Rilanciamo a seguire l’intervista realizzata con Renata Zago esponente autorevole del comitato “Nascere a Latisana”. L’intervista è utile perché ricostruisce la storia della lotta del suo comitato ed offre tanti spunti per tutti quegli esponenti di comitati, organismi e collettivi che vogliono mettersi su questa strada, ovvero quella di organizzarsi e mobilitarsi in difesa della sanità pubblica.

L’esperienza del comitato di Latisana è utile innanzitutto per i seguenti aspetti:

  1. mostra bene come una delle questioni decisive per vincere una battaglia è quella di rendere la vertenza, la lotta o la rivendicazione una questione di opinione e di ordine pubblico. Le interviste, le striscionate nella città, i banchetti informativi e tutte le azioni devono andare in questa direzione, perché così facendo la lotta diventa sempre più patrimonio collettivo, allarga le sue file e può far leva su un senso comune diffuso che la rafforza;
  2. mostra bene in che modo è possibile incalzare, spingere e porre le condizioni perché esponenti di consigli comunali, consigli regionali e perfino dei governi si mettano al servizio delle mobilitazioni, delle battaglie delle masse popolari non limitandosi a esprimere sostegno ma battagliando perché le misure proposte dai comitati abbiano forza e forma di legge. La cosa è importante perchè attiene anche allo sviluppo della lotta politica in questa precisa fase, fare quello che attivisti ed eletti del M5S hanno fatto a sostegno di questa lotta è da esempio su quale sia la strada che l’attuale M5S deve perseguire per risalire la china in un cui è scivolato a partire dal 2018 (con la costituzione del governo con la Lega e poi col PD) e che oggi è l’essenza della lotta interna a quell’organizzazione politica;
  3. mostra, infine, che la consapevolezza, l’approfondimento e lo studio della materia su cui ci si mobilita è un alimento importante per fomentare e appassionare le masse alla lotta. Studio e approfondimento che le masse popolari possono acquisire mettendo a disposizione delle proprie battaglie tecnici, esperti e lavoratori del settore.

Un aspetto decisivo, che aggiungiamo quale spunto di riflessione a questa intervista e che riguarda tutte le esperienze di comitati di lotta che vincono e portano a compimento la propria vertenza, è quello di non sciogliersi, né arrestare la propria azione, ma agire per difendere e tutelare quella conquista, sia legandosi alla più complessiva battaglia in difesa della sanità pubblica nel territorio di competenza ma anche a livello nazionale, sia monitorando e sottoponendo a controllo popolare l’operato di chi dirige il territorio e le aziende perché quella conquista non venga ritirata e messa in discussione nel tempo. Nel sistema capitalista ogni vittoria e ogni conquista è transitoria, per cui anche quando l’opera per cui ci mettiamo in cammino arriva a un primo compimento, dobbiamo concepirla come la chiusura di una fase e l’apertura di una nuova. Con questo spirito e questo contributo rilanciamo l’interessante e importante esperienza del comitato “Nascere a Latisana”. Buona lettura.

***

Renata, ti chiedo di presentarti brevemente (di dove sei, che lavoro svolgi, esperienza politica e di attivismo civico, ecc.)

Mi chiamo Renata Zago e abito in provincia di Udine, più precisamente a Latisana.

Sono un dipendente pubblico e da una decina anni presiedo un’associazione familiare senza scopo di lucro attiva sul territorio con iniziative a favore di bambini, ragazzi e genitori (percorsi genitoriali, doposcuola, centri estivi ecc.).

Quando si è  profilata la problematica relativa al punto nascita si è pensato di coinvolgere anche me proprio in relazione all’attività dell’associazione che presiedo.

 

Per quali ragioni nasce il comitato “Nascere a Latisana”? Ci puoi raccontare la sua storia, il suo percorso?

Il comitato “Nascere a Latisana” nasce a novembre 2012 quando l’allora Giunta Regionale di centrodestra formalizzò un atto in cui prevedeva la chiusura di alcuni punti nascita, tra cui Latisana, aggrappandosi al pretesto del mancato conseguimento dei 500 parti. Parlo di pretesto perché poi, nell’arco della vita del Comitato, abbiamo dimostrato che questo parametro è un “alibi” adottato spesso dalla politica perché facile da comunicare, ma che non è garanzia di una concatenazione diretta causa-effetto tra il numero dei parti e la sicurezza di mamma e nascituro, soprattutto perché la sicurezza dipende da tutta una serie di fattori, anche strutturali.

