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Anche la storia ha bisogno di una spinta. Presente e futuro delle brigate volontarie per l’emergenza

Teresa Noce by Teresa Noce
Luglio 8, 2020
in Primo piano, Resistenza n. 7-8/2020
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Su Resistenza n. 6/2020 abbiamo pubblicato la lettera di un nostro compagno sulla sua esperienza nelle brigate volontarie per l’emergenza di Milano. Quella lettera ha circolato molto, è stata discussa e apprezzata e ha alimentato il dibattito e il confronto.
Il 25 giugno abbiamo organizzato un incontro on line tra esponenti delle brigate di tutto il paese che si è rivelato molto utile per conoscere un movimento eterogeneo e ampio che negli ultimi mesi ha assunto un ruolo importante tanto nelle grandi città quanto nelle provincie. Anch’esso ha alimentato il dibattito.

Dibattito e confronto sono concetti importanti e pratiche necessarie per fare il bilancio delle esperienze e per definire linee di sviluppo. Ma non devono comportare la sospensione delle attività correnti perché fermarsi significa perdere le posizioni già conquistate e spesso ripartire da zero o non ripartire affatto. Questo vale per ogni organismo e vale in particolare per le brigate. I motivi li spieghiamo in questo articolo in cui esponiamo, sinteticamente, alcuni aspetti di bilancio della nostra esperienza nelle brigate e di ciò che abbiamo imparato e capito osservando gli altri e lavorando con loro. Ci auguriamo che esso serva a stimolare ulteriormente la discussione, ma che sia soprattutto di spinta all’azione.

Ogni organismo popolare si trova oggi a un bivio: o si accoda alle istituzioni e alle autorità borghesi o partecipa alla creazione delle istituzioni e delle autorità popolari. Noi sosteniamo questa seconda strada.

 

1. Cosa sono state le brigate e cosa saranno?
Ciò che sono state è relativamente semplice da dire: organismi che durante il lockdown si sono fatti carico di sostenere la popolazione con la distribuzione di beni di prima necessità, DPI, assistenza di vario genere. Senza il loro intervento centinaia di migliaia di persone sarebbero rimaste isolate e abbandonate dalle istituzioni.
Ciò che diventeranno dipenderà da ciò che esse vorranno essere. Non è un gioco di parole: un movimento tanto eterogeneo, spontaneo, capillare, importante viene subito messo “sotto tutela” dalle istituzioni e dalle autorità borghesi che vi si legano per controllarlo, usarlo e quindi snaturarlo. Se le brigate non riusciranno a rendersi autonome, saranno inglobate come una delle tante forme di associazionismo su base volontaria al servizio delle autorità.
Attenzione, rendersi autonomi non vuol dire rifiutare o negare le relazioni con le istituzioni borghesi, ma sottomettere quelle relazioni ai fini del proprio progetto e usarle per i propri obiettivi. Le brigate devono costringere autorità e istituzioni a riconoscerle e sostenerle – di buon grado o obtorto collo. L’unico modo per farlo è imporlo nei fatti, attraverso il riconoscimento delle masse popolari. Come? Continuando la distribuzione di pacchi alimentari e allargandola, estendendo la rete dei sostenitori (quelli che danno il cibo per i pacchi), mobilitando le famiglie che ricevono i pacchi a partecipare alla raccolta, alla distribuzione e alle altre attività promosse dalle brigate (assemblee nei quartieri per individuare i principali problemi e le soluzioni possibili, sostegno alle lotte e alle vertenze, ecc.). Quindi le brigate devono continuare ad essere ciò che sono state per poter sviluppare il loro ruolo. Se viene negato ciò che le brigate sono state (per “diventare qualcosa d’altro”), le brigate perderanno il loro ruolo, le posizioni che hanno conquistato, il riconoscimento da parte delle masse popolari e il patrimonio che rappresentano sarà disperso prima di poter essere messo al servizio della mobilitazione popolare.

2. Coordinamento nazionale e radicamento territoriale.
Ha senso consolidare e sviluppare un coordinamento nazionale delle brigate? Sì! Considerando le molte differenze fra brigate di metropoli e brigate di provincia, fra brigate che sono sorte sulla spinta del movimento (collettivi, centri sociali, ecc.) e quelle sorte sulla spinta dell’associazionismo, il coordinamento nazionale è uno strumento utile per scambiare esperienze, per confrontarsi su metodi e strumenti di lavoro, per discutere del presente e del futuro e per applicare la democrazia proletaria: chi è più avanti insegna a chi è più indietro e chi è più indietro si impegna a imparare.
Detto ciò è bene essere chiari: il contenuto principale del coordinamento nazionale è il confronto sul lavoro di radicamento territoriale, su ciò che insegna, su ciò che permette di scoprire, sul ruolo che ogni brigata ricopre nel tessuto sociale di riferimento, su come e quanto è di spinta per il movimento popolare di un certo quartiere, di una certa città, su ciò che è riuscita a elaborare in termini di proposte, mobilitazioni, organizzazione e coordinamento in un certo contesto.
Chi fra le brigate ha un legame con il movimento comunista e ne conosce la storia sa che i Soviet non furono circoli di discussione, ma organismi operai e popolari di rivendicazione prima, e di decisione e attuazione della volontà collettiva poi. È normale che di fronte a questo parallelismo ci sia chi scuote la testa, se non fossero in tanti a farlo la discussione e il confronto sulle vie di sviluppo delle brigate sarebbero a un altro punto… Ad ogni modo, considerando TUTTE le differenze fra la situazione attuale e quella della Russia del 1917, rimane il fatto che ogni organismo popolare si trova oggi a un bivio: o si accoda alle istituzioni e alle autorità borghesi o partecipa alla creazione delle istituzioni e delle autorità popolari. Noi sosteniamo questa seconda strada.

