Se le cose vengono lasciate andare secondo il loro corso naturale, seguiranno inevitabilmente la corrente principale determinata dalla classe dominante e dalle leggi oggettive della società.
Per ribaltare il processo bisogna produrre delle forzature in tante piccole occasioni e in tanti piccoli ambiti, in modo che le cose procedano in senso contrario a quello che spontaneamente seguirebbero. Solo quando le correnti che si oppongono a quella principale avranno raggiunto un certo grado di diffusione, di forza e di influenza sarà possibile invertire realmente la marcia.
Individualmente, ognuno può solo cercare di nuotare contro corrente. Ma se ognuno conquista altri e le forze si uniscono, allora si può smettere di nuotare per iniziare a remare. Farlo risulterà comunque faticoso, ma i risultati saranno maggiori e strada facendo altri possono essere conquistati.
Tuttavia, se anche uno solo smette di remare, la forza della corrente principale si fa più pressante. E se in troppi smettono di remare, tutti sono trascinati indietro.
Remare con coscienza di quello che si fa e di dove si va è la condizione necessaria per risalire il fiume.
Questa metafora descrive la situazione in cui i comunisti si trovano in questa fase. Non insegna nulla di nuovo rispetto a quanto il vecchio movimento comunista non ha già affrontato e risolto, per lo meno laddove è stato capace di “risalire il fiume” e fare la rivoluzione e instaurare il socialismo.

Dal semplice al complesso

La lotta politica rivoluzionaria (cioè la lotta promossa dai comunisti per portare la classe operaia e le masse popolari a prendere il potere) e le lotte che la classe operaia e le masse popolari conducono per migliori condizioni di vita e di lavoro, per maggiori diritti, ecc. (che di seguito chiamiamo lotte rivendicative) nascono entrambe dalla divisione della società in classi, tuttavia sono due cose diverse. Per combinarle in modo efficace bisogna tenerle distinte.
La lotta politica rivoluzionaria deriva dalla conoscenza e comprensione del movimento economico della società capitalista: per sua natura deriva da un processo intellettuale, come vedremo meglio a seguire. La lotta rivendicativa deriva invece da un processo pratico: quando determinate condizioni divengono inaccettabili per le classi oppresse, allora esse si mobilitano per ottenerne di migliori.

La lotta politica rivoluzionaria ha l’obiettivo di cancellare l’attuale classe dominante e far diventare classe dirigente della società la classe operaia. La lotta rivendicativa, invece, non si pone la questione di quale sia la classe dirigente della società, ma solo che vengano garantite condizioni di vita e di lavoro dignitose per le masse popolari.
Dato l’avanzamento della crisi generale del capitalismo, le condizioni per la lotta politica rivoluzionaria sono enormemente favorite e anzi solo la rivoluzione socialista è “la cura” per la crisi. Al contrario, le condizioni affinché le lotte rivendicative raggiungano il loro obiettivo sono pressoché azzerate: i capitalisti in crisi, infatti, non solo non sono più disposti a concedere nulla alle masse popolari, ma sono anche spinti a ricorrere a ogni tipo di crimine per tutelare i loro interessi.

La lotta politica rivoluzionaria è espressione della concezione comunista del mondo, la lotta rivendicativa è espressione della concezione della sinistra borghese. La prima è incompatibile con l’ordinamento borghese e con il modo di produzione capitalista (ha per obiettivo l’instaurazione del socialismo), la seconda invece incarna (e regolamenta) lo scontro fra interessi inconciliabili: quelli delle masse popolari e quelli della classe dominante nell’ambito dell’ordinamento borghese del modo di produzione capitalista.

Lenin, nel testo Che fare? affronta l’argomento in modo chiaro, commentando una citazione di Kaustky.
Dice Kaustky:
“Il socialismo, come dottrina, ha evidentemente le sue radici nei rapporti economici contemporanei, al pari della lotta di classe del proletariato; esso deriva, al pari di quest’ultima, dalla lotta contro la miseria e dall’impoverimento delle masse generati dal capitalismo; ma socialismo e lotta di classe nascono uno accanto all’altra e non uno dall’altra; essi sorgono da premesse diverse. La coscienza socialista contemporanea non può sorgere che sulla base di profonde cognizioni scientifiche. Infatti, la scienza economica contemporanea è, al pari della tecnica moderna, una condizione della produzione socialista, e il proletariato, per quanto lo desideri, non può creare né l’una né l’altra; la scienza e la tecnica sorgono entrambe dal processo sociale contemporaneo. Il detentore della scienza non è il proletariato, ma sono gli intellettuali borghesi; anche il socialismo contemporaneo è nato nel cervello di alcuni membri di questo ceto, ed è stato da essi comunicato ai proletari più elevati per il loro sviluppo intellettuale, i quali in seguito lo introducono nella lotta di classe del proletariato, dove le condizioni lo permettono. La coscienza socialista è quindi un elemento importato nella lotta di classe del proletariato dall’esterno, e non qualche cosa che ne sorge spontaneamente (…) compito della socialdemocrazia è di introdurre nel proletariato la coscienza della sua situazione e della sua missione. Non occorrerebbe far questo se la coscienza emanasse da sé dalla lotta di classe.(…)”.