Siamo quindi partite (una decina di donne “in età non più fertile” come ci hanno apostrofato alcuni detrattori) con una raccolta firme per una petizione all’Amministrazione regionale in cui chiedevamo di rivedere le decisioni adottate con l’atto sopra menzionato; ci fece da garante un consigliere regionale di SEL, ma la petizione non venne neanche mai presa in considerazione dall’Amministrazione regionale.

Nel 2013 nuove elezioni portarono ad un’Amministrazione regionale di centrosinistra che ci premurammo di incontrare immediatamente. Intanto avevamo raccolto e studiato moltissimo materiale che ci consentivano di conoscere molti meccanismi di sanità e politica. Sul territorio eravamo molto riconosciute perché continuavamo ad organizzare banchetti ed incontri informativi, convinte che solo informando si poteva fare massa critica ed avere qualche speranza di riuscita, dato che non disponevamo né di mezzi economici né di conoscenze specialistiche né di particolari appoggi politici.

Maturata la convinzione che, se cadeva il punto nascita, sarebbe poi stato smantellato progressivamente tutto l’ospe­da­­le, nel 2015 abbiamo promosso un’altra raccolta firme, elencando 10 ragioni oggettive per cui il nostro punto nascita doveva rimanere aperto (vedasi fac-simile delle cartoline su cui abbiamo raccolto migliaia di firme, “inondando” gli uffici regionali al momento della consegna).

Il nostro competitor diretto (l’ospeda­le di Palmanova) non posse­deva strutture che potessero gareggiare con le nostre né per modernità né per comfort ma purtroppo la città era governata da un sindaco che faceva parte del cerchio magico dell’allora Presidente del Friuli Venezia Giulia (non sono parole mie, ma del TAR), quindi politicamente molto forte, anche all’interno del suo stesso partito.

La nostra linea è invece sempre stata quella di lavo­rare  pro e non contro, senza alimentare inutili contrapposizioni fra territori che giovano soltanto a chi sta al potere e penalizzano i cittadini di entrambe i territori. Quindi, ci tengo a sottolineare, noi non abbiamo mai chiesto la chiusura del punto nascita di Palmanova e abbiamo sempre fatto leva sulle ragioni oggettive che ritenevamo essere dalla nostra parte per l’apertura, che alla lunga hanno poi finito per prevalere; invece così non ha fatto il sindaco di quel paese, che ha addirittura dichiarato alla stampa che il nostro punto nascita non era sicuro procurando allarme alle partorienti e ha parlato a sproposito di neonati morti, cosa per la quale è stato querelato da alcuni medici dell’ospedale di Latisana. Riporto queste cose solo per dare l’idea di quanto duro sia stato lo scontro.

Nel frattempo fummo avvicinate dai referenti locali del M5S e scoprimmo che da tempo il livello regionale si era speso a favore del nostro punto nascita, condividendo gran parte delle motivazioni da noi sostenute; l’appoggio divenne via via più concreto e un Consigliere regionale M5S divenne il garante della nostra seconda petizione, che poi arrivò ad essere discussa nella Commissione consiliare competente, dopo l’audizione del Comitato e dei sindaci delle due cittadine.

Il M5S propose in Consiglio regionale una mozione secca a favore di Latisana, che fu bocciata ma fece molto scalpore, spaccò in due l’aula ed ebbe il grande merito di rendere nota la nostra vicenda divenne nota in tutta la regione attraverso tutti gli organi di stampa.

