Il 25 aprile in migliaia sono scesi nelle piazze e nelle strade di tutta Italia per celebrare la Liberazione dal nazifascismo e per mobilitarsi contro le misure del governo Conte 2 per fronteggiare l’emergenza COVID-19. Sono state portate in strada proposte, contenuti e rivendicazioni che puntano e indicare una via alternativa – più favorevole alle masse popolari che a Confindustria, Vaticano, UE e il resto dei poteri forti – per fare fronte a questa crisi. In tanti hanno affisso striscioni, fatto presidi, autorganizzato piccoli cortei e varie forme di lotta in cui si lanciavano le parole d’ordine di costruire una “nuova resistenza”, fare come i partigiani che nel 45’ liberarono il paese dagli invasori.

La risposta del governo Conte2 è stata quella di provare a reprimere queste mobilitazioni con multe, provocazioni e in alcuni casi con atti violenti. I tentativi di repressione di tale governo non sono però riusciti ad arrestare queste mobilitazioni, hanno anzi dimostrato l’impossibilità per gli organi repressivi dello Stato di fronteggiare la lotta e le migliaia di mobilitazioni sparse in tutto il paese. Questo perché il fianco debole del governo sono proprio le masse popolari e la loro forza che quando si dispiega – anche se in forme ancora sparse e limitate – è difficilmente arrestabile.

Nella serata di ieri il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, a reti unificate ha annunciato l’avvio della fase 2: una pagliacciata! Cambia poco o nulla in termini di gestione della quarantena di massa (continua il ritornello dello “state a casa”), così come i dati riguardanti i rischi di contagio ma vengono riaperte le aziende (quelle poche che erano state effettivamente chiuse) per far contenti Confindustria e conclusi accordi a debito con la UE che per Conte e il suo governo dovranno pagare le masse popolari. Se la fase 1 era una farsa, questa fase 2 è una buffonata! È evidente che le fabbriche e gli ospedali restano i principali luoghi di contagio per i quali non è previsto uno straccio di intervento serio; così come è evidente che la quarantena di massa abbia messo in ginocchio tanti lavoratori autonomi, piccoli produttori, precari (che nel frattempo il posto di lavoro lo hanno perso per sempre) e i lavoratori in nero.

Le promesse da marinaio sui buoni spesa, sul reddito di emergenza, sulle assunzioni e investimenti nel pubblico impiego e sulla sicurezza degli operai nei luoghi di lavoro non marceranno davvero se non saranno gli operai, i lavoratori, i precari e i disoccupati a imporre le misure che servono e vigilare per la loro effettiva attuazione. Questo vuol dire mobilitarsi e organizzarsi in ogni territorio e in ogni azienda, raccogliendo e sviluppando le esperienze condotte in questa prima fase dell’emergenza COVID-19: dagli scioperi, l’auto esenzione dal lavoro in mancanza di DPI, la gestione della distribuzione di beni e servizi delle Brigate di Solidarietà e tutto il resto delle attività simili.

Bisogna guardare alla giornata del 25 aprile come una prova generale e un embrione di cosa è possibile fare in larga scala nelle prossime settimane. Non ci sarà uscita favorevole per le masse popolari se non saranno loro stesse a individuare le misure necessarie e imporle con la lotta, con la mobilitazione e la riscossa!

Cosa vuol dire, quindi, costruire la “nuova Resistenza”, agire da “nuovi partigiani” e “liberare il paese”?

La Resistenza oltre a essere stato un movimento di liberazione del paese dalle truppe nazifasciste caratterizzato da un forte consenso popolare, un coinvolgimento ampio delle principali forze politiche organizzate, un’organizzazione militare di operai, contadini, intellettuali e altre fasce di popolazione è stata innanzitutto il punto più alto raggiunto dalla classe operaia e dal resto delle masse popolari nella loro lotta per il potere. Da essa derivano le principali conquiste in campo politico, sociale ed economico, quelle che i padroni tentano senza sosta di eliminare dalla metà degli anni ‘70 del secolo scorso. Da essa deriva un patrimonio di insegnamenti per riprendere il cammino interrotto dalla classe operaia e dai partigiani a causa della deriva revisionista del PCI e per portarlo fino in fondo, fino all’instaurazione del socialismo nel nostro paese.

