare che in Italia gli unici veri “sostenitori dei mafiosi” sono gli apparati dello Stato.

La Repubblica Pontificia italiana, più precisamente, è una cupola che sintetizza gli interessi dei capitalisti italiani, delle organizzazioni criminali e del Vaticano, sotto “l’ombrello” degli interessi della NATO e della UE.

Per quanto occasionalmente ci possano essere personaggi “meno invischiati di altri” o persino antagonisti al sistema di potere della Repubblica Pontificia, personaggi che per il loro ruolo diventano scomodi per lo stesso Stato in nome del quale operano (vedi Falcone e Borsellino), le vittime della mafia fra gli uomini di Stato sono sempre, tuttavia, vittime di regolamenti di conti interni alla classe dominante.

Per quanto occasionalmente succeda che il grande boss venga arrestato (e segregato al 41 bis), gli arresti eccellenti fra esponenti delle cupole malavitose sono anch’essi frutto di regolamenti di conti interni alla classe dominante.

Mafia e antimafia sono parte dello stesso sistema di potere. La legislazione antimafia ha nell’oppressione di classe il suo reale obiettivo

Per questo NON SOLO è nell’interesse immediato delle masse popolari contrastare tutte le misure che aumentano la repressione, quale che sia il pretesto con cui vengono giustificate, ma è ANCHE nell’interesse di prospettiva delle masse popolari sostenere coloro che si ribellano alle misure repressive, poiché aprono una strada all’organizzazione e alla mobilitazione più generale, alimentano oggettivamente la mobilitazione rivoluzionaria.

Il capitalismo è criminale e criminogeno, dobbiamo liberarcene.

Sullo sfondo del ragionamento fin qui esposto ci stanno due questioni, strettamente connesse l’una all’altra.

La prima è che il capitalismo è una società fondata sul crimine (a partire dalle fondamenta, dal furto di lavoro a danno degli operai): i padroni, i banchieri, gli speculatori che conducono la guerra di sterminio non dichiarata contro le masse popolari rimangono sistematicamente (e sostanzialmente) impuniti. Così è, ad esempio, per i padroni della ThyssenKrupp responsabili del rogo del dicembre 2007, per la famiglia Riva responsabile del disastro ambientale e dei tumori legati all’ex-Ilva di Taranto, per i padroni dell’Eternit che hanno fatto migliaia di morti per amianto, per gli alti prelati che si macchiano di abusi sessuali, per i servitori dell’ordine (poliziotti e mandanti politici) che si sono contraddistinti nel  “macello” del G8 di Genova.

Il capitalismo miete le sue vittime ogni giorno, in quella che definiamo “guerra di sterminio non dichiarata” contro le masse popolari, ma nessuno dei suoi esponenti conosce il gabbio e se lo fa è solo per poco tempo.

La seconda questione è che la società capitalista è criminogena. All’impunità della classe dominante fa da contraltare l’aumento esponenziale dei “reati” che le masse popolari sono costrette a commettere per difendere ciò che resta dei propri diritti, a fronte del progressivo restringimento degli spazi di libertà di parola, di iniziativa e di organizzazione. 

Nella pentola a pressione che è diventata la società capitalista, basata su una disuguaglianza di classe sempre più evidente, c’è un principio che va affermato e praticato: è legittimo tutto quello che va negli interessi delle masse popolari, anche se è illegale. È un principio, ovviamente, ben lontano da quelli su cui la classe dominante fonda le sue legislazioni, ma è l’unico coerente con il termine “giustizia”.

Rapportato alla lotta di classe, non si tratta di stabilire se una condotta è legale o illegale (è diventato illegale anche scioperare o denunciare le condizioni di lavoro), ma se una condotta è efficace ad alimentare la mobilitazione rivoluzionaria della classe operaia e delle masse popolari.

Una conclusione in tre punti

Tutte le iniziative e le azioni di protesta e denuncia contro l’accanimento verso Alfredo Cospito sono giuste, come tutte le manifestazioni contro il 41 bis comminato a Nadia Desdemona Lioce, Marco Mezzasalma e Roberto Morandi.

Il 41 bis deve essere abolito per tutti: l’unica vera misura per debellare le organizzazioni criminali è rovesciare il sistema politico di cui esse sono parte integrante, rovesciare il sistema politico della Repubblica Pontifica italiana.

A questo proposito vanno valorizzate tutte le prese di posizione e le iniziative che alcuni “esponenti della società civile” vanno prendendo in questi giorni, proprio a seguito dello sciopero della fame di Alfredo Cospito: ognuna di esse è una crepa nel fronte nemico e una spinta affinché la mobilitazione si allarghi oltre i circoli militanti e diventi una questione politica più generale, una questione che alimenta lo schieramento e la mobilitazione delle masse popolari contro la classe dominante.

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