Dovendo autofinanziarci, nel corso della nostra attività abbiamo dovuto inventarci delle iniziative creative per attirare l’attenzione dei media: ad esempio abbiamo raccolto e “restituito” in segno di protesta alla Presidente della Regione 800 tessere elettorali dei nostri concittadini; indetto marce dimostrative, anche attraverso più paesi, con la partecipazione di una decina di sindaci; pavesato l’intero paese di striscioni colorati di messaggi alla Regione; partecipato a varie manifestazioni di protesta sulla sanità in tutta la regione; raccolto centinaia di selfie con messaggi di protesta, poi portati alla Commissione consiliare Sanità; ci siamo travestite da uomo-sandwich quando non volevano farci parlare al passaggio dei “potenti”, in modo da veicolare comunque i nostri messaggi, anche se silenziate; Mi Manda Raitre ci ha dedicato un intero servizio (su sollecitazione di Angelo Larosa, che ringrazierò sempre!) e abbiamo ottenuto articoli di stampa a livello nazionale; abbiamo affrontato in pubblico l’intera struttura di vertice dell’Azienda sanitaria, filmando la dichiarazione del Direttore Generale che il punto nascita di Palmanova seppur non a norma di legge dal punto di vista strutturale; e mille altre cose che in parte ho anche dimenticato.

I social hanno rappresentato per noi un veicolo importantissimo per qualsiasi iniziativa, soprattutto se estemporanea come i flash mob, anche perché a volte le notizie che ci riguardavano non riuscivano ad arrivare ai giornali…

La cittadinanza ci è sempre stata vicina in queste iniziative e pian piano si è diffuso un sapere condiviso che sicuramente ha fatto crescere i concittadini della nostra zona, dato che noi non ne abbiamo mai fatto una questione di campanile, della sola Latisana, convinte che l’ospedale sia di tutto il comprensorio a cui serve.

L’8 marzo (sic!) 2016, il punto nascita di Latisana fu “sospeso” con la scusa che mancavano i pediatri. La politica non ha avuto la forza di chiuderlo definitivamente e si è servita di un tecnico (DG) che ha fatto mancare le risorse umane (stranamente solo a Latisana, nonostante il presidio fosse unico Latisana-Palmanova). Noi non ci siamo date per vinte ed abbiamo continuato a lavorare consapevoli che, se non lo avevano chiuso definitivamente, potevamo ancora trovare un pertugio da cui scardinare l’intero impianto.

In Consiglio regionale sono state in seguito presentate ancora mozioni a favore di Latisana, sia dal M5S sia da altre forze politiche, tra cui una che aveva come primo firmatario l’attuale assessore regionale alla Sanità, di Forza Italia.

Al momento delle elezioni comunali a Latisana abbiamo chiesto un impegno scritto a ciascun candidato con alcuni punti, tra cui un Consiglio comunale alla presenza di presidente della regione e assessora regionale alla sanità: in quell’occasione la presidente mentì (e fu verbalizzato) su una richiesta di deroga al Ministero che in realtà la Regione non aveva mai inviato. Questa fu l’occasione per una ennesima petizione di migliaia di firme che chiedeva (senza ottenere risposta) che si ammettesse quell’errore e si chiedesse la deroga al Ministero.

Si arriva quindi al 2018, con nuove elezioni regionali, e la questione sanità diventa centrale nei programmi di tutti. Io, che non ho mai fatto politica attiva in vita mia, mi dimetto da Presidente del Comitato e mi candido con il M5S, il quale inserisce tra i punti qualificanti del suo programma la riapertura del punto nascita “sospeso”.

Il futuro presidente Fedriga (Lega) gira un video in cui promette esplicitamente, se avesse vinto, la riapertura di punto nascita e pediatria a Latisana. Una volta eletto, abbiamo proiettato ininterrottamente quel video sulla nostra pagina Facebook ed abbiamo cominciato a fare pressione per avere una data certa, che non veniva fissata; abbiamo quindi riempito le vetrine ed i balconi del paese con striscioni riportanti il messaggio “mantenete le promesse elettorali” e li abbiamo tolti solo quando il punto nascita è stato riaperto (29 luglio 2019). Noi non siamo nemmeno state invitate, ma ci siamo andate comunque e quel giorno il Comitato si è ufficialmente sciolto perché ha raggiunto lo scopo per cui si era formato.

 

Parlaci dei numeri della sanità pubblica in Friuli e quelli della sanità privata, saresti in grado di fare un riscontro e delle tue valutazioni?

Nonostante il recente rapporto della Bocconi certifichi che nella nostra regione un terzo delle strutture di ricovero appartengono al privato accreditato, è difficile calcolare esattamente una percentuale, soprattutto per quello che riguarda le prestazioni ambulatoriali, che sono il vero business del privato accreditato.

