E’ sotto gli occhi di tutti il disastro in cui versa la Sardegna. Dal punto di vista produttivo, è la regione delle vertenze: dalle più famose Eurallumina e SyderAlloys (attorno alle quali grosse promesse ma misere briciole finora), si aggiunge la vertenza ancora aperta del Porto Canale dove a rischio sono 190 lavoratori che, in barba anche ai vari DPCM e al divieto di licenziamento, sono stati messi in NASPI a partire da Settembre che però lungi ancora ad arrivare nelle tasche dei lavoratori. Poche settimane fa, la notizia dell’ENI di Assemini della volontà di “rivedere il suo assetto produttivo”, ossia di chiudere: ENI è specializzata nel disastro industriale e nella delocalizzazione e ora cerca di approfittare dell’emergenza sanitaria da Covid-19 per chiudere definitivamente i battenti degli ultimi stabilimenti situati in Sardegna. All’ENI si aggiunge la SANAC di Macchiareddu, vittima della volontà da parte di Arcelor Mittal di far saltare l’accordo con il governo in cui sono a rischio 70 lavoratori. Decine e decine sono le altre aziende a rischio. Dove il lavoro sembra “sicuro”, come alla SARAS di Sarroch (CA), gli operai non sono immuni dai problemi: sicurezza sul lavoro e necessità di DPI, carichi di lavoro, trasporti, cassa integrazione.

In ambito sanitario, il disastro negli ospedali frutto di anni di privatizzazioni e smantellamento della sanità pubblica è ancora più evidente: dagli infermieri di Nuoro costretti a lavorare col pannolone perchè non possono permettersi nemmeno di fare pausa, agli ospedali oramai al collasso di Cagliari (Ss Trinità, Brotzu) e lo scandalo dei tamponi usati, utilizzati come nuovi, del Sirai di Carbonia. Solo la lotta di decine di comitati in tutta la Sardegna a difesa della sanità pubblica ha fatto in modo che la situazione non fosse peggiore rallentando negli anni l’opera di distruzione di quanto ancora di pubblico è rimasto della sanità. Solo disubbidendo al bavaglio dell’obbligo di fedeltà aziendale, come hanno fatto tanti lavoratori della sanità anche in Sardegna, si sceglie di garantire l’efficienza del servizio sanitario al servizio delle masse popolari piuttosto che garantire il profitto e l’immagine candida dell’azienda a costo di enormi sacrifici di chi lavora e di chi si ammala. Non a caso è stato convocato uno sciopero nazionale per l’ambito sanitario per il 25 novembre.

In tutto ciò, impunemente e senza alcun vincolo riprendono le esercitazioni militari (sulla carta vietate per diversi mesi ma mai cessate), perpetuando nella sottrazione indiscriminata di suolo sardo e sperperando risorse che potrebbero essere destinate ad attività e servizi pubblici quelli sì strettamente necessari ad affrontare l’emergenza sanitaria, economica e sociale in cui versa la Sardegna e l’Italia! La sottomissione alla NATO e ai vertici militari della Difesa di Stato è confermata dalla legge di bilancio 2021 che destina alle spese militari, non alla sanità o alla scuola, la maggioranza relativa dei fondi nazionali per gli investimenti. Bene ha fatto A Foras a mobilitarsi per un presidio presso il poligono di Capo Teulada, con la parola d’ordine “meno spese militari e più ospedali”.

E’ chiaro: governo e istituzioni borghesi hanno fallito. Solinas e la sua giunta appariranno più ridicoli e inutili di altri ma non verranno cacciati dalla buona volontà di qualche procura che apre inchieste, dal governo, o addirittura dal PD. Solo le masse popolari organizzate possono (e devono) governare il paese. Ai comunisti il compito di imporre questa strada.

Il 15 novembre cinque regioni sono diventate zona rossa, cinque regioni sono rimaste zona gialla e tutte le altre sono zona arancione. Dietro il balletto sui colori c’è il fallimento del governo rispetto alla capacità di prendere misure adeguate a impedire la seconda ondata dei contagi. La sanità pubblica è in ginocchio, la scuola pubblica è stata praticamente abolita, le condizioni di lavoro in fabbrica e nelle aziende private sono sempre più indecenti, i lavoratori a partita IVA, autonomi, interinali e precari sono stati praticamente lasciati per strada.

