Pubblichiamo di seguito l’intervista fatta a due studenti universitari del movimento “Studenti contro il Green Pass” di Pisa

1. Cos’è il movimento Studenti Contro il Green Pass? Come è nato, come si articola?

Il movimento Studenti Contro il Green Pass è nato abbastanza spontaneamente a ridosso del decreto che introduceva lo strumento del Green Pass (GP), ovvero tra il 6 Agosto e Ferragosto, attraverso dei canali Telegram creati da due studenti fiorentini, da cui abbiamo preso spunto per crearne poi uno pisano. È bastato un semplice canale Telegram per far confluire migliaia di persone a parlare di questo tema, tanto che il nostro gruppo ha raggiunto in poche settimane numeri importanti, circa 700 persone. Abbiamo visto che gli studenti avevano effettivamente bisogno di parlarne perché c’era un disagio che si è fortemente sedimentato in questi anni di emergenza. Il GP infatti segna il confine tra un diritto e un servizio. Dovendo avere un lasciapassare in tasca per vivere non sei più un latore di diritti fino a prova contraria, ma diventi piuttosto un fruitore di servizi, a scadenza, che deve sottostare a tutta una serie di imposizioni. Posto in questa prospettiva si capisce come il problema riguardi tutti in realtà, non solo i non vaccinati o i più preoccupati del vaccino, è una operazione che ricade su tutta la popolazione.

Studenti Contro il Green Pass include una rete di movimenti insieme ai quali abbiamo steso un manifesto, concordato tra i territori, che contiene pochi punti ma molto chiari ed essenziali riguardanti le modalità e le finalità del movimento che si basa sull’aspetto vertenziale ovvero l’abbattimento del GP. Da lì abbiamo provato a elaborare un’analisi che sta andando avanti a livello nazionale e locale. Il coordinamento nazionale per ovvie ragioni si è per adesso incontrato virtualmente e al suo interno si scambiano di volta in volta idee e linee guida per l’azione. Abbiamo però anche sentito l’esigenza forte di incontrarci dal vivo, per questo sabato (27 novembre n.d.r.) a Bologna si terrà la prima assemblea nazionale plenaria del movimento. Stiamo passando da una prima fase in cui c’è stata l’esplosione delle proteste contro il GP, che ha coinciso con i sommovimenti di questo “Autunno Caldo”, alla fase odierna che va verso lo spegnimento, che però vede un inasprimento ed esasperazione della repressione, non a caso, e anche un aumento dei contagi. In questo contesto vi è un’esasperazione data anche dalle misure restrittive che sono ingiustificate: si prospetta a breve la nuova norma del Super Green Pass (entrata in vigore il 4 dicembre n.d.r.) e non possiamo non notare che, in realtà, le misure imposte sono inversamente proporzionali tra l’andamento della pandemia e gli interventi di governo, la conoscenza dell’epidemia, la vaccinazione, l’immunizzazione naturale delle persone di cui poco sappiamo da una parte e l’aumento dei contagi dall’altra. Quello che invece è chiaro è l’incapacità del governo rispetto al controllo di questa situazione.

2. Quali sono le vostre rivendicazioni a breve termine e quelle di prospettiva?

È scontato il tema dell’eliminazione del GP, il quale è una sorta di punta dell’iceberg perché, come dicevamo prima, questa è la miccia che ha dato il via a tutto, ma la base è una riflessione iniziata con il lockdown. Infatti nelle nostre discussioni come gruppo abbiamo collettivizzato le nostre esperienze e riflessioni fatte durante la pandemia, dalle quali si evince che certe norme restrittive vengono inserite per altri interessi non sanitari, senza cognizione di causa (pensiamo a come è stato gestito il lockdown con “l’Italia a colori, ecc.”). Il GP è solo l’ultima di queste misure che però è un punto focale che può accomunare tutti.

