Quella del 25 Aprile si chiama repressione!

Il prefetto di Milano ha dato risposta all’appello promosso da un gruppo di abitanti di Zona 2 a seguito della repressione del 25 Aprile in via Padova. L’appello ha raccolto sostegno per la preoccupazione per il dispiegamento e la violenza utilizzata da parte delle forze dell’ordine ai danni di alcuni gruppi di antifascisti che si sono attivati, in piena sicurezza (erano in possesso di DPI ed erano tutti a debita distanza), per celebrare il 25 Aprile alla maniera che una città come Milano, medaglia d’oro della Resistenza, merita: portando drappi, fiori e messaggi ai monumenti dei partigiani caduti. Alle violenze si sono aggiunte anche alcune multe, un fermo e probabilmente partiranno denunce.

Nella sua risposta il prefetto “antifascista” di Milano ammette che in via Padova “i cittadini che sono stati aggrediti erano uno sparuto numero”, che non sono bastate le “tre intimidazioni” a fermarli e per questo la polizia è stata costretta a passare alle maniere forti, in nome della “salute pubblica” e di una presunta “solidarietà per le persone che rischiano di essere contagiate”, un senso di “solidarietà” che nettamente contrasta con gli ordini impartiti il 25 Aprile. Come si evince dalle foto e i video che sono diventati virali infatti, gli unici a creare assembramenti e a “violare” le norme anticontagio sono stati proprio gli agenti delle forze dell’ordine.

Ma di che principi di solidarietà stiamo parlando quando si mandano le forze dell’ordine armate a caricare uno “sparuto” numero di compagni “armati” di bicicletta (per cui le distanze tra loro e con i passanti sono assicurate), mascherine e guanti? Di che solidarietà parliamo quando per fermare e sanzionare uno “sparuto” numero di compagni si mandano 40 poliziotti, creando loro stessi i famigerati assembramenti?

È solidarietà multare le masse popolari o i lavoratori che protestano per la mancanza di reddito (che vuol dire non sapere come arrivare a mettere insieme il pranzo con la cena, come è successo a un gruppo di ristoratori in piazza Duomo o all’Arco della Pace) o le persone che commemorano il 25 Aprile? Quella di Saccone è la solidarietà verso i ricchi e i padroni dato che prefetto e governo Conte hanno lasciato che la giunta Fontana-Gallera sperperasse 21 milioni di euro per un ospedale in Fiera nei fatti mai entrato in funzione e già in via di smantellamento, che fossero puniti con il licenziamento i lavoratori della RSA che denunciavano le condizioni di mancata sicurezza o che le aziende che non producono beni essenziali riaprissero (o non chiudessero mai) senza fare controlli sui DPI.

La risposta del prefetto parla chiaro e suona come una minaccia. In nome di un presunto “principio di solidarietà” il prefetto vieta l’agibilità politica e reprime chi lotta per pretendere una vita e un lavoro dignitoso e in sicurezza, ma questo stesso principio non lo fa valere con Confindustria e il resto degli speculatori che sono, invece, liberi di mandare a morire operai, infermieri, medici e anziani.

Non accetteremo mai questo stato di cose: le centinaia di morti ogni giorno che continuano a esserci; lo smantellamento della sanità pubblica in nome di quella privata con i danni che abbiamo vissuto tutti sulla nostra pelle; la precarietà sempre più diffusa in cui ci vogliono annegare (quante le aziende che rischiano di non riaprire più, quanti gli operai delle grandi e piccole imprese che sono a casa senza salario, a cui non è arrivata la CIG o i sussidi stanziati ai Comuni); la disgregazione della scuola pubblica, per cui la formazione di bambini e ragazzi ricade interamente sulle spalle delle famiglie e in particolare delle donne che ormai sono recluse in casa senza aiuti e sostegni.