3. “Si, ma… facciamo maturare i tempi”. È la formula di chi vuole fare la frittata senza rompere le uova. E finirà digiuno, senza frittata, perché la condizione è proprio rompere le uova, non aspettare che le uova si rompano da sole.
La verità è che le condizioni sono mature. Non perché il movimento popolare è già ampio, dispiegato, rivoluzionario, ma perché ampi settori popolari sono già protagonisti di un’accanita resistenza spontanea agli effetti della crisi (le cui forme sono varie, contraddittorie, procedono in ordine sparso) che deve trovare un centro autorevole che si prenda la responsabilità di farla confluire nel movimento rivoluzionario.
Non i vecchi partiti, non i vecchi sindacati, non le vecchie associazioni; non con i vecchi modi, le vecchie paure, le vecchie ruggini. Ma con una nuova linfa. Quella linfa che ha animato migliaia di ragazzi e ragazze, di compagni e di compagne, nel diventare un punto di riferimento per gli abbandonati, per i proletari, per le famiglie, per i malati, quella nuova linfa che li ha portati ad essere già oggi un embrione di nuova istituzione alternativa a quelle della borghesia.

4. A volte anche la storia ha bisogno di una spinta. È il momento di darla.
Sono legittime le posizioni – le conosciamo – di chi pone mille questioni di opportunità, di tempismo, di consistenza delle forze a disposizione, di progetti alternativi perché “siete troppo ambiziosi”, ecc. ecc. ecc. Le conosciamo, sono legittime e – in franchezza – sono sbagliate.
La società è allo sbando, il paese alla deriva, i padroni all’attacco. È il momento di assumersi la responsabilità e dare la spinta.
Per questioni di conoscenza del contesto e portata della spinta da dare, ci limitiamo a un solo esempio per sintetizzare il concetto.
Il commissariamento della Regione Lombardia non è roba da lasciare in mano al PD perché dalla padella alla brace il salto sarebbe fin troppo scontato. È una questione di diretta pertinenza e responsabilità degli organismi popolari che hanno toccato con mano – che sanno – cosa ha comportato la politica di Fontana e Gallera, condita con la complicità del PD e del M5S che ha messo la testa sotto la sabbia.
Non è un cammino facile, ma non ci sono altre strade serie su cui ragionare.
Su questo terreno le brigate di Milano e della Lombardia sono a una svolta: avanzare, contribuire e dare la spinta oppure tirarsi indietro. Ma tirarsi indietro equivale – al netto delle formule, delle illusioni e dei buoni propositi – a disperdere quanto un movimento formidabile e intelligente, ambizioso e capace ha saputo costruire.

Avanti brigate! All’assalto del cielo!

 

Conquistarsi il riconoscimento delle masse popolari e strappare terreno alla classe dominante

Continuare la distribuzione di pacchi alimentari e allargarla. Forse è passata l’emergenza sanitaria, ma sta entrando nel vivo l’emergenza economica e sociale. Le condizioni che rendevano necessaria la raccolta e la distribuzione dei pacchi alimentari non sono esaurite e anzi un numero crescente di famiglie deve fare i conti con la povertà dilagante.

Allargare la rete dei sostenitori e sottoscrittori. Aziende della Grande Distribuzione Organizzata, fondazioni, amministrazioni locali, grandi associazioni nazionali, grandi organizzazioni sindacali devono mettere a disposizione gli alimenti da distribuire; le amministrazioni locali devono mettere a disposizione magazzini e mezzi, le multinazionali del petrolio devono mettere a disposizione buoni benzina (una goccia nel mare di profitti che macinano senza sosta). Sono tutti obiettivi ambiziosi, ma realizzabili con una mobilitazione adeguata. I commercianti, le P.IVA, i venditori, le piccole aziende famigliari, gli artigiani vanno considerati come potenziali alleati e coinvolti nella rete di raccolta di generi di prima necessità.

Mobilitare le famiglie che ricevono i pacchi nelle attività nelle brigate. Contrastare ogni logica di assistenzialismo e mobilitare le famiglie e i singoli che ricevono i pacchi nella raccolta di beni di prima necessità e nella distribuzione, ma anche – e soprattutto – mobilitarle e coinvolgerle in assemblee di condominio, di quartiere e di zona per individuare le principali problematiche da affrontare insieme. Mobilitarle infine, a sostenere le lotte in corso e quelle che inevitabilmente si svilupperanno nei prossimi mesi.

Sostenere le vertenze e le mobilitazioni per il diritto al lavoro, per il reddito, per il diritto alla casa, alle cure e all’istruzione.

Mobilitarsi contro la repressione e promuovere la solidarietà popolare. Rispondere a ogni attacco repressivo che subiscono direttamente le brigate in modo da farne una scuola di lotta di classe, dare solidarietà a tutti coloro che sono colpiti dalla repressione per compiere e far compiere alle masse popolari una scuola di solidarietà. La solidarietà rafforza chi la dà e chi la riceve e indebolisce sempre il nemico e le autorità che hanno condotto l’attacco repressivo.

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