Pubblichiamo l’intervista rilasciata alla nostra Agenzia Stampa dal Comitato Spesa Solidale Perugia che, come le Brigate Volontarie per l’Emergenza nate durante l’emergenza sanitaria da Covid-19 ad esempio a Milano e altri tipi di organismi nati in tutta Italia, ha mostrato come sia possibile organizzarsi dal basso a sostegno di tutti coloro che nella fase del lockdown sono stati abbandonati dalle istituzioni che non hanno avuto la capacità di garantire assistenza e beni di prima necessità.

Questa esperienza dimostra come sia dunque possibile sostituirsi alle istituzioni borghesi sopperendo alle loro mancanze e come sia possibile diventare un punto di riferimento per le masse popolari del territorio: sia per chi sentiva la necessità di attivarsi per far fronte all’emergenza, sia per coloro che ne sono stati colpiti.

Uno dei tanti aspetti che emergono dalle parole dei compagni è la necessità, la volontà e la pianificazione di come andare oltre quanto fatto fin’ora definendo l’orizzonte politico del Comitato, continuando a dare risposte a problemi già esistenti ma che con la pandemia si sono ulteriormente aggravati e che fin’ora sono stati affrontati con la solidarietà di tanti. Farlo vuol dire sostanzialmente costruire un’alternativa alle istituzioni borghesi da cui non c’è da aspettarsi più nessuna soluzione.

L’unica soluzione positiva alla crisi sanitaria, economica e sociale può arrivare solo dai lavoratori, precari, disoccupati, che si organizzano e gestiscono i propri quartieri e le proprie città individuando i lavori che servono e mobilitando i beneficiari della spesa solidale, a partire proprio dai disoccupati e precari a farli ad esempio attraverso scioperi al contrario, come è stato fatto a Perugia: coordinandosi con i piccoli produttori e attività locali dilaniati dalla pandemia e costretti a chiudere, mettendo mano alla questione abitativa… organizzandosi per gettare le fondamenta per porsi come le nuove autorità che servono a soddisfare i bisogni della popolazione e costruire una nuova società.

Cogliamo l’occasione per rilanciare il tavolo tematico sull’esperienza delle Brigate, Comitati, Associazioni e gruppi di volontari che si sono attivati nelle varie città per far fronte agli effetti dell’emergenza sanitaria, che si svolgerà il 13 agosto alle ore 17.00 nell’ambito della Festa Nazionale della Riscossa Popolare a Marina di Massa (MS), al Parco di Ricortola. Un’occasione per promuovere lo scambio di esperienze e il dibattito sul futuro di queste esperienze al quale parteciperanno attivisti da tutto il Paese.

Buona lettura.

***

  1. Come è nato il progetto della Spesa Solidale Perugia e da chi è composto?

Il progetto è nato durante il lockdown nel mese di marzo dopo il confronto tra varie realtà locali. Abbiamo iniziato a vederci inizialmente su zoom per capire come muoverci e come affrontare il periodo che ci si prospettava davanti. L’idea è partita dal gruppo degli Ingrifati tramite il loro network sociale costruito negli anni all’interno del quartiere di San Sisto. Quindi inizialmente abbiamo cominciato a fare la spesa per i componenti del gruppo che avevano bisogno a seguito dell’interruzione del lavoro di uno o più componenti della famiglia, per poi estenderla a tutto il quartiere in collaborazione con il Conad che si trova dietro allo Spazio Popolare. Il supermercato aveva una lista di persone a cui venivano fornite delle cassette con beni di prima necessità che poi abbiamo intercettato direttamente quando abbiamo potuto riaprire lo Spazio e abbiamo iniziato a fare personalmente noi le cassette cominciando a conoscere di persona queste famiglie.

Ci siamo affidati al Conad perchè è il supermercato del quartiere e perchè il direttore, oltre ad essere un membro del gruppo ultras, conosce bene chi del quartiere va a fare la spesa e sapeva chi aveva bisogno.

La principale preoccupazione che è nata dopo il lancio della Spesa Solidale è stata quella di come selezionare le famiglie davvero bisognose di sostegno, così in un primo momento i soldi ricevuti dalle donazioni dei perugini e non solo, finché non abbiamo potuto riaprire lo Spazio Popolare, li abbiamo fatti gestire a lui. Le famiglie coinvolte all’inizio erano 15/20 per poi diventare nel tempo molte di più.