Rispetto all’emergenza, in questo caso sanitaria ma potremmo parlare anche della crisi climatica o quella economica, critichiamo il suo utilizzo come strumento per legittimare qualsiasi attività di governo. Sostanzialmente la base politica e rappresentativa per un’azione governativa sensata manca e si sfrutta costantemente il tema dell’emergenza di turno per portare avanti un’agenda ben precisa che, nonostante la fase cambi, utilizza le stesse formule per attaccare i diritti, reprimere, ridurre la spesa pubblica e via dicendo. È questo ciò che miriamo a scardinare: questo meccanismo per il quale anziché richiamare a una volontà popolare e raggiungere una legittimazione democratica dell’attività di governo, questo diventa sempre più indipendente dalle forze costituzionali che dovrebbe rappresentare, in primo luogo il Parlamento, sulla base di un vincolo esterno cioè qualcosa a cui ci si richiama per giustificare la propria attività. Detto questo, è difficile inquadrare una prospettiva anche solo a medio termine di un movimento nato da poco come il nostro ma già puntare a rifarsi alla Costituzione (che è un primo tassello di unione di tutto il movimento) dà un segno di prospettiva. La Costituzione infatti sarebbe già abbastanza programmatica anche se molto ideale; dopo di che, nell’analisi che abbiamo fatto nello specifico del GP, molti hanno trovato diversi elementi rispetto alla gestione dell’emergenza come strumento per governare che devono essere fatti saltare. Non intendiamo, quindi, limitarci solo ad andare contro il GP, ma contro tutto ciò che sta attorno e si è costruito come il tipo di propaganda a cui ci stanno facendo abituare. Il martellamento mediatico in cui non si dà spazio davvero al contraddittorio, in cui vi è una totale demonizzazione e il tentativo di individuazione del colpevole in una minoranza sono tutti strumenti il cui utilizzo non è nuovo, ma che si stanno intensificando, oggi per la pandemia, domani non si sa per cosa. Il punto è bloccare questi automatismi del potere che vanno contro gli interessi delle masse, che esse ne siano consapevoli o meno.

3. Che riscontro avete avuto dall’ambiente universitario pisano (studenti, professori, Rettore, altri collettivi, ecc.)?

Abbiamo provato ad avviare un dialogo inviando una lettera al Rettore firmata come gruppo di studenti che semplicemente non ha avuto risposta, poi l’abbiamo mandata anche a tutti i professori che ci hanno addirittura accusato di essere brigatisti! Questo perché secondo loro la nostra lettera faceva tornare in mente “i tempi bui degli anni di piombo”, attaccandosi al fatto che non erano firmate con nomi e cognomi; il che è ovvio perché ci siamo firmati come collettivo… Noi chiedevamo semplicemente un confronto.

Altre volte ci hanno dato letteralmente dei “dementi” e questo pensiamo sia un fatto da segnalare perché, screditandoci in questo modo, hanno fatto crollare ogni possibilità di dialogo in quanto questa etichetta implica non solo che non possiamo dialogare ma che proprio secondo loro è impossibile a livello cognitivo.

Quindi, portando agli estremi il ragionamento, l’unica cosa che è possibile fare nei nostri confronti è ricorrere all’uso della violenza: una volta che vengono meno le parole c’è poco altro spazio di confronto, non rimane molto altro se non metterci a tacere e non farci “nuocere”.

La demonizzazione delle minoranze c’è sempre stata ma verso il nostro movimento è stato permesso dire cose allucinanti, senza nessun ritegno, controllo o mediazione. Questo metodo lo conosciamo perché arriva da lontano, ma adesso c’è un salto di livello notevole che a noi spaventa e che riguarda anche gli strumenti di governo. C’è chi ha detto e promosso tranquillamente sui media la necessità di usare il piombo sui manifestanti, di prenderli a cannonate, ecc. Tutte cose che in altri tempi, nemmeno non troppo lontani, avrebbero suscitano subito una reazione, almeno in quella parte di organizzazioni e movimento che si rifanno a certi valori, oltre che nell’opinione pubblica. Non è solo il problema dell’offesa ma della necessità di screditare l’interlocutore per non intavolare la discussione, non tanto sui contenuti, quanto sul fatto di far passare chi critica come non degno di dialogo e questo è il punto di partenza per poter screditare qualunque cosa. Aggiungiamo che in queste dinamiche è caduta anche una parte importante di coloro che di tradizione mettono al centro la questione della discriminazione, della violenza ecc. dai quali non c’è stata la minima solidarietà. Non dico che ci debba essere condivisione, ma da quelli che combattono per i diritti delle minoranze (es. LGBT, per i diritti sociali, ecc.) ci aspetteremmo non chissà quale dibattito, ma nemmeno una chiusura.

Rispetto ai giovani e agli studenti, ci sentiamo di dire che son quelli che hanno risposto in maniera “migliore” alla propaganda di governo e in maniera peggiore al confronto critico che in questi anni di pandemia si è perso quasi completamente. Quello dell’università si è rivelato un ambiente del tutto conformista dove manca una qualsiasi forma di critica allo stato di cose presenti. Noi con la nostra lettera abbiamo semplicemente spinto a creare una discussione sul tema, in un luogo che dovrebbe essere, per eccellenza, la casa del sapere critico per sviluppare dibattiti senza pregiudizi o moralismi che si basino sulle argomentazioni riportate. Invece l’elemento della squalifica a priori dell’interlocutore (cioè noi) ha fatto cadere tutte le possibilità di intervento.

