Il filmato è stato realizzato da un collaboratore del P.CARC, un compagno che ha messo a disposizione le sue conoscenze tecniche per contribuire a divulgare il contenuto dell’intervista a Pietro Vangeli. Lo pubblichiamo a corredo del testo dell’intervista anche come esempio del fatto che i contributi alla lotta per la costituzione del Governo di Blocco Popolare sono i più diversi e sono tutti utili. Ai fini della rivoluzione socialista il contributo di ognuno è prezioso.

Nel novembre 2019 abbiamo iniziato a raccogliere le interviste sull’esperienza dei Consigli di Fabbrica (CdF) e la prima è stata quella a Pietro Vangeli, il Segretario Nazionale del P.CARC, sul CdF della SAMPAS. Ne sono seguite altre, altre ancora sono in cantiere e saranno pubblicate nei prossimi giorni.
La pandemia da Covid-19 ha aggravato in modo repentino e profondo la crisi generale del capitalismo e ha generato una situazione di straordinaria emergenza nel nostro paese e nel mondo. La letteratura della Carovana del (nuovo)PCI sull’argomento è ricca, tanto nell’analisi della situazione che nelle indicazioni sul che fare qui e ora per farvi fronte positivamente. Il pilastro di ogni ragionamento realistico e di prospettiva è che, al contrario di quanto strombazza in lungo e in largo la propaganda di regime, dietro l’angolo non c’è un “ritorno alla normalità”: finché la direzione del paese rimane in mano alle stesse autorità e alla stessa classe responsabili della china disastrosa presa dal paese e della gestione criminale dell’emergenza sanitaria, le cose possono andare solo di male in peggio. Peggio anche della “normalità” che ha creato le condizioni di devastazione economica, politica e sociale su cui la pandemia da Covid-19 si è innestata, acuendo e aggravando tutte le contraddizioni esistenti, come la goccia che fa traboccare il vaso.

L’unica strada positiva che abbiamo di fronte è rafforzare l’organizzazione e la mobilitazione del proletariato fino a costituire un governo di emergenza fondato sulle organizzazioni delle masse popolari e per questo in grado di attuare i provvedimenti necessari a far fronte all’emergenza sanitaria, economica e sociale. Il P.CARC lavora per questo obiettivo e promuove la formazione di organismi di operai in ogni azienda capitalista (privata) e di lavoratori in ogni azienda pubblica. Sulla natura e sul ruolo di questi organismi, i CdF sono l’esempio più concreto e vicino che abbiamo nel nostro paese (un altro esempio efficace sono i soviet che sorsero in Russia nel 1905 e furono l’architrave della rivoluzione socialista dell’Ottobre 1917).

In questa intervista ci concentriamo su un aspetto particolare: il ruolo della classe operaia nella mobilitazione per fare fronte a una grave emergenza come il terremoto in Irpinia del 1980. È chiaro che ci sono molte differenze fra la situazione di allora e quella situazione che viviamo oggi, è chiaro che anche rispetto alle condizioni politiche e sociali “era tutto diverso”. Ma è lo stesso “il succo” della questione e a questo fine quella esperienza è di insegnamento, è istruttiva ed è esemplare.

Dal terremoto in Irpinia sono passati 40 anni. Sono tanti, ma non abbastanza per essere del dimenticato dalle generazioni successive, sia dalle popolazioni colpite che dalle decine di migliaia di operai e proletari che si attivarono, da tutto il paese, per soccorrere i terremotati, sostituendo lo le istituzioni del regime democristiano, inefficienti perché asserviti ai comitati d’affari e ai poteri forti.

Il terremoto in Irpinia fu uno degli esempi chiarissimi della gestione politico-affaristica della Repubblica Pontificia, uno scandalo di magna magna sui soldi della ricostruzione, di corruzioni, di regolamento di conti fra bande e comitati di affari (politici, affaristi, camorra). Ma anche quell’esempio di malaffare, benché siano passati 40 anni, è ancora precisamente attuale. Il 5 aprile, nelle “celebrazioni per il ricordo del terremoto dell’Aquila” del 2009, Mattarella ha dichiarato in pompa magna che “la priorità è la ricostruzione”. Dopo 11 anni!

