Editoriale

“C’è contrasto e contrasto – scriveva Pisarev a proposito del contrasto fra sogno e realtà. Il mio sogno può andare oltre il corso naturale degli avvenimenti oppure può deviare in una direzione verso la quale il corso naturale degli avvenimenti non può mai condurre. Nel primo caso, non reca alcun danno; anzi, può incoraggiare e rafforzare l’energia del lavoratore… In quei sogni non c’è nulla che possa pervertire o paralizzare la forza operaia; tutt’al contrario. Se l’uomo fosse completamente sprovvisto della facoltà di sognare in tal maniera, se non sapesse ogni tanto andare oltre il presente e contemplare con l’immaginazione il quadro compiuto dell’opera che è abbozzata dalle sue mani, quale impulso, mi domando, l’indurrebbe a cominciare e a condurre a termine grandi e faticosi lavori nell’arte, nella scienza e nella vita pratica? Il contrasto tra il sogno e la realtà non è affatto dannoso se chi sogna crede fortemente al suo sogno, se osserva attentamente la vita, se confronta le sue osservazioni con le sue fantasticherie, se, in una parola, lavora coscienziosamente all’attuazione del suo sogno. Quando vi è contatto tra il sogno e la vita, tutto è per il meglio.
Sogni di questo genere ve ne sono disgraziatamente troppo pochi nel nostro movimento. E ne hanno colpa soprattutto i rappresentanti della critica legale e del codismo illegale, che fanno pompa della loro ponderatezza, del loro senso della realtà”.

Lenin, Che fare? – 1902

Tutte le prospettive di ripresa di cui cianciano la borghesia e i suoi media (MES, Recovery Fund, “mantenere o riconquistare la fiducia dei mercati”, ecc.) poggiano sulla menzogna che le masse popolari e la classe dominante hanno gli stessi interessi, che devono collaborare per il bene comune, che la salvezza delle prime dipende dalle fortune della seconda.
La verità è che viviamo nel pieno di una situazione rivoluzionaria in sviluppo che si concluderà solo con il superamento del capitalismo e l’instaurazione del socialismo. 

“Bisogna essere realisti” dicono tanti che pure si dichiarano eredi e continuatori del movimento comunista: “non ci sono le condizioni per la rivoluzione socialista”. E giù con una serie di luoghi comuni: “la borghesia imperialista è troppo forte”, “ci vuole un partito comunista grande e forte che non c’è”, “ci vuole un movimento rivoluzionario degli operai e delle masse popolari già dispiegato e invece non si muove niente”.
Ma compagni, questo non è realismo! È disfattismo. O nel migliore dei casi è l’atteggiamento di chi aspetta che la rivoluzione socialista cada dal cielo.
Le ricadute pratiche sono comunque ben evidenti: alcuni riducono la loro attività principale alla partecipazione alle elezioni – in attesa e nella speranza che il (loro) partito comunista diventi grande e forte – mentre altri, in attesa e nella speranza che il movimento popolare diventi “rivoluzionario”, si dedicano al sostegno e alla promozione delle lotte rivendicative.
Ecco come si passa dai grandi sogni alle pie illusioni.

L’instaurazione del socialismo è il sogno di un futuro i cui presupposti sono ben presenti nella realtà delle cose. Bisogna imparare a vederli, a valorizzarli e a farli valere sul corso spontaneo delle cose. Bisogna organizzarsi per trasformare la realtà!
La classe dominante non è forte: è frammentata e invischiata fino al collo in una guerra per bande sempre più aperta e spietata (vedi articolo “Gli imperialisti USA sono tigri di carta” a pag. 7).
Il partito comunista non nasce grande e forte, ma lo diventa man mano che dirige la lotta politica rivoluzionaria.
Il movimento rivoluzionario non “cade dal cielo”, ma è la diretta conseguenza – il risultato – dell’azione dei comunisti nel movimento spontaneo con cui le masse popolari resistono agli effetti della crisi.
Questi sono alcuni degli insegnamenti che ricaviamo dalla grandiosa esperienza della prima ondata della rivoluzione proletaria.

C’è sogno e sogno, ricordava Lenin. Sognare nel modo giusto è una questione di concezione.
A fronte dei disfattisti che ci dicevano che la classe operaia non esiste, nel marzo scorso abbiamo visto gli operai costringere i padroni a scendere a patti a suon di scioperi, anche contro la volontà e le indicazioni dei sindacati di regime.
A fronte di chi dice che i lavoratori sono “troppo precari e troppo frammentati” per lottare, in piena pandemia abbiamo visto i riders bloccare le vie di Milano, Torino e Bologna con le loro biciclette.
A fronte di coloro che dipingono i giovani come “persi” dietro le insegne luminose del capitalismo e del consumismo, abbiamo visto studenti delle medie superiori occupare le scuole per tornare in classe a studiare.
Dove alcuni vedono solo padroncini ed evasori fiscali, noi abbiamo trovato lavoratori autonomi che scendono in strada e coordinano piattaforme collettive di mobilitazione, li abbiamo visti sostenere le brigate volontarie per l’emergenza e sfidare le leggi che li massacrano per garantire i colossi dell’e-commerce.
A fronte di chi dipinge un paese ormai piegato al “moderno fascismo” abbiamo visto gli abitanti delle coste della Calabria, della Sicilia e della Campania accogliere i migranti stremati da viaggi da incubo.
Vediamo tante cose che, per una questione di concezione del mondo, i disfattisti e gli attendisti non vedono o non vogliono vedere. E non ci limitiamo a osservarle.
Ci poniamo la questione di valorizzare l’azione degli organismi operai e popolari che già esistono e ci mobilitiamo per farne nascere di nuovi dove ancora non ci sono: nelle aziende capitaliste, nelle aziende pubbliche, nelle scuole, nei quartieri, fra le Partite IVA, ecc.
Lavoriamo per rafforzare gli organismi operai e popolari affinché individuino le misure che sono conformi ai loro interessi e si mobilitino per attuarle direttamente e da subito, con i mezzi che hanno a disposizione.
Promuoviamo il coordinamento degli organismi operai e popolari in modo che costituiscano una rete che sia la più estesa possibile.

È un’opera che ha mille relazioni e legami con le lotte rivendicative, con gli scioperi e le proteste, con la partecipazione al teatrino della lotta politica borghese e anche con le attività che parte delle masse popolari già svolgono nei partiti borghesi e nei sindacati di regime, ma in definitiva il suo contenuto è diverso.
Il centro della questione non è chiedere riforme, misure di distribuzione della ricchezza, misure di sostegno e tutela dei diritti, ma contendere alla classe dominante il ruolo di direzione della società.
Questa è la strada per imporre alla classe dominante un governo di emergenza delle masse popolari, il governo che serve al paese (vedi “La crisi dilaga…” a pag. 1).

È un sogno? È un sogno, certo. Più realistico di convincere i lupi a diventare agnelli, più concreto di sperare, genericamente, che le cose cambino: è lo sviluppo positivo, cosciente e organizzato di tutto ciò che oggi si muove su spinta degli effetti della crisi generale in cui si dibatte il capitalismo.

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A. Gramsci

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