“(…) Milioni di persone e interi settori sociali sono a rischio. Attività lavorative la cui esistenza era data per scontata e che fino a ieri in questo sistema erano remunerative ora da questo sistema sono condannate alla sparizione (…)
I ristoratori fanno parte di questa area in grande sofferenza: sono di fatto condannati a morte anche se il governo non osa dirlo e versa loro (ad alcuni di loro) i cosiddetti “ristori” per tenere in piedi l’apparato di propaganda secondo il quale “tutto andrà bene”. Loro e tanti altri come loro sono come una massa di popolazione scaricata in mezzo al mare su un’isola a pelo d’acqua e che nell’arco della giornata sarà sommersa dall’alta marea.
Così procede questa Repubblica diretta fino a questi giorni da un “avvocato” di Bergoglio, con tante belle parole di fede, speranza e carità mentre già 80mila persone sono morte per il virus, i centri cittadini e le intere città da brulicanti che erano dall’oggi al domani diventano deserte, procede a balzi da gigante la crisi economica.
A fronte di questa classe dirigente criminale e ipocrita ribellarsi è giusto, e fanno bene i ristoratori che il 15 gennaio hanno riaperto i locali per la cena, non accettando la condanna a morte lenta della loro attività con quanto di lavoratori include, lavoratori che sia chiaro, sono operai, perchè non c’è differenza tra produrre tortellini alla panna e assi per auto, scooters, acciaio o fili in metallo per pneumatici.
Male fanno tutti quelli che per ignoranza o malafede cercano di isolare la lotta dei lavoratori della ristorazione dalle altre mobilitazioni delle masse popolari in corso, nella scuola, nella sanità, nelle fabbriche, nei luoghi di lavoro pubblici.
Male fanno quegli istituti come Confcommercio e Confesercenti che dichiarano ipocritamente di “essere consapevoli delle sofferenze dei lavoratori” del settore che costoro dovrebbero difendere, ma raccomandano di non infrangere la legge.
Infrangere la legge è necessario quando questa prevede condanna a morte non dichiarata e quando è legge assurda, emanata da uno Stato il cui governo impedisce di lavorare e che si regge sulle tasse di chi lavora.
Confcommercio e Confesercenti raccomandano di stare nella legge così come i sindacati confederali hanno raccomandato di affidarsi alle istituzioni ai lavoratori della Bekaert di Figline Valdarno e prima della Rational di Massa, due tra le tante fabbriche che ora sono regno dei rovi, così come hanno raccomandato e raccomandano di affidarsi alle istituzioni agli operai delle acciaierie di Taranto, di Terni e di Piombino.

(…) La lotta dei lavoratori della ristorazione non può rimanere isolata.
Senza chi produce la materia che i lavoratori trattano, e cioè senza i prodotti alimentari e senza chi li consuma, cioè senza clienti, la loro lotta non ha futuro.

(…) Serve uno Stato che sappia fare fronte alla pandemia sia facendola cessare sia provvedendo alle necessità delle masse popolari, inclusi i lavoratori della ristorazione, fino a che la pandemia dura.
Serve uno Stato socialista, che ha il controllo sulle attività produttive, che ha come fine il benessere materiale e spirituale della popolazione, che nella gestione della società coinvolge la popolazione facendo ciascuno dirigente di sè e responsabile della direzione dell’intero assetto sociale, abolendo progressivamente quell’individualismo che da ideologia della libertà del singolo è passato a essere ideologia della cella, dell’esercizio chiuso dove uno dovrebbe stare ad aspettare la fine, del posto di lavoro nella fabbrica condannata a morte lenta, della stanza di casa dove uno sta a fare il cosiddetto smart working o la didattica a distanza, della stanza d’ospedale dove uno non può vedere i parenti, della Residenza Sanitaria Assistita dove l’anziano è mandato a morire a spese sue e della sua famiglia.

(…) La pandemia è la fase finale di una crisi di lunga durata, che impone la necessità di cambiare la società e noi stessi che ne siamo parte, di abbattere il capitalismo e di costruire il socialismo, di fare dell’Italia un nuovo paese socialista portando a termine il compito iniziato dal primo Partito comunista italiano e da Antonio Gramsci che lo fondò cento anni fa.

Dal Comunicato del 21.01.2021 del Comitato “Aurora” del (nuovo)PCI

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