L’Amministrazione regionale dichiara numeri bassissimi, con percentuali a una sola cifra, mentre la percezione sul territorio è di un progressivo e costante aumento del privato accreditato (a mio avviso almeno il doppio di quanto ufficialmente dichiarato).

Vale la pena sottolineare, a questo proposito, che nell’ultima riforma sanitaria l’Amministrazione regionale ha voluto dichiarare esplicitamente che il privato accreditato concorre a formare il Servizio Sanitario Regionale al pari delle strutture pubbliche: la strada è quindi chiaramente segnata.

 

Come è andata a finire la vostra lotta? Si è evoluta nel corso degli anni? Avete, nel vostro percorso, costruito confronti con altre realtà territoriali e nazionali?

Si, sicuramente siamo cresciute noi come persone e come cittadini; e sono cresciuti anche i nostri concittadini che hanno appreso cose di cui (come noi) prima non sapevano nemmeno l’esistenza.

È stato fondamentale incontrare prima i comitati della nostra regione e poi quelli delle altre regioni d’Italia (a Milano, a Volterra, a Bologna ecc.) perché:

  • abbiamo capito che eravamo un tassello di un unico disegno teso a sfiancare la sanità pubblica, disegno che ha lo stesso modus operandi in tutta Italia. Detta sommariamente, la strategia è quella di chiudere prima il punto nascita, poi il pronto soccorso, poi tutto l’ospedale e far fornire i servizi al privato accreditato, che però sceglie solo quelli più remunerativi;
  • mettersi in rete stimola il confronto e genera nuove idee;
  • si possono replicare esperienze già efficacemente attuate in altri territori;
  • ci si può scambiare conoscenze ed entrare in circuiti più grandi (fondamentale per una realtà di periferia come il FVG, che ha solo 1.200.000 abitanti, tanti quanti un quartiere di Milano…);
  • l’unione fa la forza, come dice un vecchio proverbio, e se non fai massa critica non sei visibile e quindi non sei efficace.

Il metterci in rete ci ha incoraggiato a fare fronte comune per opporci in maniera forte alla riforma sanitaria del 2014: siamo riusciti ad aggregarci con altri otto comitati regionali sotto la sigla Comitato Referendario Abrogativo Legge Sanità FVG, di cui sono stata eletta portavoce, ed a proporre un quesito per l’abrogazione integrale della legge. L’Ufficio di Presidenza della Regione, chiamato a decidere dell’ammissibilità del quesito, non volle prendere alcuna posizione (e in quel caso evidenziammo un grave vulnus giuridico fino ad allora sconosciuto a tutti, che in seguito alla nostra vicenda portò alla modifica delle procedure) e rimandò la questione alle decisioni dell’aula.

I media ci riservarono le prime pagine. Arrivammo in Consiglio regionale con ben 4 autobus (mai visto prima) pieni di cittadini che continuavano a manifestare sotto il Consiglio regionale a discussione in corso e dovemmo alternarci in aula perché non c’era posto per tutti. La discussione continuò per di­ver­se ore e alla fine la maggio­ranza riuscì ad opporsi all’in­di­­zione del re­fe­rendum, sep­pur con qualche astensione e l’uni­­co voto contrario del solito, testarda­mente coerente consigliere di SEL (con un intervento me­ra­viglioso sulle ragioni del fare politica che sug­­­­gerisco cal­damente di ri­a­scoltare in re­te), il quale “pagò” quel voto pas­san­do poi al gruppo misto perché in aperto contrasto con i suoi colleghi di partito.

Noi Comitati diffondemmo per trasparenza sui social nomi, fac­ce e voto espresso; per un bel po’ i giornali (anche nazionali) si occuparono di noi, la protesta fu registrata in diversi interventi in Parlamento, la sanità diventò cuore del dibattito politico fino alla fine della legislatura, alcune carriere politiche risentirono del voto di quel giorno e della pubblicità che noi demmo alle posizioni prese.

 

Che rapporto si è costruito con i cittadini e con i lavoratori del settore sanitario? C’è stato anche un loro coinvolgimento? Se si in che misura e modo?

Dei cittadini ho già detto prima, ma mi preme sottolineare che il loro coinvolgimento è passato molto anche attraverso la stampa locale e regionale, che devo ringraziare davvero perché hanno sempre dato spazio e visibilità alla nostra vicenda con spirito di servizio.

