Nel dibattito politico suscitato dal centenario della fondazione del primo PCI (PCdI, Partito Comunista d’Italia fino al 1943) occupano uno spazio specifico le riflessioni sul ruolo svolto da Amadeo Bordiga (1889-1970), segretario del PCI dal 21 gennaio 1921 fino al 1923. Tra queste risalta quella di Pietro Basso, esponente di Tendenza Internazionalista Rivoluzionaria, uno dei vari gruppi di ammiratori e seguaci di Bordiga (di gran lunga il più diffuso è però Lotta Comunista). Nell’intervista del 19 gennaio all’edizione italiana di Jacobin (rivista della sinistra borghese USA) Basso descrive un Bordiga fondamentalmente vittima della situazione politica irrimediabilmente sfavorevole creata dalla reazione degli anni ’20 e ’30 e delle denigrazioni montate contro di lui dall’Internazionale Comunista. Molte e varie sono le cose dette da Basso a proposito di Bordiga e del suo percorso politico e non mancano tra queste considerazioni critiche verso Bordiga stesso. Tuttavia Basso non spiega quali sono le cause ideologiche e politiche interne alla storia politica dello stesso Bordiga che gli hanno impedito di continuare a dirigere la costruzione del PCI che aveva contribuito a fondare, né cosa ha portato Bordiga addirittura ad abbracciare il più aperto disfattismo e a ritirarsi a vita privata durante il fascismo. Tanto meno spiega cosa ha portato i gruppi bordighisti riemersi nel 1943 a opporsi alla Resistenza promossa dal PCI.

Il centenario della fondazione del primo PCI è l’occasione per rispondere a questi quesiti e giovarci delle lezioni che possiamo ricavarne per oggi. Lo specifico apporto dato da Amadeo Bordiga alla fondazione del primo PCI e l’esito fallimentare della sua direzione che lasciò via libera al fascismo (la Marcia su Roma di Mussolini è dell’ottobre 1922 e il consolidamento del regime fu cosa fatta solo nel 1926) offrono insegnamenti utili per una platea che va ben oltre i seguaci dichiarati del bordighismo. La premessa per individuarli e giovarsene è cimentarsi nella ricerca, accantonando la malsana pratica di addebitare la sconfitta alla situazione politica sfavorevole creata dalla reazione (se la sconfitta a fronte del fascismo era oramai scontata, a cosa sarebbe allora valsa la scissione del PSI e la fondazione del PCI nel 1921?) o attribuire anche quella sconfitta già allo “stalinismo” (l’antistalinismo dei gruppi bordighisti e trotzkisti oramai fiancheggia e alimenta l’anticomunismo di regime e ostacola la comprensione scientifica delle cause per cui il primo PCI non riuscì nel compito per cui era stato costituito).

All’atto della fondazione del PCI il 21 gennaio 1921 Bordiga ebbe l’autorevolezza e la capacità di imporsi alla direzione della neo-costituita sezione dell’Internazionale Comunista. All’interno del PSI impersonava la tradizione e la continuità della lotta contro il riformismo elettoralista dei riformisti (i Turati, Modigliani, Treves, ecc.) e, a differenza di Giacinto Menotti Serrati e dei massimalisti che lo seguirono, non esitò a seguire le direttive dell’IC. Ciò bastò ai delegati di Livorno per eleggerlo a capo indiscusso del Partito. Aver promosso la scissione del PSI e la fondazione del PCI è anche merito e specifico apporto dato da Amadeo Bordiga al movimento comunista del nostro paese.

Tuttavia Bordiga in seno al PSI personificava la concezione del mondo tipica della sinistra dei partiti socialisti e/o socialdemocratici europei aderenti alla II Internazionale. Era la concezione secondo cui la lotta per l’instaurazione del socialismo era un prolungamento delle lotte rivendicative della classe operaia, il risultato del loro allargamento, della loro radicalizzazione, della loro fatale trasformazione in conquista del potere. È la concezione anche dei gruppi bordighisti attuali. Una concezione che confonde il movimento della classe operaia per il miglioramento delle proprie condizioni, con il movimento della classe operaia per emanciparsi dalla borghesia e instaurare il socialismo. È l’economicismo contro cui Lenin in Russia si era scagliato fin dal 1902 con il Che fare?. Una concezione che nei partiti europei, in assenza di omologhi dei bolscevichi, si era consolidata nel tempo come polo di sinistra contrapposto alla destra riformista che prospettava il raggiungimento del “sol dell’avvenire” per ascesa elettorale e attraverso riforme da realizzare in regime di democrazia borghese.

