Cosa ci insegna il risultato elettorale di Mélenchon in Francia?

Il 19 giugno 2022 si sono svolte le elezioni politiche in Francia.

Dopo la riconferma all’Eliseo avvenuta col voto dello scorso 24 aprile alle elezioni presidenziali, battendo a stento per la seconda volta Marine Le Pen, il presidente Emmanuel Macron non è riuscito ad ottenere la maggioranza dei seggi in Parlamento riuscendo a conquistarne solo 245, rispetto ai 350 delle elezioni politiche del 2017.

Nonostante l’astensionismo record di oltre il 50% degli elettori, la Nuova unione popolare ecologica e sociale (NUPES) – formata da La France insoumise (Lfi), il Partito socialista francese (Ps), Europa ecologia-I verdi (Ee-Lv) e dal Partito comunista francese (Pcf) – rappresentata da Jean-Luc Mélenchon, è riuscita a conquistare 131 seggi che sommati agli 89 seggi ottenuti da Marine Le Pen, alimentano la crisi politica in Francia, che si ritrova con un presidente senza maggioranza.

La coalizione elettorale che ha messo in crisi Macron è nata per l’allargamento de L’Unione Populaire, precedentemente costituita a sostegno della candidatura alle presidenziali di Mélenchon nel 2021 su spinta di La France insoumise. Questa organizzazione fin dal momento della sua nascita nel 2016, ha sostenuto e incanalato la rabbia e il malcontento delle masse popolari verso le politiche lacrime e sangue dispiegate delle larghe intese. Alcuni esempi sono stati il sostegno alle lotte dei Gilet Gialli contro le politiche adottate da Macron nel 2018, alle mobilitazioni contro la riforma delle pensioni fino alle lotte per la sanità pubblica e i movimenti contro il Green Pass durante la pandemia.

Pur essendosi costituita lo scorso 1° maggio, aggregando diverse organizzazioni politiche sul piano pratico, sociale e ambientale, NUPES ha elaborato un programma di governo completo che ha messo al centro le politiche sociali a partire dal salario minimo, la riduzione della settimana lavorativa, fino all’età pensionabile. Ha trattato del tema della crisi ambientale contro il rischio del nucleare. Si è schierato apertamente contro la NATO mettendo in discussione l’adesione della Francia all’alleanza atlantica e ha ribadito la sua posizione euroscettica.

Un programma elettorale dunque, basato sulle necessità concrete dei giovani, degli stranieri e dei settori del resto delle masse popolari più colpite dagli effetti della crisi del capitalismo e che hanno rappresentato in effetti la maggior parte del suo elettorato.

Cosa non da poco inoltre è data dal fatto che nel momento stesso delle elezioni vi erano 33 dei 650 punti del programma sui quali le organizzazioni della NUPES non erano riuscite a trovare un accordo. Questo non ha portato allo scioglimento del fronte e all’abbandono del progetto politico ma la discussione delle tematiche più problematiche è stata rimandata al dibattito parlamentare.

Anche per noi comunisti italiani costruire e alimentare un fronte anti larghe intese e prepararsi alle prossime elezioni, deve significare oggi rinforzare il fuoco della lotta di classe, così da alimentarla ed estenderla a ogni settore produttivo e sociale. Serve lavorare per rafforzare le organizzazioni operaie e popolari che già esistono e promuovere la formazione di organismi simili nelle aziende, nelle scuole e nei quartieri dove ancora non ce ne sono per coordinarli e guidarli nella lotta per cacciare il governo Draghi. Deve significare l’elaborazione di programmi che siano la sintesi delle principali rivendicazioni delle masse popolari e a cui dare immediata attuazione attraverso gli strumenti a disposizione, promuovendo la mobilitazione dal basso.

Dal processo che ha portato L’Unione populaire a raggiungere i risultatiottenuti in Francia, dobbiamo raccogliere insegnamenti utili per la costruzione del fronte anti larghe intese nel nostro paese. In particolare le organizzazioni politiche intenzionate a procedere unitamente nella lotta per cacciare il governo Draghi devono valutare il loro operato chiedendosi se il loro lavoro di costruzione del fronte unito anti Draghi e anti larghe intese dia realmente un contributo positivo e immediato all’organizzazione della classe operaia e del resto delle masse popolari. Questo è l’unico e il solo caso in cui, forse, le forze che si oppongono al “governo dei migliori” avranno risultati anche in termini elettorali alle politiche del 2023.

In Italia i coordinamenti come Unità Popolare, la coalizione in costruzione promossa da De Magistris, PaP, PRC e altre organizzazioni fino a quella che vede la partecipazione del Partito Comunista (con segretario Marco Rizzo) e organizzazioni come Rinascita Italia, Ingroia e simili, devono porsi sin da ora nell’ottica di agire da fronte No Draghi sostenendo unitariamente tutte le rivendicazioni, lotte e battaglie delle masse popolari nel nostro paese. Per le elezioni 2023 devono anche porsi chiaramente l’obiettivo di costruire un’unica coalizione elettorale contro le Larghe Intese e per la cacciata del governo Draghi. Questa una misura concreta per verificare quanto le aspirazioni a unirsi, fare fronte comune e vincere siano solo chiacchiere per imbonire le masse (che oramai non ci credono più) o un concreto passaggio di qualità della lotta per imporre un governo alternativo a quello del PD, FI, Lega e FdI.

Il fronte anti larghe intese di cui c’è bisogno nel nostro paese non deve quindi limitarsi a essere strumento di opposizione e denuncia e non deve limitarsi nemmeno a fare programmi generici e carichi di buone intenzioni che restano per aria.

Al contrario, alimentando la mobilitazione e la riscossa delle masse popolari, deve opporsi immediatamente al governo Draghi e alle sue politiche lacrime e sangue e avanzare, per destituirlo e per aprire la strada alla costruzione di un governo di emergenza popolare che sia in grado di dare attuazione alle parti progressiste della Costituzione frutto della Resistenza partigiana ormai eluse e rese carta straccia dalla classe dominante.

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