Dopo questa esperienza di quartiere abbiamo sentito la necessità di estendere la Spesa Solidale a tutta la città e ci siamo interrogati su come farlo, su come intercettare le persone che avrebbero potuto aver bisogno di questo servizio.

Abbiamo allora attivato un centralino telefonico disponibile in diverse fasce orarie nell’arco della giornata e abbiamo stilato un questionario che andava ad indagare la situazione dal punto di vista lavorativo, della composizione del nucleo familiare, del reddito, del supporto per la didattica online, ed abbiamo anche inserito una sezione dedicata alle note per eventuali altre informazioni utili. Era il centralino che si occupava di proporlo a chi ci contattava.

Compilato il questionario, la persona o la famiglia veniva assegnata ad un referente territoriale che si occupava di distribuire i buoni spesa di importo calibrato sul numero dei componenti (dai 40 agli 80 euro per nucleo) che noi avevamo precedentemente pagato ai supermercati e con cui poter andare a fare la spesa.

Nel primo periodo sono entrare in contatto con noi circa 100 nuclei familiari per un totale di circa 300 persone.

  1. Come è cambiata la vostra attività con la fine del lockdown?

Col passare del tempo abbiamo pensato a come sviluppare questo progetto staccandoci dalla grande distribuzione. Abbiamo allora iniziato a ragionare sulla costruzione di un gruppo d’acquisto, sul come e dove strutturarlo, e abbiamo pensato che lo Spazio Popolare degli Ingrifati potesse essere il luogo giusto. Abbiamo ricominciato a vederci e ad organizzare assemblee settimanali a cui hanno partecipato e continuano a partecipare ordinariamente circa una quarantina di persone. In tanti si sono presentati ogni giovedì per la composizione delle cassette e ci aiutano nella distribuzione del pomeriggio.

Il 3 giugno abbiamo fatto il primo presidio davanti al Comune di Perugia portando le cassette vuote e coinvolgendo le famiglie perchè il progetto Spesa Solidale non doveva rimanere semplice assistenzialismo ma doveva trasformarsi in mutualismo conflittuale. In questa occasione hanno preso la parola proprio le famiglie, le stesse che poi hanno partecipato agli scioperi alla rovescia di qualche settimana fa.

L’attività avviata nella fase acuta della pandemia è proseguita ma abbiamo riadattato alla nuova fase il questionario per andare ad indagare più nello specifico anche la questione abitativa, per capire chi vive in alloggi popolari o privati, se l’alloggio è una persona giuridica piuttosto che fisica, se sono state ricevute minacce di sfratto o se è stato ricontrattato l’affitto oppure il mutuo. Questo lavoro ci serve per costruire un’inchiesta più specifica che porti a dei numeri dai quali partite e lo stiamo portando avanti attraverso uno sportello sociale a sostegno delle situazioni più delicate dal punto di vista lavorativo, della casa o dell’università ma anche a sostegno della compilazione dei moduli per ottenere i bonus che sono usciti in questo periodo. Per il bonus affitti ad esempio abbiamo avuto un’alta affluenza per via delle difficoltà di accesso e di registrazione al sito internet del Comune. Operando in questo ambito ci siamo anche accorti dell’incostituzionalità di uno dei requisiti del bando perchè chi non è residente da almeno 5 anni all’interno della Regione Umbria viene automaticamente escluso. È stato dunque fatto un appello firmato da varie personalità, associazioni e singoli ed è stato chiamato un presidio per lunedì 27 luglio coinvolgendo tutte le famiglie perchè è necessario che siano loro per prime a richiedere l’eliminazione di questo requisito escludente.

  1. Prima avete accennato agli scioperi alla rovescia e al gruppo di acquisto. Potete entrare nel merito di queste attività raccontandoci anche che ruolo hanno le famiglie con cui siete entrati in contatto?

