I padroni stanno spingendo sull’acceleratore per riaprire le aziende. Le istituzioni tendono ad assecondare i loro desideri e i mass media offrono la loro grancassa ai suonatori di Confindustria. Tutto per rientrare da una chiusura che è stata a dir poco parziale e zeppa di violazioni assolutamente impunite, come evidenziano la FIOM di Milano e FIM-FIOM-UILM della provincia di Monza Brianza e di cui parla anche Il Fatto Quotidiano di martedì 7 aprile. I padroni hanno sommerso le Prefetture di comunicazioni di deroga: solo nella provincia di Brescia, dal 23 marzo a oggi, se ne contano 350 al giorno, subito operative tramite semplice autocertificazione ma con un numero insufficiente di controlli dovuti alla mancanza di personale delle autorità deputate alla supervisione dei dispositivi di sicurezza.

L’unico freno ai padroni viene dagli scioperi e mobilitazioni dei lavoratori. Alla Lucchini di Lovere (BG), di fronte alla pretesa dell’azienda di ripartire a pieno regime nonostante il blocco (che tradotto in numeri significa almeno 1300 lavoratori che “non stanno a casa”), FIOM-FIM-UILM hanno dichiarato 11 giorni di sciopero, dal 3 fino al 13 aprile, tutelando gli operai e dando loro la possibilità di difendere la propria salute. Nel bresciano la minaccia di sciopero ha fermato la riapertura di una consociata dell’Alfa Acciai con sede a Montirone, così come è successo nelle settimane precedenti alla Pasotti di Pompiano, alla Thyssen Krupp di Visano e in altre aziende durante l’ondata di scioperi spontanei che di fatto hanno imposto il blocco produttivo poi decretato. Certo è che in tantissime realtà medie, piccole e anche grandi questa vigilanza oggi manca ancora. Come evidenziano i comunicati sopra citati, tanti padroni aprono violando i blocchi e senza temere alcuna sanzione oppure cambiando i codici Ateco o trovando escamotage per continuare a produrre anche ciò che essenziale non è.

I padroni hanno la smania di riprendere la produzione perché il loro mondo non gli permette di fermarsi mai, perché non possono vivere se non accumulando capitale…e l’accumulazione di capitale avviene tramite lo sfruttamento degli operai. Non esiste “l’unità nazionale di fronte alle avversità”, operai e padroni non sono sulla stessa barca: la borghesia non ha alcun riguardo per la salute collettiva ed è ancora drammatica la mancanza di DPI, negli ospedali e nelle aziende.

Non esiste e non esisterà nessun piano serio per una riapertura della produzione che sia ragionato e dettato dalla cautela o dagli interessi della classe operaia e delle masse popolari. Non verranno fatti tamponi ai lavoratori che saranno costretti a rientrare al lavoro come non sono stati fatti ai malati, né tanto meno ai lavoratori della sanità. Non ci sarà alcuna seria politica di sicurezza nelle aziende, così come non c’era prima dell’emergenza.

La verità è che governo, giunte regionali e comunali non sono in grado e non hanno la volontà politica neanche per far rispettare il blocco produttivo parziale che è stato decretato. Gli unici provvedimenti che vengono fatti rispettare a suon di multe salate sono quelli contro i malcapitati che fanno due passi vicino a casa. Le Forze dell’Ordine, intente a perseguire questi “pericolosi untori”, permettono assembramenti nelle fabbriche senza alcun controllo.

Non è tempo di aspettare piani sulla salute nelle fabbriche che non verranno mai fatti o misure di precauzione organizzate dai padroni che altro non saranno che ulteriori vessazioni e violazioni dei diritti dei lavoratori: impossibilità di avere la mensa, divieto di assemblea, imposizione di ferie forzate e decurtazione e ritardi nei pagamenti dei salari.

È tempo che i lavoratori si organizzino per fare fronte agli abusi padronali contro la loro salute e alle restrizioni dei loro diritti che i padroni tenteranno di mantenere in vigore a oltranza. Per contrastare gli abusi dei padroni, non basta affidarsi al Prefetto locale (come prevede il DPCM), da cui ci si può aspettare solo asservimento e conferma della continuità produttiva. In ogni azienda bisogna costituire organizzazioni di operai e lavoratori che da subito denunciano i tentativi di ricatto dei padroni, che impongano con la mobilitazione condizioni di lavoro dignitose e in difesa della loro salute e, di conseguenza, dei loro familiari, contro i licenziamenti e per il pieno salario. La crisi sanitaria finirà, ma non finirà quella economica che si trascina da anni e che è arrivata ora a un punto irreversibile.

I lavoratori costretti a tornare al lavoro devono organizzarsi per bloccare ancora le produzioni non essenziali con la lotta, come fatto con gli scioperi spontanei di marzo, e per imporre le più rigide misure di sicurezza nelle produzioni indispensabili. I piani di sicurezza li devono imporre i lavoratori!

Confindustria e i suoi lacché si affannano a chiedere la riapertura delle attività produttive su larga scala. Ma il rischio di contagio è superato? Se fosse così allora anche le misure restrittive sulla mobilità e le mille vessazioni contro lavoratori e masse popolari dovrebbero essere annullate! Ma non è così: la realtà è che la nostra Lombardia e il nostro paese sono ancora nel pieno dell’emergenza sanitaria e che dietro le mosse di Confindustria c’è solo la sete di profitto dei Bonometti, Agnelli-Elkann e Marcegaglia.

Tutto questo è antieconomico per i capitalisti? Allora questa crisi sanitaria ci dice chiaro che è giunto il momento di costruire un sistema diverso, che risponda alle esigenze delle masse popolari e della classe operaia! La crisi per sovrapproduzione assoluta di capitale ha determinato negli anni lo smantellamento delle tutele della salute pubblica e ha prodotto questa crisi sanitaria, che mostra tragicamente l’inadeguatezza del sistema capitalista e la criminale direzione della borghesia imperialista sulla società.

Bisogna organizzarsi sui posti di lavoro e formare organizzazioni operaie che prendano in mano direttamente la tutela della salute e della sicurezza sul posto di lavoro, che si coordinino con altre organizzazioni a formare una rete sempre più vasta che arrivi a imporre un governo di emergenza popolare per fare fronte alla crisi sanitaria ed economica.

Il virus non si ferma fuori dai cancelli delle aziende!

10, 100, 1000 iniziative operaie per organizzare astensione dal lavoro, messa in malattia e scioperi diffusi e di massa!

Chiudere le aziende che producono beni e servizi non essenziali !

Chiudere le aziende che continuano a produrre beni e servizi non essenziali senza condizioni di sicurezza per la salute degli operai!

Organizzare la vigilanza operaia sulle aziende avviate a morte lenta prima della pandemia e che oggi i padroni, approfittando dell’emergenza sanitaria, vogliono chiudere definitivamente: nessun macchinario deve uscire e la riapertura deve essere fatta in condizioni di sicurezza!

Organizzarsi e mobilitarsi per la nazionalizzazione di tutte le attività produttive che i padroni chiudono!

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