La tassa patrimoniale è il “sogno proibito” della sinistra borghese che ciclicamente torna a far discutere. In questo periodo, il dibattito nasce dal crescente divario tra un numero ristretto di ricchi sempre più ricchi e la massa crescente di poveri e dalle preoccupazioni per la crescita esponenziale della spesa pubblica (dovuta alla crescita del debito pubblico).
Più che “sogno proibito” la patrimoniale è un sogno impossibile, o meglio, un’illusione e un imbroglio.

Un’illusione, perché in un paese come l’Italia, in cui il Vaticano ha da insegnare a tutti in materia di scudi fiscali e omissione di patrimoni, gli oppositori alla patrimoniale hanno, per il momento, tutto il potere per impedire che venga approvata.
Un imbroglio, perché, stante la libera circolazione di capitali, sono pochi “i fessi” che hanno il patrimonio in chiaro, pertanto anche se la tassa venisse approvata, la sua efficacia in termini di redistribuzione della ricchezza sarebbe davvero poca cosa rispetto all’enormità dei patrimoni esistenti al nero.

Va escluso che la tassa patrimoniale possa essere varata da un governo che è espressione della classe dominante, senza un’ampia mobilitazione capace di fargliela ingoiare. Qualora fosse costretto a ingoiarla cercherebbe – e troverebbe comunque – il modo per preservare i grandi capitali, depositati all’estero nei paradisi fiscali o in qualche “scatola cinese” dei meccanismi della finanza.
Infine, le maggiori entrate di un’eventuale patrimoniale sarebbero usate per alimentare il circuito della speculazione finanziaria internazionale (la formula è “per ridurre il debito pubblico”), non certo per finanziare sanità, istruzione pubblica o per creare posti di lavoro.
La tassa patrimoniale è un tipico “miraggio” della socialdemocrazia e del riformismo: nel socialismo i grandi possidenti vengono espropriati di tutto e non c’è da discutere su quanto debbano pagare di tasse.
Tuttavia, noi non siamo pregiudizialmente contro la patrimoniale: finché permane la società borghese è una rivendicazione giusta e utile, se diventa strumento di mobilitazione delle masse popolari ai fini della costruzione del Governo di Blocco Popolare che – per inciso – è l’unico governo che può colpire i grandi capitali attuando le misure necessarie (ad esempio, la nazionalizzazione delle banche).
Pertanto non diciamo “NO alla patrimoniale”, ma il nostro Sì non si limita alla mera propaganda e alla rivendicazione: è vincolato e finalizzato al darsi i mezzi per imporla, attuarla, renderla efficace.

Del resto, pensare che sia un governo borghese a tassare i grandi patrimoni è pura fantasia. Lo Stato, attualmente, garantisce anche il patrimonio di Alberto Genovese, per citarne uno tra tanti, il noto “manager” finito recentemente in carcere per le efferate violenze sessuali contro le ragazzine. I giornali della borghesia italiana piangono l’incarcerazione di “una brillante mente dell’imprenditoria”, altro che rivalsa sul patrimonio!
Anziché alimentare illusioni con le chiacchiere “patrimoniale sì o patrimoniale no”, riteniamo più utile alimentare la mobilitazione per attuare da subito la redistribuzione della ricchezza in favore delle masse popolari, ad opera delle masse stesse. È quanto hanno fatto, ad esempio, le brigate volontarie per l’emergenza di Pisa e di Milano (vedi articolo a pag. 6 sulla Brigata di Milano Sud), con iniziative di lotta per spingere le catene della grande distribuzione organizzata a contribuire direttamente (con soldi e prodotti) alla distribuzione di pacchi alimentari.
Non manca, certamente, chi le accusa di prepotenza o persino di estorsione, ma il loro è un esempio positivo di come costringere i ricchi a versare una parte dei loro soldi (nel caso specifico, una piccola parte degli utili di aziende che hanno fatto i miliardi con la pandemia) per sostenere le masse popolari travolte dalla crisi.

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