Oggi dobbiamo sentirci meno preoccupati non per le parole del prefetto di Milano, ma perché abbiamo visto all’opera, in questa situazione così drammatica, la classe operaia e le masse popolari che non hanno abbassato la testa e hanno reagito responsabilmente. Gli operai facendo chiudere le aziende che producevano beni non essenziali; i lavoratori di ospedali e RSA denunciando e organizzandosi per pretendere i DPI; i giovani che da nord a sud del paese stanno animando le brigate di solidarietà per far fronte all’emergenza (consegnando spesa ad anziani e persone malate, mascherine, tablet ai bambini di famiglie indigenti, mettendo in campo momenti di mobilitazione con le famiglie a cui non sono arrivati i buoni spesa); un gruppo di poliziotti che, in nome della Costituzione, ha fatto appello a disobbedire all’ordine di sanzionare le masse popolari.

Siamo meno preoccupati perché c’è qualcuno che come gli abitanti di via Padova ha preso l’iniziativa di fare un petizione per “chiedere” spiegazioni e vigilare sull’accaduto o ci sono compagni che si organizzano e si mobilitano per far fronte alla repressione. Quello della repressione sarà un fronte di lotta, mobilitazione e coordinamento perché se prima avevamo “solo” i Decreti Salvini oggi abbiamo anche le misure restrittive dei DPCM che vorrebbero fare carta straccia delle agibilità politiche e sindacali di cui invece è importante riappropriarsi. Se ci mandano a lavorare (e spesso in condizioni di non sicurezza… vedi quanti sono i tranvieri ATM contagiati), allora possiamo anche scioperare, manifestare, organizzarci e portare il nostro sostegno fuori dalle aziende, per difendere i nostri diritti. Le Brigate di solidarietà, gli operai organizzati, i lavoratori delle aziende pubbliche, le associazioni e i comitati di quartiere possono e devono porsi come vere e proprie autorità che denunciano la repressione e sostengono i lavoratori colpiti dalla repressione aziendale e poliziesca, che fanno appello agli altri lavoratori e alle masse popolari nei quartieri affinché si mobilitino contro le prove di stato di polizia in corso, facciano pressione su sindaci ed eletti, personalità pubbliche e sinceri democratici affinché prendano posizione e, soprattutto, agiscano negli interessi delle masse popolari e della tutela della salute pubblica.

Siamo meno preoccupati perché la parte sana e organizzata di operai, lavoratori, giovani e donne e spesso anche anziani, ha fatto da contraltare alle misure criminali come l’ordinanza di Gallera dell’8 marzo che ha reso le RSA dei focolai del contagio, alle misure del governo Conte succubi del padronato e di Confindustria che hanno reso la Lombardia un grande cimitero di decessi per Covid19, al silenzio assordante del sindaco Sala che ha chiacchierato tanto ma senza muovere un dito!

Questa parte sana e organizzata ha mostrato di saper gestire l’emergenza autorganizzandosi, mettendo al centro il vero principio di solidarietà, quello di classe, quello che unisce gli sfruttati e gli oppressi del mondo, quelli che per vivere devono lavorare, mettendo al centro tutta la sua determinazione, creatività e responsabilità. Questa parte sana e organizzata sta mostrando, e di questo dobbiamo esserne consapevoli, che può fin da subito, qui e ora, prendere in mano la gestione delle aziende e dei quartieri, delle città, delle regioni e dell’intero paese. Solo un governo di emergenza popolare, promosso e sostenuto da questa parte sana e organizzata può far fronte agli effetti peggiori di questa crisi sanitaria, economica e sociale; può far ripartire la produzione di beni e servizi in sicurezza, per gli operai e per le loro famiglie e per i profitti dei padroni e dei pescecani della finanza; può far riaprire le scuole in sicurezza, per i nostri figli; può dare i sostegni e sussidi che servono a tutte le famiglie che i governi locali e nazionali hanno ridotto (o non hanno fatto nulla per impedirlo) alla miseria.

Questo è il governo che serve per promuovere la partecipazione crescente delle masse popolari organizzate nella gestione della società e avanzare verso il socialismo, l’unica società che metterà fine alla catastrofe in corso.

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