Questo era il ceppo ideologico originario di Bordiga al punto che nella primavera del 1920 Lenin aveva escluso (L’estremismo, malattia infantile del comunismo – aprile-maggio 1920) che Bordiga potesse partecipare alla fondazione del PCI. Anche Gramsci, che pure nell’aprile del 1920 aveva fatto arrivare all’Internazionale Comunista il Programma dell’”ordine nuovo” e della sezione socialista torinese, non aveva una comprensione abbastanza ferma del ruolo determinante, ai fini pratici, della concezione del mondo che doveva guidare il partito perché questi, a sua volta, fosse capace di guidare con strategia e tattiche adeguate le masse popolari alla vittoria: si avvicinò ad essa soltanto grazie alla formazione ideologica e politica ricevuta nel periodo trascorso in URSS tra il 1921 e il 1923. Bordiga invece rimase intrappolato nella sua concezione settaria e fatalista fino a maturare un profondo distacco dalla realtà concreta in cui si trovava ad operare e a deviare in una direzione che lo portò nel giro di alcuni anni dall’essere il primo segretario del PCI nel 1921, all’esser ridotto in minoranza, quindi all’espulsione dal partito nel 1930 e infine al ritiro a vita privata durante il fascismo. Particolarmente gravi furono i danni che Bordiga arrecò nel periodo compreso tra il 1921 e il 1923 all’azione del PCI che appena nato si ritrovò impotente.

1. Non comprendeva il corso delle cose: condizionato dalla visione ristretta della lotta di classe propria di Bordiga (Bordiga considerava tale solo le lotte rivendicative della classe operaia, non vedeva la relativa autonomia di gruppi e movimenti politici, non vedeva che il partito deve avere propri agenti e manovrare in ogni ambiente della società, anche nelle file nemiche) il PCI sottovalutò la reazione fascista e la sua capacità di mobilitare in senso reazionario le masse popolari (sia i suoi settori più imbarbariti dal corso delle cose sia quelli che nel 1919-20 avevano preso parte al Biennio Rosso).

2. Anche tra le masse popolari ebbe una linea politica settaria: Bordiga, nel pieno dell’avanzata fascista, diresse il PCI a isolarsi, a erigere barriere tra classe operaia e masse popolari anziché portare la classe operaia a stabilire la sua egemonia su di esse. Sulla base di questa linea politica Bordiga diresse il PCI ad abbandonare a se stesse le mobilitazioni dove si mescolavano classe operaia e altri settori delle masse popolari; fu con questo approccio che il PCI negò appoggio e direzione al movimento degli Arditi del Popolo (movimento di massa di autodifesa antifascista che poggiava per una parte importante sull’attivismo di reduci della prima guerra mondiale) che anzitutto per questo motivo si esaurì in breve tempo.

3. Non ebbe una strategia: il PCI di Bordiga provava al più a radicalizzare le lotte rivendicative della classe operaia ma queste,  tra il 1921 e il 1923, subirono un brusco riflusso dopo le sconfitte del Biennio Rosso 1919-20; il PCI di Bordiga non aveva una strategia che collegasse il lavoro di massa che il partito conduceva all’obiettivo dell’instaurazione del socialismo, che concepiva, alla maniera della II Internazionale, come il risultato finale di una rivoluzione che sarebbe esplosa spontaneamente. Questo attendismo a lungo andare, nel caso di Bordiga, si trasformò in aperto disfattismo, con il suo ritiro a vita privata.

Bordiga e il bordighismo sono stati la declinazione italiana della corrente del cosiddetto “comunismo di sinistra” che in positivo fu la forma spontanea con cui in Europa avvenne la rottura con i riformisti che negli anni della I guerra mondiale avevano in gran parte tradito (come nel caso dei partiti francese e tedesco che votarono i crediti di guerra) o raggirato (come nel caso del partito italiano che sul problema della guerra decise di non decidere attestandosi al “né aderire né sabotare” di Turati) operai e masse popolari. Tale spirito di rottura era sano ma non era sufficiente per svolgere il ruolo dei partiti rivoluzionari. Occorreva a questi esponenti la profonda assimilazione del marxismo e del leninismo che aveva forgiato il partito russo, la comprensione scientifica della lotta di classe nel rispettivo paese e l’elaborazione strategica che Lenin seppe sviluppare per la Russia. Fu ciò di cui l’Internazionale Comunista prese ad occuparsi a partire dal 1923, una volta posto Antonio Gramsci al vertice del PCI (tema di cui abbiamo trattato nel secondo articolo della nostra rubrica) in una situazione ampiamente compromessa dal consolidamento in atto del regime fascista e con i limiti che Gramsci non aveva superato.