Nel pieno di un’emergenza affrontata a colpi di prescrizioni e obblighi di rimanere in casa, sono le popolazioni terremotate delle Marche a mettere in chiaro la verità, per mezzo di uno striscione “noi non stiamo in casa dal 24 agosto 2016). Di fronte a uno scempio simile, assistiamo al ritorno di Bertolaso (già commissario straordinario per l’emergenza terremoto a l’Aquila e promotore delle famigerate “casette-villette”, come le aveva chiamate Berlusconi), nominato commissario straordinario per l’emergenza Covid-19 in Lombardia.
Oggi come 40 anni fa la classe operaia e le masse popolari sono chiamate a organizzarsi per prendere in mano la situazione. A differenza di 40 anni fa, quando la crisi generale del capitalismo era agli inizi, questa strada non è una possibilità fra le altre, ma l’unica possibile per risollevarsi e risollevare le sorti del paese.

Prima di tutto è utile inquadrare il terremoto in Irpinia: la portata, gli effetti, la situazione che ha generato…
Il 23 novembre del 1980 un violento terremoto colpì la parte interna della Campania e parte della Basilicata. Fu devastante: 3000 morti, migliaia di feriti, 300mila sfollati, paesi completamente distrutti. Raggiungere la zona si rivelò molto difficile, furono distrutte strade, ponti, ferrovie. A questo si aggiunse un criminale ritardo nell’organizzazione dei soccorsi, che portò l’allora Presidente della Repubblica, Sandro Pertini, a denunciare pubblicamente che le popolazioni furono abbandonate a loro stesse per molti giorni. Di fronte all’incapacità delle istituzioni, partì l’appello al volontariato popolare e ci fu un’ampia mobilitazione da tutto il paese: giovani soprattutto, lavoratori, operai, studenti. Si mise in moto tutta la rete politica, sindacale e associativa: organizzazioni, collettivi politici, CdF, sindacati, reti, comitati…
Io partecipai con un altro compagno, operaio della SAMPAS anche lui, a nome del CdF. Avevo poco più di 20 anni e fu un’esperienza altamente istruttiva: in quei sette giorni di attività sul campo io, come altre migliaia di volontari, ho potuto toccare con mano da una parte la completa incapacità della classe dominante, delle sue autorità e istituzioni di gestire l’emergenza e dall’altra la forza delle masse popolari organizzate e la loro capacità di organizzazione, intervento e azione in una situazione davvero difficile.
Siamo arrivati a Calabritto, un piccolo paese di 3000 persone in provincia di Avellino, a inizio dicembre, circa 7 giorni dopo il sisma. Dopo un viaggio in pullman (eravamo in quattro o cinque pullman tutti diretti lì), abbiamo trovato pioggia, vento, neve e il paese raso al suolo. Il sindaco era scappato con la sua famiglia lasciando la popolazione a se stessa. C’erano solo Vigili del Fuoco e ambulanze e alcune prime squadre di volontari che cercavano di prestare soccorso ai numerosi feriti e di individuare eventuali superstiti sotto le macerie. I soccorsi alla popolazione smarrita, dispersa e affamata non erano ancora arrivati, siamo stati tra i primi ad arrivare. Abbiamo allestito una tendopoli illuminata con gruppi elettrogeni e una mensa da campo per migliaia di persone, abbiamo organizzato la distribuzione di vestiti, acqua e medicinali, la somministrazione delle prime cure e i lavori di ricerca e assistenza dei superstiti, l’assegnazione delle poche roulotte che erano arrivate. Quindi abbiamo collaborato alle operazioni di recupero delle salme e alle sepolture. In paese erano rimasti pochi carabinieri che, del tutto allo sbando, si erano messi al servizio della brigata di volontari che era diventata l’unica autorità sul campo. Anche i militari dell’esercito che erano arrivati in quei giorni si erano messi a disposizione.