Questo disastro è generato dalla sete di profitto dei capitalisti, dei grandi industriali e degli speculatori e dal progressivo smantellamento dei servizi pubblici (sanità in primis). Dall’inizio di marzo la pandemia ha ucciso più di 45mila persone, dal primo di ottobre ad oggi i morti sono quasi 9mila, è una strage che non ha eguali in tempo di pace e di cui non si vede la fine. La parola fine a questa strage la possono mettere solamente le masse popolari organizzate. A fronte del fallimento evidente di governo e istituzioni borghesi, le masse popolari organizzate devono governare il paese. Rispetto a tale emergenza e in funzioni di tale obiettivo, cosa è necessario fare qui ed ora?

Sostenere la classe operaia – Tutti coloro i quali vogliono farla finita con la strage in corso devono innanzitutto sostenere la classe operaia nella sua lotta per imporre misure utili a fronteggiare questa fase d’emergenza che gli operai vivono sui posti di lavoro. Dove sono finiti i controlli per il rispetto delle norme anticovid? Dove sono finite le distanze di sicurezza e le misure per limitare i contagi sui mezzi che trasportano i lavoratori, nei supermercati, nelle aziende? Oggi i padroni fanno di tutto per nascondere il numero dei contagi nelle aziende e i lavoratori devono fare di tutto per metterli allo scoperto. Per fare questo devono, però, organizzarsi in ogni modo e in ogni forma. Per sostenerli a fare questo c’è bisogno di tutto il sostegno alle varie forme di organizzazione già esistente nelle aziende, siano esse sindacati, organizzazioni operaie o collettivi di lavoratori. Sostenere e promuovere queste battaglie significa lottare e imporre misure per garantire un lavoro utile e dignitoso e in condizioni di sicurezza. In Sardegna vale per la SARAS e per tutte le altre aziende ancora in funzione. Allo stesso tempo, bisogna sostenere tutte quelle battaglie e vertenze in corso per salvaguardare i posti di lavoro che gli industriali vogliono tagliare o delocalizzare in nome del profitto, approfittando dell’emergenza sanitaria: Porto Canale, ENI, Auchan-Conad e tante altre.

Che ogni operaio deciso alla lotta si unisca ad altri suoi colleghi decisi a combattere,che spingano affinchè siano applicate le misure che sono necessarie e urgenti nel proprio luogo di lavoro, come un gruppo di operai SARAS ha giustamente fatto durante il primo lockdown (marzo-aprile-maggio) imponendo alla direzione aziendale la fornitura di mascherine adeguate. Che ogni comunista, indipendentista, attivista o cittadino responsabile sostenga senza riserve ogni lavoratore o gruppo di lavoratori che si ponga su questa strada, che torni avanti ai cancelli delle aziende con le dovute precauzioni, ma senza farsi “legare le mani”, per incitare i lavoratori ad organizzarsi e lottare!

Aderire allo sciopero generale 25 novembre – Il 25 novembre l’Unione Sindacale di Base (USB) ha lanciato lo sciopero in tre settori: trasporto pubblico locale, sanità e scuola. Per lo stesso giorno l’USI (Unione Sindacale Italiana) ha proclamato lo sciopero generale nazionale nelle regioni non rosse. Questo vuol dire che tutti i lavoratori, indipendentemente dal sindacato a cui sono iscritti e indipendentemente dall’essere iscritti o meno a un sindacato, hanno la copertura per poter scioperare. In questa fase lo sciopero generale è un’arma importante in mano a tutti i lavoratori perché crea le condizioni utili alla costruzione di un ampio fronte per la salute pubblica. Chiamiamo ogni operaio, ogni lavoratore, precario o disoccupato a mobilitarsi in questa direzione e rendere la data del 25 novembre una giornata di riscossa!

