Il marxismo-leninismo-maoismo, il bilancio dell’esperienza e la rinascita del movimento comunista

È abbastanza facile imbattersi in articoli e documenti che tentano di spiegare le attuali debolezze del movimento comunista del nostro paese, cercandone cause ed effetti nei limiti del vecchio PCI. Di per sé la strada è giusta, a patto di non far coincidere la storia del movimento comunista del nostro paese con la storia del PCI!
All’inizio degli anni ‘60 del secolo scorso, nel nostro paese ha preso forma un’articolata e profonda critica alla direzione del PCI, una critica che ha alimentato la nascita di una miriade di organizzazioni e che ha avuto la sua massima espressione nei due tentativi di ricostruzione di un partito comunista rivoluzionario nel nostro paese: il PCd’I – ML (nato da una scissione dal PCI nel 1966) e le Brigate Rosse (1970).
Entrambi i tentativi sono naufragati, ognuno per motivi specifici e particolari, ma entrambi per non essere stati capaci di portare a una fase superiore di sviluppo l’obiettivo per cui erano nati.
Mentre la borghesia tende a rimuovere dalla storiografia (e dalla storia) il tentativo del PCd’I-ML, che pure non è stato un “partitino insignificante”, ha impiegato tutte le sue energie per criminalizzare le Brigate Rosse al punto che non è difficile incontrare, anche fra chi oggi si definisce comunista, i sostenitori della tesi che si trattasse di “provocatori”, “assassini”, “terroristi”, ecc.
Per un bilancio corretto e organico del movimento comunista del nostro paese non è ammissibile rimuovere il ruolo che ebbero queste due formazioni, molto diverse fra loro, ma accomunate dal fatto di essere la “versione italiana” (cioè la versione in un paese imperialista) della corrente che, nel movimento comunista internazionale, si opponeva al revisionismo moderno che imperversava in URSS e che aveva proprio nel PCI, il “più grande partito comunista d’occidente”, uno dei suoi baluardi.
Capofila della lotta contro il revisionismo moderno fu il Partito Comunista Cinese (PCC) guidato da Mao Tse-tung e, in ruolo minore e solo per una fase circoscritta, il Partito del Lavoro di Albania guidato da Enver Hoxa.

Per comprendere il ruolo del PCI nello schieramento dei revisionisti moderni è sufficiente ricordare che alcuni dei testi di riferimento attraverso cui il PCC ha condotto la lotta ideologica sono rivolti proprio a criticare Togliatti, che del PCI era il Segretario Generale.
“Le divergenze fra il compagno Togliatti e noi” (del 31.12.1962) e “Ancora sulle divergenze fra il compagno Togliatti e noi” (27.1.1963), entrambi presenti nel volume 19 delle Opere di Mao Tse-tung, pubblicate nel 1994 dalle Edizioni Rapporti Sociali, sono testi di riferimento essenziali:
– Per comprendere il contenuto della lotta fra revisionisti moderni e marxisti–leninisti che si contendevano la direzione del movimento comunista internazionale e anche gli argomenti con cui i revisionisti moderni indicavano la necessità di una via al socialismo che fosse “alternativa alla rivoluzione proletaria” giustificando con essa “la fine della lotta di classe e la via della collaborazioni fra le classi”;

– Per comprendere le forme attraverso cui i revisionisti moderni hanno cercato di nascondere il tradimento del marxismo-leninismo di cui erano promotori e fautori, sapendo bene che sarebbero stati isolati e sconfitti se avessero affermato apertamente la loro adesione alla tesi che esso era “superato dalla storia”;

– Per comprendere il carattere universale del marxismo-leninismo e per toccare con mano che tutta la propaganda con cui la sinistra borghese ha intossicato (e ancora intossica) generazioni di giovani, orfani della concezione comunista del mondo, è una montagna di opportunismo e di retorica clericale. Aspetto quest’ultimo di cui il PCI fu maestro indiscusso, dato il ruolo del Vaticano che a Roma ha la sua capitale mondiale;

– Per comprendere – o almeno intuire – la continuità ideologica fra il revisionismo moderno di Togliatti, il “salto anticomunista” del PCI di Berlinguer e la linea di sottomissione alla classe dominante che ha caratterizzato il PRC (con riferimento tanto alla corrente bertinottiana de “il comunismo è una sequela di errori e orrori”, quanto alla corrente dei “vecchi nostalgici” alla Cossutta):