Gli operatori sanitari ci sono stati molto vicini, tant’è vero che ad un certo punto la direzione aziendale ha diramato degli ordini di servizio (secondo me dei veri abusi) minacciando sanzioni pesantissime a chiunque avesse parlato del proprio lavoro fuori dall’ospedale. E i sindacati? Muti.

Nonostante questo, con le dovute precauzioni, il flusso delle informazioni non ci è mai mancato e nemmeno la formazione di noi neofite, con lunghe ore spese da alcuni operatori a spiegarci i meccanismi aziendali e giuridici, i dati, le evidenze.

E a dispetto delle minacce di sanzioni (in alcuni casi anche messe ingiustamente in atto) bisogna ricordare che ad un certo punto ben 47 medici dell’ospedale di Latisana hanno avuto il coraggio di firmare una lettera in cui dichiaravano, in aperta polemica con la direzione aziendale e con la politica regionale, che se veniva chiuso il punto nascita sarebbe mancata la sicurezza dell’ospedale di Latisana.

Per quanto riguarda l’aumentata consapevolezza dei cittadini, dati i numerosi comitati nati in tutta la regione con cui ci siamo messi in rete, il nostro Comitato ha tentato di far istituire un meccanismo di partecipazione che partisse dal basso, con l’istituzione di Commissioni Popolari per la Salute (guardando un po’ all’esperienza di Napoli), almeno nei Comuni sede di strutture ospedaliere: questo avrebbe consentito agli amministratori di informare costantemente i cittadini (evitando di metterli davanti a fatti compiuti) e avrebbe consentito ai cittadini di svolgere quel ruolo di antenne sul territorio che avrebbero coadiuvato gli amministratori nella registrazione dei bisogni di salute. Fummo audite dalla competente Commis­sione consiliare e il M5S si fece parte attiva nel proporre un emendamento al fine di inserire la costituzione di queste Commissioni popolari all’interno della legge di riforma sanitaria, ma l’emendamento fu bocciato.

 

Una domanda rispetto al ruolo della amministrazioni locali e regionali e le varie figure istituzionali che le compongono: che rapporto avete avuto con loro? Immagino non sia stato semplice il rapporto con le istituzioni.

Come sempre non è giusto generalizzare, perché sono le donne e gli uomini che fanno la differenza.

Ci sono state amministrazioni di paesi molto piccoli che, credendo nella causa, hanno avuto il coraggio di mettersi di traverso a decisioni palesemente assurde di enti sovraordinati; per converso, ci sono stati amministratori di realtà importanti che ci hanno visto come fumo negli occhi perché “facevamo ombra” (cit.) a loro. E poi ci sono stati amministratori che, pur non avendo alcun legame territoriale con la nostra vicenda, si sono battuti come leoni per amor di giustizia: e scusate se è poco!

Nel complesso direi che abbiamo avuto la fortuna di venire in contatto con molti amministratori – di tutto l’arco costituzionale e che magari adesso siedono non solo a Trieste ma anche a Roma – e di poter valutare le loro azioni. È una grande opportunità, che non capita a tutti e che ci ha fatto crescere molto come cittadini attivi.

 

Tu fai parte anche di un meet-up del M5S, che anche in passato a livello nazionale ha sempre sostenuto la lotta per la sanità pubblica e per l’accesso universale alle cure. Che ruolo ha avuto rispetto al comitato? Ci sono stati anche altri organismi politici che sul territorio hanno sostenuto il vostro percorso? Se si in che modo?

Si, ho conosciuto il M5S nel 2015 e con il passare del tempo mi sono sempre più convinta che le modalità di attivismo e le idee che proponeva erano vicine alle mie corde e ho deciso di far parte di quel gruppo che, come ricordi anche tu, si è sempre speso per la sanità pubblica e l’accesso universale alle cure. Per questo, ad un certo punto del mio percorso, prima mi sono dimessa dalla Presidenza del Comitato e, in seguito, mi sono candidata alle elezioni regionali.