Chiarisce Lenin:
“Dal momento che non si può parlare di una ideologia indipendente, elaborata dalle stesse masse operaie nel corso stesso del loro movimento, la questione si può porre solamente così: o ideologia borghese o ideologia socialista. Non c’è via di mezzo (poiché l’umanità non ha creato una “terza” ideologia, e, d’altronde, in una società dilaniata dagli antagonismi di classe, non potrebbe mai esistere una ideologia al di fuori o al di sopra delle classi). (…) Si parla della spontaneità; ma lo sviluppo spontaneo del movimento operaio fa sì che esso si subordini all’ideologia borghese, perché il movimento operaio spontaneo è il tradunionismo, e il tradunionismo* è l’asservimento ideologico degli operai alla borghesia”.

*Tradunionismo: Il sistema e il tipo di azione sindacale delle trade unions inglesi. Il termine è per lo più usato, nel linguaggio politico e sindacale, con una sfumatura spregiativa o limitativa, che allude a una politica sindacale sostanzialmente riformistica – Treccani

Dal complesso al semplice

In questo anno e oltre di pandemia, il movimento rivendicativo delle masse popolari è diventato ben evidente, conseguentemente all’aggravarsi della situazione generale. Torniamo quindi alla metafora iniziale.
Se si lascia che la mobilitazione rivendicativa faccia il suo corso, essa sarà inevitabilmente incanalata nella corrente principale che la classe dominante impone alla società e diventerà strumento della guerra fra poveri (migliorare le condizioni di uno o l’altro settore delle masse popolari a discapito dei restanti, mettere gli interessi di una parte delle masse popolari in contrapposizione e in concorrenza con l’altra).

Il vecchio movimento comunista ha lasciato in eredità alle masse popolari del nostro paese una diffusa coscienza di classe, un certo modo di vedere le cose, una certa indisponibilità degli elementi avanzati delle masse popolari a subire passivamente e di conseguenza anche la spinta a ribellarsi e a organizzarsi.
Questa eredità la ritroviamo nell’elemento costitutivo di ogni organismo operaio e popolare che si è attivato o che si sta attivando: sono “i compagni” a promuovere la nascita degli organismi, a curarne le attività, a indirizzarli, a legarli l’uno all’altro.
Alla faccia di chi dice che “i compagni non ci sono più”, i compagni, ci sono eccome! Sono le centinaia di migliaia di persone, giovani e meno giovani, che promuovono la resistenza dei lavoratori e delle masse popolari al procedere della crisi.
Quello che è ancora debole è il partito comunista che li orienta e li guida sulla base della concezione comunista del mondo, che traduce la loro mobilitazione e il loro attivismo in operazioni di guerra, che valorizza la loro pratica ai fini della rivoluzione socialista. Il partito comunista è debole, ma c’è!

L’indicazione ai tanti compagni che si rendono conto della necessità di remare contro la corrente del senso comune “tradunionista” che incanala la mobilitazione popolare nella corrente della classe dominante, è quella di fare di ogni mobilitazione, di ogni lotta una scuola di comunismo.
Che significa “scuola di comunismo”? Significa che ogni mobilitazione va condotta in modo da combinare il raggiungimento del suo obiettivo all’elevazione della coscienza di chi la conduce e vi partecipa, vuol dire farne strumento per sviluppare il più ampio protagonismo popolare, favorire la massima partecipazione possibile all’ideazione, alla progettazione, alla direzione e al bilancio di ogni iniziativa; vuol dire sfruttare ogni appiglio che si presenta per fare propaganda del socialismo e mostrarne la necessità; vuol dire praticare e insegnare il materialismo dialettico nell’azione.

Compagni, bisogna fare di ogni mobilitazione il contesto in cui si impara e si insegna alle masse popolari a remare contro corrente, a non lasciar andare le cose secondo il loro corso “naturale” e a imporne uno diverso. Non solo rivendicare, ma imparare a fare a meno delle istituzioni e autorità borghesi, a contare sulle proprie forze e progettare e decidere del presente e del futuro.
Quanto più riusciamo in questo, tanto più si moltiplicheranno le occasioni e gli ambiti in cui si procederà in senso opposto alla corrente principale. Unendo le forze, a un certo grado di sviluppo, riusciremo ad aver la meglio sulla corrente principale, quella della classe dominante e risaliremo il fiume. Come hanno fatto in Russia nel 1917. Come hanno fatto in Cina nel 1949. Così faremo anche in Italia.

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