“Si ricorderà anche che quando Eisenhower arrivò in Italia, nel suo viaggio europeo del dicembre 1959, alcuni compagni del Partito comunista italiano si spinsero fino ad affiggere manifesti, distribuire manifestini e organizzare una cerimonia di benvenuto, sollecitando tutti i partiti politici italiani e la popolazione di tutte le categorie a porgergli il “saluto”. Una delle parole d’ordine di benvenuto suonava così: “I comunisti romani salutano Dwigh D. Eisenhower e, a nome di duecentocinquantamila elettori della capitale della Repubblica italiana, esprimono la fiducia e la volontà che non sia delusa la grande speranza di pace accesa nell’animo di tutti i popoli dall’incontro tra il presidente degli Stati Uniti e il primo ministro dell’Unione Sovietica”. Questo “saluto” fu pubblicato ne l’Unità del 4 dicembre 1959. Adesso noi sentiamo dire ancora da alcune persone che Kennedy è anche più interessato di Eisenhower alla pace mondiale e che Kennedy ha mostrato il suo interesse per il mantenimento della pace durante la crisi nei Caraibi.
Si vorrebbe chiedere: “Questo modo di abbellire l’imperialismo degli Stati Uniti è la corretta politica per difendere la pace del mondo? Le incursioni nell’Unione Sovietica di aeroplani spia inviati dall’amministrazione Eisenhower, l’aggressione di Cuba da parte dell’amministrazione Kennedy, gli altri cento e uno atti di aggressione in tutto il mondo da parte dell’imperialismo degli Stati Uniti e le sue minacce alla pace mondiale: non ha tutto ciò ripetutamente confermato la verità che i caporioni dell’imperialismo degli Stati Uniti non sono angeli di pace ma mostri di guerra?
Queste persone che cercano in continuazione di abbellire l’imperialismo, non stanno forse deliberatamente ingannando i popoli del mondo?”. È chiaro come il cristallo che se si desse ascolto a quanto dicono queste persone, l’imperialismo degli Stati Uniti avrebbe cessato di essere il nemico della pace mondiale e pertanto non sarebbe necessario combattere contro la sua politica di aggressione e di guerra. Questa erronea opinione (…) può solo disorientare i popoli del mondo amanti della pace, danneggiare la lotta per la pace nel mondo e aiutare l’imperialismo degli Stati Uniti a realizzare la sua politica di aggressione e di guerra” – “Le divergenze fra il compagno Togliatti e noi”.

– Per comprendere che i limiti e gli errori di chi pure nei paesi imperialisti ha preso parte alla lotta contro i revisionisti moderni – e qui ci limitiamo ovviamente a considerare solo l’Italia – derivano da limiti ideologici. In particolare da due di essi: 1. il dogmatismo, cioè la deformazione del marxismo da parte di chi lo intende come insieme di leggi assolute e immutabili anziché come concezione e metodo che offre risultati diversi a seconda del tempo, del luogo e del contesto in cui si svolge la lotta di classe; 2. l’eclettismo, cioè il tentativo di affrontare i problemi della rivoluzione socialista in un paese imperialista cercando soluzioni in concezioni del mondo diverse dal marxismo-leninismo, in particolare nelle teorie della Scuola di Francoforte (vedi nota alla pagina precedente);

– Per comprendere che la rivoluzione socialista non scoppia:
“Per rovesciare il dominio degli imperialisti e dei reazionari il proletariato e le larghe masse popolari devono passare per lotte aspre e tortuose. Il trono del dominio degli imperialisti e dei reazionari non potrà cadere automaticamente. Se un partito rivoluzionario rinuncia all’obiettivo strategico di rovesciare il vecchio sistema, non crede che il nemico possa essere abbattuto e che si possa vincere, allora esso non condurrà la lotta rivoluzionaria. Un partito rivoluzionario non potrà ottenere la vittoria che si ripromette, se si limita a proclamare l’obiettivo rivoluzionario, non affronta seriamente, prudentemente il nemico nel corso della lotta rivoluzionaria, non accumula e accresce gradualmente le forze rivoluzionarie, ma fa un parlare a vuoto della rivoluzione o tira colpi alla cieca” – “Ancora sulle divergenze fra il compagno Togliatti e noi”.

Ovviamente, gli argomenti riassunti in questo articolo rappresentano solo uno spunto che deve spingere a riprendere questi testi, come più in generale a riprendere l’opera di Mao Tse-tung ai fini dell’elaborazione organica del bilancio del movimento comunista internazionale e italiano.
Il marxismo-leninismo-maoismo contiene le risposte ai problemi che oggi tanti comunisti si pongono, soprattutto i più giovani, e gli insegnamenti per guardare con fiducia e spirito di conquista alla rinascita del movimento comunista nel nostro paese.

Scuola di Francoforte: concezione del mondo elaborata da intellettuali organizzati dall’Istituto per le Scienze Sociali di Francoforte, istituzione fondata negli anni ‘20 del secolo scorso grazie ai fondi messi a disposizione da alcuni gruppi imperialisti tedeschi per contrastare l’influenza ideologica dell’Internazionale Comunista.Le tesi principali della Scuola di Francoforte sono le seguenti.
(…) Non esiste contraddizione tra le forze produttive collettive generate dal capitalismo e i rapporti di produzione capitalisti, contraddizione che secondo il marxismo è la contraddizione fondamentale del capitalismo, che ne determinerà inevitabilmente la fine.
La borghesia imperialista è in grado di governare le contraddizioni della società borghese e di integrare in essa la classe operaia. Quindi il capitale elabora un suo piano (il piano del capitale) in base al quale dirige la società intera.
Il capitalismo è un modo di produzione distruttivo e pervertitore; la sua sostituzione con il comunismo è auspicabile e moralmente necessaria, ma non è un processo storico oggettivo e inevitabile che fa inevitabilmente sorgere nella società le forze che lo attuano.
Promotori della lotta per sostituire il comunismo al capitalismo sono gli intellettuali critici.
(…) Come il revisionismo moderno, la Scuola di Francoforte nega che il capitalismo produce inevitabilmente crisi e guerre, nega il ruolo rivoluzionario della classe operaia, nega che il bilancio del movimento comunista è principalmente positivo. La Scuola di Francoforte ha sempre preteso di essere marxista e i suoi esponenti di essere continuatori critici del marxismo – dal Manifesto Programma del (nuovo)PCI.

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