Se raffiguriamo la nostra esperienza come un edificio, le fondamenta sono state messe nel periodo del lockdown con le prime spese solidali fatte grazie alle donazioni che hanno portato ad un primo momento di lotta. Nel presidio del 3 giugno davanti al Comune di cui si è accennato prima infatti, abbiamo chiesto conto all’amministrazione circa la gestione dei buoni spesa, perchè tante persone non sono riuscite a fare la domanda per le difficoltà delle procedure telematiche necessarie: ci sembravano fatte apposta per limitare gli accessi! Il Comune infatti aveva sbandierato questi primi interventi come risolutivi ma noi con quel presidio abbiamo dimostrato che invece non lo erano stati affatto. Sono state tante le famiglie che si sono rivolte agli uffici del Comune chiedendo informazioni su come ottenere i buoni spesa e di tutta risposta sono state indirizzate da noi del comitato Spesa Solidale perchè erano finiti da un pezzo.

Ci siamo poi resi conto della necessità di colmare quel vuoto tra chi ha un’esperienza di militanza politica e chi non ne ha, tra chi vive una situazione abbastanza stabile e chi invece è un migrante economico o vive situazioni di indigenza gravi, dunque ci siamo posti l’obiettivo di attivare queste famiglie.

Il primo passo è stato quello di istituire uno sportello legale su casa e lavoro, a cui inizialmente si sono rivolti principalmente i beneficiari della spesa solidale ma al quale si è presentato anche chi non necessitava della spesa, per chiedere supporto a causa della perdita del lavoro o in seguito alla ricezione di una lettera di sfratto (ricordiamo che gli sfratti, in teoria, sono stati bloccati).

Questo sportello è stato uno dei muri portanti di questo edificio perchè ci ha permesso di mettere al centro il fatto che la tutela e la dignità della persona deve passare necessariamente attraverso il lavoro e non attraverso le forme di sostegno al reddito. Questo lo abbiamo riscontrato anche dalle stesse famiglie con cui siamo entrati in contatto, tutti vogliono lavorare ed il 3 giugno in piazza nessuno ha chiesto al Comune di riempire le cassette della spesa, bensì ha chiesto di poter lavorare.

Da quella giornata noi abbiamo capito che la potenza vera del movimento che la Spesa Solidale ha innescato non siamo noi organizzatori, ma le famiglie. Ci siamo sorpresi del livello di coscienza che loro già hanno, erano infatti loro a chiederci di intervenire direttamente, partecipando poi ordinariamente alle riunioni e facendo proposte attivamente. Abbiamo anche riscontrato che a differenza di quanto avviene nei collettivi in cui siamo abituati a militare, non c’è un approccio teorico (parlare di “massimi sistemi” senza mai decidere) ma principalmente pratico e organizzativo.

L’idea degli scioperi al rovescio è stata proposta dai ragazzi di OSA (Operatori Sociali Autorganizzati) ed è stata subito ripresa in assemblea dove ci siamo chiesti da dove poter partire. Abbiamo allora pensato ad un’attività di pubblica utilità, come la cura di uno spazio verde di proprietà del comune attraverso la quale essere inquadrati e riconosciuti come lavoratori. L’esempio al quale ci siamo ispirati è quello dei disoccupati di Napoli.

Bisogna anche aggiungere che l’assessore alle politiche sociali aveva annunciato un investimento di 8 milioni di euro nel lavoro, che ancora non sono arrivati, ed aveva annunciato sgravi fiscali sulla TARI per coloro che si sarebbero adoperati nella tutela delle aree verdi. Noi abbiamo ragionato sul fatto che la tutela degli spazi verdi non è una questione sulla quale i privati cittadini possono attivarsi autonomamente (come se fossero volontari), ma è uno di quei lavori che necessita di una specializzazione… e soprattutto servono lavoratori, non volontari, a fronte della disoccupazione crescente! Il bello delle diverse azioni che abbiamo fatto è stato che ogni volta che ci muovevamo scoprivamo degli “altarini”. Uno di questi è appunto che la gestione dei parchi di Perugia è affidata ad associazioni e proprio in uno dei parchi che abbiamo curato abbiamo dovuto nastrare i giochi per i bambini perchè completamente logorati, pieni di ruggine e pericolanti.

Quello degli scioperi alla rovescia è stato un altro dei muri portanti del nostro edificio e lo abbiamo usato per chiedere e dimostrare che lavori da fare a Perugia ce ne sono e lo abbiamo fatto intervenendo su quelli che sono i nervi scoperti del sistema pubblico, come la manutenzione delle zone che dovrebbero essere tutelate ma che in vece sono lasciate in stato di abbandono.