Proseguire e allargare l’azione delle Brigate volontarie per l’emergenza e di tutte le forme di Mutuo Soccorso che si stanno attivando – Tra le più importanti forme di auto organizzazione, che abbiamo visto e a cui abbiamo preso parte, in questa emergenza ci sono le Brigate volontarie per l’emergenza che da marzo 2020 hanno innescato un meccanismo positivo su scala nazionale, attivando centinaia di volontari e dato risposte a centinaia di famiglie nel nostro paese rispetto all’esigenza alimentare e di prim’ordine. In Sardegna abbiamo visto attivarsi un gruppo di cittadini algheresi all’inizio della pandemia e il Mutuo Soccorso di Casteddu organizzato dai compagni del Su Tzirculu in via Molise a Cagliari che ancora opera con la “spesa solidale”.

In molti casi in diverse regioni queste organizzazioni oggi sono ancora vive e rafforzano la loro azione allargando i propri campi d’intervento oltre la distribuzione dei pacchi, mobilitandosi anche per un lavoro utile e dignitoso per tutti organizzando i disoccupati o nella lotta per fornire l’assistenza sanitaria di base che oggi manca alle famiglie delle masse popolari (esempio ne siano le Brigate di Solidarietà di Quarto, a Napoli, che con un medico e due infermieri stanno facendo visite mediche a domicilio ai positivi al Covid). Che dieci, cento, mille Brigate volontarie e gruppi di Mutuo Soccorso nascano in ogni quartiere e città, che fiorisca il fiore della lotta e della partecipazione delle masse popolari per fronteggiare l’emergenza sanitaria, sociale ed economica in corso. Compito di ogni compagno, ogni comunista e ogni indipendentista è quello di occuparsi dei bisogni della popolazione e di alimentare queste esperienze, rendendoli focolai di lotta e organizzazione!

Tenere aperti circoli, strutture e spazi sociali – Per organizzarsi servono spazi. Già a ottobre il Partito dei CARC ha lanciato un appello a tutti i circoli ARCI, alle associazioni e gli spazi sociali per tenere aperte le sedi a chi vuole organizzarsi. Il governo Conte ha chiuso i circoli ma ha tenuto aperte le chiese e non è un caso, perché nelle chiese le masse popolari vanno a pregare e a sperare che un dio le salvi, mentre nei circoli, nelle strutture e negli spazi sociali ci vanno per organizzarsi, mobilitarsi e per studiare. Il Partito dei CARC sta promuovendo in queste settimane l’apertura di queste sedi quali luoghi per organizzarsi in brigate e collettivi, mobilitarsi in presidi, tende delle salute e scioperi ma anche per costruire gruppi di studio. La parola d’ordine è “nessuno resta a casa”. Restare a casa in questa fase significa lasciare la gestione dell’emergenza nelle mani dei capitalisti, degli affaristi e di una classe politica incapace e indegna: Solinas, Nieddu e l’intera giunta regionale sarda non ne sono da meno.

Per questo motivo facciamo appello a tutti i compagni e i circoli della Sardegna affinchè restino aperti, non per sfidare i DPCM, ma per rendere i propri luoghi centro di aggregazione, di informazione e coordinamento per i lavoratori (con le dovute misure di sicurezza e tutele anticontagio) e i giovani, centri di lotta e punti di riferimento per le masse popolari. In particolare rivolgiamo questo appello ai compagni e alle compagne del PCI di Cagliari, di Sa Domu de Totus di Sassari e tutti quei circoli con cui abbiamo avviato delle collaborazioni negli scorsi mesi. Il modo per restare aperti c’è, rendiamo ad esempio le sedi sportelli e centri di informazione sanitaria nei quartieri!

Quello che è necessario fare oggi è costruire un fronte ampio. Iniziamo a collaborare, in maniera più efficace e responsabile, agiamo sui territori e davanti alle fabbriche, iniziamo a condividere e a scambiarci le esperienze, a far vivere nel concreto la parola d’ordine che sempre lanciamo ai presidi, ai cortei, alle mobilitazioni, nei volantini e nei comunicati: uniti si vince!

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