Quindi, protagoniste della mobilitazione furono le organizzazioni comuniste e il movimento? Quale fu il ruolo dei CdF? E quale fu il ruolo del CdF della SAMPAS?
Quando è partito l’appello alla solidarietà e all’organizzazione di squadre di soccorso, in tutto il paese c’è stata la risposta: tutte le organizzazioni di movimento, i partiti, i collettivi politici hanno promosso la partecipazione attiva ai soccorsi. Io, che ero presente come rappresentante del CdF della SAMPAS, facevo parte anche del Collettivo dei compagni di Rozzano. Per essere precisi, il movimento è stato proprio questo: la mobilitazione dal basso ha spinto e costretto i sindacati “unitari” (CGIL-CISL-UIL), le grandi associazioni come l’ARCI e la FGCI a mobilitarsi a loro volta, a mettere a disposizione le strutture e i mezzi per compiere un’opera che altrimenti non sarebbe stata possibile. La FGCI e la sinistra del PCI, in particolare, furono spinte a mettere a disposizione tutta la logistica, la capacità organizzativa, le strumentazioni. che usavano per le Feste dell’Unità, che all’epoca erano eventi imponenti.
In questo sommovimento generale, in questa ondata di solidarietà, i compagni presenti nei CdF delle grandi e medie fabbriche ebbero il ruolo di organismi di raccolta degli aiuti (soldi, attrezzature, vestiti, alimenti, coperte), di organizzazione degli operai che partecipavano alle squadre di volontari e, almeno nel caso del CdF della SAMPAS, di imporre all’azienda che le giornate trascorse in missione fossero pagate a stipendio pieno. Quando partimmo, io e l’altro compagno del CdF, benché solo in due del nostro CdF, portavamo anche quanto il CdF aveva raccolto fra gli operai e le masse popolari ed eravamo rappresentanti della mobilitazione di un pezzo della classe operaia di Milano.

Parlaci del campo dei volontari: come era organizzato? Da chi era diretto? Quali relazioni con le istituzioni, le autorità, le forze dell’ordine e l’esercito?
Come ho detto, quando i volontari sono arrivati a Calabritto non esisteva alcuna autorità e nessuna forma di organizzazione. La squadra che era partita qualche giorno prima aveva montato la tenda dei volontari, nella piazza principale del paese, di fronte al Comune, la caserma dei Carabinieri e la chiesa erano quasi completamente distrutte. La tenda era l’unico posto illuminato della zona ed effettivamente era il simbolo della nuova autorità presente nel paese. Lì venivano organizzate le squadre di soccorso, era un via-vai di militari e civili. I volontari erano divisi in squadre di lavoro di 10-15 persone e ogni gruppo si era dato un nome (noi ci chiamavamo i Rozzanes) e aveva un coordinatore. Il coordinatore di tutto il campo era un giovane responsabile di qualche livello dell’ARCI. Penso che fosse della FGCI, ma allora non avevamo nessun interesse particolare a fare inchiesta e a capirlo… Era uno molto in gamba, sui trent’anni, che si è preso molte responsabilità. Operava come autorità a tutti gli effetti: firmava documenti di sequestro e redistribuzione di beni, disponeva tutti i lavori del campo, trattava con esercito e Carabinieri e indicava loro le priorità a cui dovevano dedicarsi. Tanto per rendere l’idea, durante una sosta nel viaggio di andata ci siamo fermati a mangiare a un ristorante, eravamo quattro o cinque pullman. Il responsabile della missione ha firmato un documento grazie al quale il ristoratore sarebbe stato risarcito dallo Stato e nessuno dei volontari ha pagato il pranzo.
Rapporti con le istituzioni, almeno nella prima settimana, non ce ne furono per il semplice motivo che le istituzioni sul campo non c’erano. Alla fine della prima settimana, quindi ben due settimane dopo il sisma, il Prefetto si adoperò per riprendere il controllo del paese, rientrò il sindaco dalla sua fuga, fu inviato un plotone di Carabinieri e un delegato del Prefetto avrebbe dovuto prendere il posto della tenda dei volontari. Ci fu un tentativo di sgombero della tenda da parte dei Carabinieri che fu respinto dalla resistenza opposta non solo dai volontari, ma anche dalla popolazione. Era però iniziato il processo di “normalizzazione” e anche l’esercito, che inizialmente si era messo al servizio delle brigate dei volontari, si schierò con le autorità che, di lì a poco, riuscirono effettivamente a riprendere il controllo della situazione. Dopo la partenza del grosso delle squadre che avevano terminato la propria settimana, la situazione è infatti tornata alla “normalità”.