Questo rapporto/non rapporto con l’università lo possiamo trovare invece nelle lezioni all’aperto che abbiamo svolto e stiamo continuando a portare avanti su temi specifici, riguardanti la pandemia ma non solo. Molti sono i professori che sposano la nostra posizione critica sulla questione. Abbiamo parlato di statistica del Covid, andando a fondo sul fatto che gli ordini di grandezza rispetto ai dati divulgati non sono chiari, abbiamo parlato delle cure che finora son state contrapposte al vaccino come se fossero due cose separate quando invece, a due anni dall’inizio del Covid, diventa davvero criminale non prendere in considerazione il tema delle cure dal momento in cui gli stessi vaccini hanno una durata limitata nel tempo e la cui efficacia è spesso parziale, quindi non sono assolutamente in antagonismo. Dire che non esistono cure è il vero negazionismo e porta a giustificare lo smantellamento del sistema sanitario!

4. Dopo le manifestazioni contro il GP che si stanno susseguendo in Italia tutti i sabati, e soprattutto dopo che i lavoratori sono scesi in piazza dato che il GP è diventato obbligatorio sul posto di lavoro, il governo ha risposto con la repressione per reprimere il dissenso. Come è possibile secondo voi far fronte alla repressione e come pensate di muovervi di fronte a queste intimidazioni?

La prima cosa che diciamo è che bisogna stare nelle piazze perché se ci chiudiamo in casa a guardare sappiamo come andrà a finire: le strade si riempiranno di forze dell’ordine e lasceremmo spazio alla divisione e guerra fra poveri. Come detto prima purtroppo è stato innalzato un muro da parte di chi ci auspicavamo che almeno comprendesse. Mi riferisco a tutte quelle persone che la repressione la subiscono da una vita: sono tanti i soggetti che sanno bene cosa significa mettersi contro un certo sistema di potere e contrapponendosi a questa lotta si allineano a tutto un susseguirsi di misure che sappiamo già dove vanno a parare. Inoltre tutta questa area continua a scannarsi per questioni minimali (o che comunque di fronte a una situazione che incombe non sono rilevanti per quel contesto), per cui penso che sia fondamentale innanzitutto inquadrare i nemici e poi, anche tra questi, darsi delle priorità. Ci sembra che molti siano cascati un po’ nella trappola del nemico. Non dandosi delle priorità chiare, si guardano a tutti i vari contingenti ma nel frattempo il sistema manda avanti la sua agenda, e se non si blocca quell’agenda di cosa stiamo parlando? Questo è il nostro pensiero sulla situazione cui vorremmo far fronte consapevoli che ci sono molte resistenze. È bastato etichettare qualcuno per risollevare lo specchietto per le allodole del fascismo. È bastato sventolare a sproposito il termine “fascismo”, senza dire realmente cos’è e accodandosi alla strumentalizzazione che ne è stata fatta in questi anni in questo Paese. Questo ha portato solamente a una dispersione delle forze e a una caccia ai fantasmi. Bisognerebbe riflettere sul fatto che una tattica che usa il potere è quella di prendere un tema caro a una parte politica precisa, quella progressista, e poi ricondurre tutto a quel tema. Questo vale per il termine “fascismo”, ma anche per tutti gli altri con cui veniamo etichettati (“no vax”, ecc.)

La nostra opposizione a questo circo mediatico in cui cadono parti importanti della popolazione non significa però che ci contrapponiamo a un’ottica progressista, anzi! Però vogliamo far capire che parlare di fascismo in assenza di fascismo, fa anche perdere il significato alla parola stessa. Noi mettiamo al centro la Costituzione che di per sé è antifascista e tanto basta.

Quindi, in definitiva, secondo noi la repressione si fronteggia proseguendo l’attività e allargando la cerchia, sviluppando legami e solidarietà con la popolazione.

5. L’abolizione del GP è una misura necessaria ma parziale se guardiamo a tutto il processo di smantellamento di diritti nel mondo del lavoro, nella sanità, nella scuola pubblica ecc. Voi avete fatto un ragionamento che vi porta a confrontarvi anche con organismi che si occupano di altri temi per avere un’elaborazione più ampia?