Il Comitato è stato avvicinato indifferentemente da tutte le forze politiche, dalle liste civiche ai partiti più strutturati, di tutto l’arco costituzionale; ha dialogato con tutti, con maggiore o minor soddisfazione, tenendo sempre aperta la porta e cercando di evitare le strumentalizzazioni, anche se a volte abbiamo pagato un caro prezzo in termini personali.

Io personalmente, poi, sono stata insistentemente contattata da altre forze politiche sia per le elezioni comunali che per quelle regionali, ma ho seguito le mie convinzioni.

 

Ci avviciniamo alla chiusura contestualizzando anche l’esperienza tua e del comitato “Nascere a Latisana” alla luce dell’emergenza sanitaria. Molti comitati nati in difesa della sanità pubblica in tutta Italia hanno manifestato la propria posizione additando proprio allo smantellamento della sanità pubblica (blocco assunzioni, depotenziamento delle strutture, chiusura di ospedali ecc.) la causa principale dell’emergenza sanitaria. Puoi confermarlo? Nel tuo territorio, ad esempio, come si sta manifestando questa emergenza? Cosa pensi andrebbe fatto per farvi fronte in maniera più adeguata?

Sicuramente lo smantellamento della sanità pubblica passa attraverso quella che io definisco la “strategia dell’acqua alla pianta”: se tu dai poca acqua ad una pianta, questa comincia ad avvizzire e poi appassisce; a quel punto nessuno potrà dirti niente se la butterai via, perché tanto era morta…

Ecco: l’acqua in sanità è rappresentata dalla corretta dotazione di risorse umane; da indicatori che premiano il miglioramento della salute della popolazione e non i tagli di spesa; da strumentazioni che non sono obsolete; da strutture adeguate e manutentate, da investimenti oculati e non a pioggia.

La terribile pandemia che stiamo vivendo ci ha portato anche una sorpresa inaspettata: improvvisamente sono diventati familiari a tutti alcuni concetti che noi Comitati da anni abbiamo cercato di far passare, girando un po’ tutta l’Italia: il diritto sancito dall’art. 32 della Costituzione; l’indispensabilità di avere una buona sanità pubblica, che non è necessariamente una sanità più costosa; l’eresia insita nella mercificazione della salute; il drammatico fallimento di quella sanità lombarda che veniva narrata come eccellenza assoluta nella vulgata corrente fino a un anno fa; il criminale viluppo tra potere e sanità; la drammaticità del regionalismo differenziato che porta un 65enne calabrese ad avere un’aspettativa di ulteriore vita senza limitazioni funzionali di 7,9 anni mentre il suo omologo della provincia di Trento ha davanti a sé ben 11,9 anni: uno scarto di 3,4 anni vi sembra poco?

Speriamo che le persone mantengano la memoria di queste cose anche quando sarà passata l’emergenza, perché spesso hanno la memoria corta.

 

Secondo te che ruolo possono assumere i comitati in difesa della sanità pubblica in questa fase?

I Comitati possono sempre giocare ruoli importanti se sono veri comitati, cioè a condizione che: i partiti non ne siano la longa manus; le rivendicazioni poggino su motivazioni solide e non strumentali o di campanile; sappiano guardare anche al di là del loro orticello, pur mantenendo la propria risonanza locale; gli operatori della sanità sappiano informarli e sostenerli, alleandosi con loro.

Purtroppo, nella nostra esperienza, spesso la politica dei partiti non ama i Comitati: li vede come antagonisti, li osteggia come se fossero dei rivali oppure cerca di cavalcarli. È un vero peccato, perché l’alleanza con le amministrazioni locali porterebbe solo vantaggi per i cittadini, amplificando l’efficacia delle azioni.

Neppure i sindacati strutturati, nella nostra esperienza, amano i Comitati, forse perché temono di essere da questi soppiantati.

Chi veramente stima i Comitati e cammina insieme a loro sono tutti quei politici (ne abbiamo incontrati in ogni schieramento) che concepiscono la politica come servizio e non come mestiere, condividendo in questo la sensibilità dei Comitati. Perché, diciamocelo: che cos’è l’attività di un Comitato se non una nobile forma di politica? Cittadini che danno il loro tempo volontariamente e gratuitamente per una causa comune, senza chiedere in cambio nulla se non di vedere riconosciuto il proprio diritto alla salute… non è Politica con la “P” maiuscola, questa?

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