La vittoria della Resistenza ci ha mostrato tre aspetti che è importante tenere presente anche oggi per comprendere cosa è necessario fare per dare gambe all’idea di costruire una “nuova Resistenza”, un “nuovo movimento di liberazione nazionale” e agire da “nuovi partigiani”:

  1. La Resistenza ha vinto sul nazifascismo grazie al legame fra la classe operaia e il movimento comunista. Il PCI è diventato grande grazie alla lotta antifascista, ha operato per decenni nell’illegalità, ha subito continui arresti del suo gruppo dirigente, ha affrontato la censura e il Tribunale Speciale, ma ha saputo legarsi strettamente alla classe operaia e ha fatto della sua mobilitazione la forza che ha rovesciato il nazifascismo.
  2. La Resistenza ha vinto grazie al ruolo assunto dalla classe operaia che nelle fabbriche (con gli scioperi e il sabotaggio della produzione bellica), nelle città (con i GAP e le SAP) e sulle montagne, arruolandosi nelle brigate partigiane, è stata la colonna portante della sollevazione popolare.
  3. La Resistenza ha dimostrato che per quanto siano “spietati” e “potenti” i grandi industriali e i loro lacchè (il fascismo fu la dittatura terroristica, aperta e dispiegata, della borghesia), essi non possono sottomettere definitivamente la classe operaia e le masse popolari: per imporre il loro dominio hanno necessariamente bisogno o del sostegno o della passiva rassegnazione delle ampie masse.

 

L’aspetto decisivo è quindi che la Resistenza è stata – fino a un certo punto a causa dei limiti dei comunisti che non si dimostrarono all’altezza di portarla fino in fondo – un movimento principalmente di organizzazione, di costruzione del potere delle masse popolari alternativo a quello dei padroni, un potere che si esprimeva nella gestione e nel controllo della produzione nelle fabbriche, nella distribuzione di beni e servizi nei quartieri e nelle città, nella rete capillare di vigilanza e controllo popolare rispetto alle azioni dell’esercito invasore. Quella rete costruita per anni sotto traccia ma con continuità che costituito l’ossatura della liberazione del paese e che si espressa in maniera evidente il 25 aprile del 45’ a Milano, quando, una volta liberata dagli invasori, la città funzionava sotto la direzione del CLN, del Partito Comunista e della classe operaia.

Da qui dobbiamo ripartire, quindi, per fronteggiare l’emergenza COVID-19. Questo quello che dobbiamo costruire, il governo delle masse popolari organizzate che prende via via in mano la gestione delle aziende, dei territori, della società: un Governo di Emergenza Popolare. I passi da compiere qui ed ora sono:

  • Organizzare in ogni azienda gruppi di operai che si occupano di controllare e vigilare sulla sicurezza, sulla produzione, sui rischi chiusura e che leghino la propria azione a quella degli operai di altre aziende in maniera da coordinarsi e rafforzare ciascuno la propria battaglia e più complessivamente la lotta per la nazionalizzazione di aziende e settori produttivi (anche mediante l’istituzione di una nuova IRI);
  • Organizzare in ogni ospedale gruppi di medici, infermieri e OSS che vigilino sulla sicurezza (DPI) per se stessi e i propri pazienti, si mobilitino per le assunzioni a tempo indeterminato dei posti che servono e per la riapertura degli ospedali tagliati negli ultimi anni, che denuncino pubblicamente tutte le carenze e le speculazioni che i padroni proveranno a portare avanti per i loro profitti;
  • Dare continuità e allargare ad altri aspetti del governo dei territori, l’azione delle Brigate di Solidarietà perché sempre di più non si limitino al mutualismo ma contribuiscano alla costruzione di una rete di nuova governabilità di quartieri e citta;
  • Mobilitarsi e organizzarsi in ogni città per pretendere l’erogazione dei buoni spesa, del reddito di emergenza e l’ampliamento del reddito di cittadinanza spingendo perché i fondi necessari non siano prestiti a debito da scaricare sulle masse popolari ma siano pagati dai padroni (stop alla costruzione di grandi opere inutili e dannose, requisizione forzosa dai conti correnti dei ricchi, ecc.).

Avanti operai, avanti lavoratori, avanti compagni!

Per una nuova Resistenza e per una nuova liberazione del paese c’è bisogno della rinascita del movimento comunista, c’è bisogno di un nuovo partito comunista che organizzi, alimenti ed elevi la resistenza spontanea delle masse popolari al procedere della crisi. Quel partito esiste, è il (nuovo) Partito Comunista Italiano – della cui Carovana il Partito dei CARC fa parte – ed è sorto per completare l’opera dei Partigiani: fare dell’Italia un paese socialista e contribuire così alla nuova ondata della rivoluzione proletaria che avanza in tutto il mondo. Si tratta di un’opera per cui c’è bisogno della mobilitazione di tutti, per una nuova liberazione nazionale contro gli occupanti del nostro paese: banchieri, speculatori, capitalisti, potenze straniere (come la NATO), Vaticano. Ognuno può dare e deve dare il suo contributo per costruire e far costruire organizzazioni operaie e popolari, collegarsi con altri organismi e movimenti popolari, portare ovunque arriva la parola d’ordine di “organizzarsi, coordinarsi, ribellarsi, formare un governo di emergenza popolare per fronteggiare l’emergenza sanitaria, politica ed economica in corso nel nostro paese, un lavoro utile e dignitoso per tutti”.

 

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