Esiste una connessione fra quella esperienza e la situazione attuale? Se sì, quale?
Un terremoto è un fenomeno che ha un inizio e una fine: arriva, distrugge, finisce e si lascia dietro le macerie, le vittime e una situazione di emergenza, con tutto da ricostruire. La situazione attuale è diversa per vari motivi: l’emergenza sanitaria è durevole nel tempo, per contenerla servono misure che impattano su tutte le relazioni sociali – sanitarie, economiche e politiche – dell’intero paese. Siamo in una situazione in cui le case, le strade e i supermercati esistono, i beni e servizi che servono si possono, con le necessarie misure di sicurezza, continuare a produrre. È del tutto possibile ottenere risultati soddisfacenti se il governo e le autorità disponessero le misure necessarie. Anche cose semplici, come dotare il personale medico e sanitario degli strumenti per operare in sicurezza: dispositivi di protezione individuale, ecc. Invece la gestione criminale delle autorità borghesi dell’emergenza Covid-19 emerge proprio da questo: diecimila fra medici e infermieri contagiati, mandati allo sbaraglio. Da centri di cura gli ospedali sono diventati centri di contagio. Per capirci, anche nelle zone terremotate dell’Irpinia c’erano situazioni di grave emergenza: c’era il rischio di epidemia, la popolazione e i volontari non potevano lavarsi, c’erano i cadaveri sotto le macerie, si doveva operare con dei mezzi che, per quanto rudimentali, garantissero un minimo di sicurezza… le mascherine di allora erano i fazzoletti di stoffa! Quei mezzi li hanno messi a disposizione le brigate volontarie, sono stati raccolti e inviati da tutta Italia in modo che i volontari potessero lavorare e le popolazioni potessero essere curate. Quindi se vuoi sapere il principale nesso fra la situazione del terremoto in Irpinia di 40 anni fa e la situazione attuale, si tratta di un insegnamento e di una dimostrazione: bisogna fare di tutto, organizzarsi e mobilitarsi in ogni modo per impedire che la gestione dell’emergenza rimanga nelle mani di quelle autorità che hanno governato e diretto creando le condizioni affinché l’emergenza si realizzasse. Non possiamo stare in casa e aspettare che “l’emergenza passi” delegando alla borghesia e al clero la risoluzione dei problemi e delle contraddizioni di cui sono gli unici responsabili. La parola d’ordine “stare a casa e aspettare che l’emergenza passi” e “poi daremo battaglia, la faremo pagare alla borghesia e ai padroni” è sbagliata perché alimenta la rassegnazione, l’attendismo e il disfattismo nel campo delle masse popolari. Noi dobbiamo spingere, in particolare i giovani, alla mobilitazione, adottando le misure di sicurezza necessarie.