L’esito fallimentare dell’esperienza di Bordiga alla testa del PCI è un prezioso bagaglio di lezioni e insegnamenti per quanti oggi lavorano alla rinascita del movimento comunista cosciente e organizzato nel nostro paese.

Insegna che il movimento comunista per rinascere deve distinguersi dagli assertori del riformismo (oggi ridotto a riformismo senza riforme), ma non può avanzare oltre un livello elementare se basa se stesso, la sua esistenza, il suo sviluppo sulla sola negazione del riformismo. I comunisti devono anzitutto elaborare una propria organica ed autonoma concezione del mondo che includa il bilancio dell’esperienza dei tentativi rivoluzionari passati, l’analisi del corso delle cose, una strategia per dirigere la classe operaia e le masse popolari alla conquista del potere.

Insegna in quali secche è destinato a finire chi oggi, come Bordiga ieri, considera l’allargamento, il collegamento, la radicalizzazione delle lotte rivendicative alla stregua di una strategia per l’instaurazione del socialismo. Insegna che il movimento rivoluzionario della classe operaia che i comunisti devono promuovere è cosa distinta dal suo movimento spontaneo di lotte rivendicative, agitazioni, proteste per il miglioramento delle condizioni di vita: queste sono una palestra fondamentale per alimentare la diffusione della coscienza politica rivoluzionaria. Ma questa non può sorgere spontaneamente insieme alle lotte e ha bisogno di uno specifico organo, il Partito Comunista che la promuove valorizzando anche le lotte spontanee secondo una strategia tesa a prendere il potere.

Insegna infine che è uno sterile e dannoso esercizio di infantilismo politico disertare situazioni e terreni della lotta di classe in nome della loro impurità, una tendenza assai diffusa oggi tra seguaci consapevoli e inconsapevoli di Bordiga. Agli uni e agli altri consigliamo la lettura di False conclusioni da giuste promesse (paragrafo finale di L’estremismo malattia infantile del comunismo). Lenin criticando l’astensionismo di principio di Bordiga (una delle manifestazioni della sua visione ristretta della lotta di classe) dispensa una lezione universalmente valida a proposito dei compiti dei comunisti nella lotta di classe, ben sintetizzata nelle parole usate a conclusione dello scritto.

 “Se i compagni “di sinistra” e antiparlamentari non impareranno fin d’ora a superare nemmeno una difficoltà così piccola, si può dire con certezza che essi o non saranno in grado di instaurare la dittatura del proletariato e di subordinare a sé e di trasformare su grande scala gli intellettuali borghesi e le istituzioni borghesi, o dovranno completare in fretta la loro educazione, e con questa fretta recheranno danni immensi alla causa del proletariato, commetteranno un numero maggiore di errori, dimostreranno debolezza e incapacità superiori alla media, e così via.

Finché la borghesia non è abbattuta e finché, poi, non sono del tutto scomparse la piccola azienda e la piccola produzione di merci, fino ad allora l’ambiente borghese, le abitudini del proprietario, le tradizioni piccolo-borghesi danneggeranno il lavoro proletario, all’esterno come all’interno del movimento operaio, non soltanto nella sfera dell’attività parlamentare, ma inevitabilmente in tutti i campi dell’attività sociale, in tutti i campi, nessuno escluso, della politica e della cultura. Un gravissimo errore, che bisognerà poi sicuramente pagare caro, è il tentativo di respingere, di sottrarsi ora a uno di questi compiti o di queste difficoltà “sgradevoli” nell’uno o nell’altro campo di lavoro. Bisogna studiare e imparare a divenire padroni di tutti i campi di lavoro e di attività, senza eccezione, vincere tutte le difficoltà e tutte le consuetudini, le tradizioni, le abitudini borghesi dovunque e dappertutto. Una diversa impostazione della questione non è una cosa seria, è semplicemente puerile.”

Parole quanto mai attuali per imparare dalla storia del primo PCI e avanzare nella rinascita del movimento comunista.

Parole utili a smascherare i continuatori aperti e mascherati degli errori e dei limiti del bordighismo.

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