Noi siamo partiti dal tema specifico del GP dentro l’università, l’abbiamo esteso al GP in generale ma è ovvio che se la questione viene elaborata in maniera del tutto circoscritta a questa tematica particolare la cosa è limitata. Infatti le lezioni che abbiamo fatto all’aperto non son state fatte solo sulla pandemia, abbiamo parlato anche di altro. Ad esempio abbiamo collaborato con una rete cittadina che si è mossa contro il GP e con alcuni sindacati come la CUB sul tema delle delocalizzazioni. Quando è venuto Mattarella in città lo scorso 18 ottobre abbiamo aderito a una piattaforma molto inclusiva in cui, oltre la questione contro il GP, abbiamo scritto esplicitamente della problematica delle delocalizzazioni, ci siamo espressi riguardo la lotta GKN così come per il rincaro delle bollette. Il centro del ragionamento è che si fanno pagare alle masse popolari le responsabilità che hanno però tutt’altra origine. Lo stesso GP è uno strumento che scarica la responsabilità sull’individuo e libera da questa il governo. Tutte queste cose continueremo a farle sperando in un’apertura nei nostri confronti da parte di chi è intenzionato a collaborare. Per ora è stato fatto spontaneamente anche se ancora non è stato discusso della convergenza nelle varie lotte.

Del resto crediamo che rendersi conto della specificità della situazione sia un valore aggiunto piuttosto che mirare a chissà quale obiettivo di unità che spesso rimane molto vago e non deriva da un’analisi approfondita. La vertenza è particolare, ci sono in ballo delle esigenze anche molto banali come avere la possibilità di studiare in un luogo apposito invece che stare all’aperto, per esempio. La volontà di portare avanti una critica netta contro il governo è certa, però all’interno di questo movimento ci sentiamo di dare voce e pari stima anche a coloro che semplicemente percepiscono determinate problematiche e decidono di mobilitarsi per queste, a tutti quelli che non mirano a “cambiare il mondo” ma che banalmente chiedono di non dover cambiare loro. Stare in biblioteca a studiare, ad esempio, è una pretesa che deve essere ritenuta legittima! Oltre al fatto che le cose cambiano velocemente, spingersi a guardare sempre oltre senza riuscire a gestire tutti gli eventi che ci piombano addosso e che ci riguardano affossa la protesta perché delle soluzioni, anche nell’immediato, vanno trovate: l’adesione a una causa per un qualcosa a lungo termine non giustifica l’accettazione di un presente che è già distopico.

6. Volete fare alcune considerazioni finali?

Un punto di incontro col vostro Partito è che noi facciamo spesso riferimento al CLN (Comitato di Liberazione Nazionale nato durante la Resistenza, n.d.r.) perché il nostro movimento è trasversale: ci sono elementi che provengono dalla sinistra extraparlamentare, altri che fanno riferimento al mondo cattolico, ecc. La nostra è una posizione politica perché nel nostro lavoro tentiamo di recuperare uno spazio in cui poter fare dibattito politico. In questo senso quel senso civico che ci è stato negato ci appartiene eccome, perché siamo coloro che, mobilitandoci di questi tempi, portando in piazza questi temi e garantendo il dibattito, hanno evitato che la questione sfociasse nella violenza. Perché in un contesto in cui le masse sono così divise, se non c’è gente che è disposta a parlare si sfocia solo nella violenza, proseguendo nelle solite decisioni politiche. Abbiamo sentito il presidente del Consiglio dire che chi non si vaccina è un criminale, un omicida addirittura, quando formalmente quella posizione deve essere tutelata dalla legge non essendoci l’obbligo. È saltato qualunque tipo di controllo popolare dal basso di fronte a tutto questo. Il fatto di essere schiacciati da un potere che non ti ascolta più, avendo tutti gli strumenti a nostra disposizione depotenziati e distrutti, rende ancora più chiara l’immagine del mondo in cui ci sono i dominati e la classe dominante, cosa che dovrebbe essere già chiara a tutte quelle realtà progressiste di cui parlavamo pima.

È stata fatta crollare ogni dialettica come strumento per intavolare un dibattito con la scusa del vincolo esterno. Si fa riferimento ad esempio a organi che non esistono a livello costituzionale come la “cabina di regia” o anche il “CTS” a cui il Presidente del Consiglio si rivolge costantemente. Benissimo che ci sia il parere degli esperti ma a seguire il dibattito deve istaurarsi senza movente politico e legittimato da un metodo scientifico, anche per dare il giusto valore alla scienza.

Il tema della scienza ci è caro, essendo noi studenti universitari. Oggi purtroppo la scienza va avanti su interesse di privati, a partire dal livello accademico. Si parla sempre di scienza e di ricerca come se non fossero condizionate economicamente e politicamente dai privati. La ricerca pubblica è ridotta all’osso, basta vedere che i professori in università sono premiati se portano contratti privati dall’esterno. Se non si inquadra questa situazione si svuota anche il termine “scienza” nell’atto più pratico e completo rispetto al fatto che i privati se la sono completamente comprata. Usufruire di un certo servizio senza che questo abbia una funzione pubblica sradica tutto il concetto perché dettato da logiche di profitto, vale per la scienza, per la ricerca e anche per l’università in generale.

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