A questo proposito, quindi, c’è anche una grande differenza fra l’atteggiamento che le autorità ebbero di fronte alla mobilitazione in soccorso alle popolazioni terremotate dell’Irpinia e quello che hanno oggi…
Certo. Da una parte bisogna considerare che governo e istituzioni temono la mobilitazione della classe operaia e delle masse popolari, quindi cercano di usare ogni pretesto per scoraggiarla e per favorire che ognuno stia a casa propria, pensi a se stesso e alla sua stretta cerchia. Ma dall’altra va considerato che le autorità non hanno e non mettono a disposizione gli strumenti per operare in sicurezza: non li danno a medici e infermieri, figuriamoci se potrebbero darli a un ampio numero di persone che si mobilita. Da qui gli appelli e le pressioni, le minacce, le multe per far rimanere tutti a casa, ma è evidente che la gestione dell’emergenza è fallimentare. Anzi, è criminale. Ci sono ad oggi 17mila morti ufficiali, ma tantissimi – quanti al momento non si sa… 5mila, 6mila, 8mila? – non sono stati censiti, quindi il numero è al ribasso. Ci sono centinaia di migliaia di persone malate abbandonate nelle case senza che lo Stato garantisca loro un minimo di assistenza, approvvigionamento dei beni di prima necessità, cure mediche. Ci sono migliaia di anziani abbandonati nelle RSA che sono diventati luoghi di focolaio, contagio e morte fuori controllo. Ci sono i padroni che fanno mille pressioni e carte false per non chiudere le aziende o per riaprire ad ogni costo quelle chi hanno chiuso, ci sono quelli che speculano impunemente sulle mascherine, sui tamponi, ecc. Questa è la gestione del governo Conte a guida PD, della giunta lombarda di Fontana e Gallera, di quella veneta di Zaia, di quella emiliana di Bonaccini e di quella toscana di Rossi… È evidente che è necessaria un’altra direzione. Non serve, anzi è dannoso e complice, un vertice della Protezione Civile che fa conferenze stampa tutti i giorni e snocciola dati insensati, serve una Protezione Civile che organizza i tanti giovani, i lavoratori, i disoccupati, le masse popolari a fare fronte all’emergenza sanitaria, servono autorità nazionali, regionali e locali che garantiscono condizioni di vita dignitose, cure e trattamenti a tutta la popolazione. Torno a dirlo, lo ripeto e lo ripeterò: l’esperienza delle brigate volontarie in Irpinia, come tante altre volte e occasioni, ha dimostrato che le masse popolari organizzate possono fare cose che le autorità borghesi non riescono e non possono nemmeno a immaginare.

Vuoi fare delle conclusioni?
Non bisogna lasciare la gestione dell’emergenza alla classe dominante e al clero che sono gli artefici di questa situazione. Bisogna invece che i comunisti usino ogni mezzo, ogni strumento e ogni occasione per alimentare tra le masse popolari e la classe operaia la fiducia nella loro forza e nella loro capacità quando agiscono in modo organizzato e coordinato. Da 20 anni la propaganda di regime ci martella che la classe operaia non esiste più, ma un solo mese di emergenza Covid-19 ha mostrato chiaramente che sono gli operai a far funzionare il paese, a produrre i beni e servizi che servono al paese. Mentre tutti i media parlavano solo dell’emergenza sanitaria, con gli scioperi che hanno bloccato le principali aziende del paese, la classe operaia ha smascherato la propaganda di regime e ha mostrato l’enorme problema della sicurezza e salubrità nei luoghi di lavoro, nelle fabbriche e nelle aziende dove milioni di operai erano costretti a lavorare senza protezioni, contro ogni norma sulla sicurezza e ogni protocollo. I posti di lavoro erano diventati – e i padroni vogliono farli tornare riaprendo senza che ve ne siano le condizioni – luoghi di contagio indiscriminato, focolai fuori controllo dell’epidemia.
Ecco tutta l’ipocrisia e la schizofrenia del governo: pretende di confinare la popolazione in casa, abbandonandola a sé stessa, ma lascia funzionare o vuole riaprire le fabbriche anche se non fanno produzioni essenziali, consente la continuazione della produzione di armi, mantiene le missioni di guerra anziché richiamare i militari a sostenere la popolazione.
Allora rinnovo l’appello che abbiamo lanciato come P.CARC alla mobilitazione generale per la “Settimana Rossa”, quella dal 25 Aprile al Primo Maggio: trasformare il panico e il disorientamento in ulteriore motivo di organizzazione e mobilitazione dei lavoratori e delle masse popolari, realizzare 10, 100, 1000 attività e iniziative, anche piccole o piccolissime, anche individuali, anche a piccoli gruppi in modo responsabile per evitare il contagio – quella responsabilità che la classe dominante ha ampiamente dimostrato di non avere -, costruire la rete della mobilitazione per prendere in mano la situazione. Come fecero i giovani, gli operai e le donne e i partigiani, guidati dal Partito Comunista, dall’8 settembre 1943 in poi. Come fecero i lavoratori sovietici con la vittoria di Stalingrado. Questo è lo spirito con cui chiamiamo tutti i partiti e le organizzazioni comuniste a “fare i comunisti”.

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