Le azioni sono state due e ovviamente sono state svolte in un giorno della settimana perchè è necessario rimarcare il fatto che non si tratta di un’attività di volontariato dei privati cittadini, bensì di una prestazione lavorativa fatta alla luce del sole dai disoccupati e dai precari della città per rivendicare lavoro.

Altro muro portante è stato il GASP, il Gruppo d’Acquisto Solidale Perugia dove la nostra conflittualità ha incontrato quella dei produttori locali che negli anni hanno portato avanti diversi progetti (Vignaioli Resistenti, Repubblica Popolare di Marsciano nord ecc..) puntando sul biologico con l’obiettivo di creare lavoro ed eliminare la concorrenza a vantaggio della cooperazione e di costruire il primo distretto biologico di produzione agricola in Umbria.

L’idea del GASP è nata quindi per sostenere anche i piccoli imprenditori che hanno subito i danni del Covid-19 e per sganciarsi dalla grande distribuzione dove si acquistano beni prodotti da quelle stesse multinazionali che ogni giorno ci affamano. Il nostro obiettivo non è solo quello di puntare all’etica del prodotto ma anche alla sua qualità, perchè vogliamo che chi viene da noi mangi poi un cibo dignitoso.

Chi fa la spesa tramite il GASP ha tempo dal venerdì al lunedì per fare l’ordine dei prodotti, il giovedì di ogni settimana i produttori portano tutto quello che viene ordinato allo Spazio Popolare, quindi sia il cibo per le cassette che noi richiediamo per chi ha bisogno, sia il cibo per le cassette di chi ha ordinato tramite i listini che settimanalmente mettiamo a disposizione sul sito e su facebook. Le famiglie che collaborano con noi compongono le cassette che poi vengono ritirate e pagate nel pomeriggio. Un aspetto centrale del GASP è che sull’importo dei prodotti acquistati viene aggiunto un 15% che permette a noi di portare le cassette ai beneficiari della Spesa Solidale. Dopo la spinta emotiva che c’era stata all’inizio infatti, finito il lockdown le donazioni sono calate drasticamente perchè le persone hanno ripreso la propria vita e sono aumentate le spese, ma il problema resta e noi dovevamo trovare un modo per portare avanti questa attività perchè la cassetta non è solo il mezzo per sostenere chi è in difficoltà, ma è anche il mezzo per continuare ad avere un rapporto con le famiglie con cui siamo entrati in contatto, per continuare a vederle e per scoprire cosa c’è dietro la necessità di cibo e quindi per indagare sulla questione lavorativa, abitativa, sanitaria ecc..

Oltre allo Spazio Popolare di San Sisto per il GASP abbiamo altre sedi, una a Ponte San Giovanni, una in centro, un’altra in Via del lavoro dove vengono smistate le cassette e dove le famiglie vanno partecipando a tutto il processo dall’inizio alla fine. Il sistema che utilizziamo è che ogni famiglia riceve la cassetta una volta ogni due settimane, ma anche quando non è il turno della loro cassetta vengono a preparare quelle per gli altri insieme a noi. Questa è un’occasione preziosa per creare un legame tra queste persone che, pur vivendo nello stesso quartiere, non si conoscevano mentre ora invece parlano e si confrontano.

  1. A Milano parte di coloro che sono stati attivi nel sostenere le famiglie in difficoltà e che hanno osato puntare il dito contro i responsabili di oltre 15000 morti nella regione “eccellenza d’Italia”, hanno ricevuto poi multe per violazione delle norme anti-covid. Ci sono state problematiche simili qui a Perugia?

Durante il lockdown noi siamo rimasti chiusi e quando abbiamo fatto delle uscite abbiamo usato tutte le misure di sicurezza necessarie. Quando abbiamo deciso di muoverci nello Spazio Popolare è stato contattato il Comune e la ASL per avvisare che avremmo avviato questa attività e sono venuti a controllare e a dirci cosa avremmo potuto o non potuto fare dentro. Per il confezionamento e lo smistamento dei pacchi ci hanno dato il nulla osta.

