Per una scelta che deriva da una precisa impostazione ideologica, il P.CARC non riceve alcun finanziamento né pubblico, né da fondazioni private o da facoltosi “filantropi” borghesi.

Tutta l’economia si basa sul lavoro di raccolta economica fra le masse popolari. L’esito del lavoro economico non è solo l’indice dei progressi (o delle difficoltà) del lavoro fra le masse, è anche un campo attraverso cui ci diamo gli strumenti per essere autonomi dalla classe dominante in termini economici, organizzativi e politici. Che vuol dire?

Vuol dire che non siamo ricattabili, che non c’è nessuno che può “chiudere i rubinetti” dei finanziamenti in base al fatto che diciamo o facciamo cose che ledono i suoi interessi.

Solo le masse popolari possono farlo, possono sospendere in qualunque momento il sostegno che ci danno. Che lo facciano o meno è per noi il riscontro migliore della politica che facciamo.

Da qui discendono due linee di sviluppo.

La prima riguarda i membri del P.CARC i quali, anche a norma di Statuto, versano una quota mensile e sono spinti, incoraggiati ed educati a raccogliere sottoscrizioni economiche.

Ovviamente si tratta di una lotta perché in una società in cui ognuno è spinto a pensare a sé stesso (o al massimo alla sua stretta cerchia), riconoscere che il modo migliore per valorizzare il denaro è investirlo nella lotta politica rivoluzionaria richiede un certo grado di consapevolezza e un certo grado di adesione alla causa.

Dunque ci troviamo spesso di fronte alle remore “morali” (ma è più giusto dire “moralistiche”) di compagni e compagne che sono in difficoltà a chiedere soldi alle masse popolari per l’attività politica, per sostenere il Partito. Si sentono in difficoltà perché ritengono che le masse popolari non abbiano soldi per sostenere i comunisti, tanto meno in questa fase di crisi. Ma si tratta appunto di moralismo che non poggia sull’analisi della realtà.

Le masse popolari sono sempre più spremute, impoverite e costrette a vivere in una situazione di precarietà, ma la maggioranza di esse ha ancora un tenore di vita che permette loro di decidere come spendere parte del denaro che hanno. È su questa condizione che la classe dominante fa leva per indurle a spendere denaro in attività inutili (futili) o persino dannose.

Non saremmo comunisti seri se guardassimo un lavoratore spendere i soldi che gli rimangono dalla rapina organizzata di padroni e istituzioni (affitto, bollette, tasse, benzina, ecc.) in bisogni individuali, spesso indotti e malsani senza indicargli che una parte di essi sarebbe sicuramente investita meglio nel sostegno alla lotta politica rivoluzionaria.

La seconda linea di sviluppo sta proprio in questo: imparare a inquadrare politicamente la richiesta di soldi e donazioni.

I compagni che hanno più difficoltà a chiedere soldi alle masse popolari sono portati a trattare la cosa esclusivamente in termini commerciali: ti chiedo soldi in cambio di una cena, di una maglia, di un libro, ecc. Tutto giusto, ci mancherebbe!

Ma il discorso è un po’ diverso.

I comunisti non raccolgono denaro a fronte solo di un bene o un servizio che offrono, raccolgono denaro per sviluppare la lotta politica, per sviluppare l’organizzazione, per sostenere i rivoluzionari di professione, per rafforzare la formazione (elaborazione e stampa di testi, organizzazione di corsi, esperienze pratiche di organizzazione, di mobilitazione e di lotta), per allargare il raggio di intervento del Partito in zone dove non ci sono ancora Sezioni, per fare fronte alla repressione… Il principale servizio che il movimento comunista svolge spesso non ha una veste materiale, è un lavoro politico di continuità e di prospettiva.

Pertanto, vanno benissimo tutti i canali di finanziamento che poggiano su basi commerciali (vendita di libri, magliette, cene, gadget, feste, ecc.), ma il filone più importante, attraverso cui si costruiscono legami più solidi con le masse popolari, è quello che tratta prioritariamente del ruolo dei comunisti nella lotta di classe, nella lotta contro la borghesia e nell’avanzamento della rivoluzione proletaria.

Concludiamo, ovviamente, con un appello a fare una sottoscrizione economica.

Potremmo fare leva sul fatto che stampare Resistenza è diventata una spesa ingente per via dell’aumento dei costi della carta (più che raddoppiati), oppure sul fatto che ci sono compagni sotto processo che è giusto sostenere, o, ancora, che l’aumento dei prezzi e delle bollette sta pesando più del previsto sull’organizzazione della Festa nazionale della Riscossa Popolare. Sono tutte cose vere e per ognuna di esse siamo certi di trovare compagni e compagne disposti a dare il loro contributo economico per aiutarci a fare fronte alle difficoltà.

Tuttavia, il ragionamento che abbiamo fatto ci consente di basare l’appello su un aspetto di respiro più ampio: chiediamo una sottoscrizione economica (e possibilmente fissa, mensile) per il lavoro politico che facciamo.

Forse per tanti lavoratori rispondere positivamente a questo appello non è ancora avvertito come una necessità, ma certamente è una possibilità, quella di decidere in autonomia di investire sul futuro, anziché guardare solo al presente; quella di decidere liberamente che fra la classe dominante che è responsabile del corso disastroso delle cose ed estorce denaro in mille forme e i comunisti che combattono il corso disastroso delle cose e per instaurare il socialismo è meglio sostenere i comunisti.

Per effettuare una sottoscrizione usa il modulo sul sito oppure fai un versamento sul Conto Corrente Bancario
intestato a Gemmi Renzo – IBAN: IT79 M030 6909 5511 0000 0003 018

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