Dal punto di vista politico, in merito alle rivendicazioni che abbiamo portato avanti, non siamo stati repressi perchè semplicemente questa amministrazione non è pronta a farlo e non sa come muoversi in questa situazione. Lo abbiamo visto bene dalle modalità di assegnazione dei buoni spesa e del bonus affitti. Avendola trovata impreparata non ha osato spingersi troppo oltre: vorrebbe dire dimostrare a tutti la sua incapacità nell’affrontare l’emergenza.

C’è anche da dire che la situazione in Umbria non è paragonabile a quella che c’è stata in Lombardia. Non abbiamo avuto il problema dei posti in terapia intensiva o di focolai dentro le RSA.. di fatto noi non siamo arrivati ancora a porci in contrapposizione con l’amministrazione, il nostro percorso è ancora in costruzione al netto delle divergenze di cui si è parlato. Siamo ad un livello tale per cui noi faremo valere con la lotta le nostre proposte. Scendere a compromessi con il Comune per quanto riguarda la Spesa Solidale non è mai stata una opzione e non gli abbiamo permesso di entrare nel nostro progetto in alcun modo benché ci abbiano provato: Spesa Solidale deve avere la sua autonomia, è l’antidoto per non farsi veicolare sui soliti canali fatti di promesse o ricatti.

  1. Tutti quelli che si sono occupati di pratiche mutualistiche in questo periodo hanno dimostrato una pratica avanzata perchè si sono occupati di una serie di aspetti a cui, durante l’emergenza sanitaria e non solo, le istituzioni non hanno saputo far fronte. La fase acuta dell’emergenza sanitaria è rientrata, ma il problema dello smantellamento della sanità resta come resta la crisi economica e sociale che si sono ulteriormente aggravate. Avete intenzione di dare continuità al progetto della Spesa Solidale? Se si, come pensate di farlo?

Un fronte sul quale saremo attivi sarà quello della questione abitativa. Una cosa a cui abbiamo solo accennato ma che è e sarà alla base della nostra attività è l’inchiesta. È da questa che siamo partiti con le famiglie con cui inizialmente siamo entrati in contatto, così da avere più informazioni possibili sulla loro condizione ed abbiamo constatato che con il nostro lavoro abbiamo recuperato molte più informazioni noi di quelle in possesso dell’assessore alle politiche sociali che non fa altro che appoggiarsi alla Caritas che però può fornire solo dati parziali su quella che è la situazione.

Il lavoro d’inchiesta fatto da noi invece è autonomo dalle istituzioni e ci permette di fotografare la situazione. A tal proposito abbiamo prodotto un altro questionario divulgato alla città intera per andare ad indagare la questione abitativa di Perugia. L’obiettivo che ci siamo posti è quello di individuare quali sono le necessità, quali sono stati i cambiamenti, che cosa gli abitanti di Perugia hanno percepito durante il Covid-19, se hanno avuto difficoltà nel pagare l’affitto, se pende una minaccia di sfratto, se è stata chiesta la rinegoziazione del canone e se no per quale motivo, da quanto risiedono in città, le dimensioni della casa, il numero dei componenti del nucleo familiare ecc.. Il questionario si trova sulla pagina facebook Spesa Solidale Perugia e in un solo mese abbiamo già avuto 120 compilazioni, stiamo cercando di darvi maggior diffusione possibile (il questionario lo trovate qui)

Tutto questo è per noi indispensabile per avanzare richieste al Comune e alla Regione soprattutto per quanto riguarda la questione delle case popolari e del piano ATER, perchè il bando per gli alloggi popolari viene emesso una volta ogni due anni e visto che oggi c’è un’emergenza forte vorremmo chiedere un bando straordinario visto che quello ordinario uscirà nel 2021. Vorremmo anche capire quante case popolari sono alloggi già disponibili e quanti invece dovrebbero essere messi in regola. Su questo ci stiamo ancora lavorando perchè non è mai stato fatto da nessuno e ci appoggeremo ad un gruppo di studio che si chiama “Città senza centro” anche per capire come sarà la dinamica del bando per le periferie della città di Perugia. È comunque su questa strada che vogliamo sviluppare l’attività del Comitato della Spesa Solidale continuando a mettere al centro le famiglie e la loro mobilitazione, spiegargli cosa stiamo facendo per far si che il nostro progetto diventi anche e soprattutto un loro progetto oltre che per la collettività.

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here