Rilanciamo l’intervista rilasciata da un medico dell’ospedale di Perugia alla sezione locale degli Operatori Sociali Autorganizzati e dalla quale emergono alcune delle falle del Sistema Sanitario Nazionale che l’emergenza da Covid-19 ha provveduto definitivamente a scoperchiare.

Le problematiche venute a galla hanno mostrato come le politiche criminali della classe dominante, messe in atto negli anni dai suoi governi, abbiano smantellato la sanità pubblica con tagli e privatizzazioni che l’hanno resa inadeguata a fronteggiare la pandemia. Mancano DPI per proteggere il personale dal contagio, tamponi diagnostici, medici ed infermieri, mancano posti letto e respiratori, bombole di ossigeno. Negli ospedali pubblici manca quanto necessario per garantire la tutela dei lavoratori e l’accesso gratuito alle cure per tutta la popolazione affetta da Covid-19 o da altre patologie.

È di ieri la denuncia del Presidente dell’Ordine delle Professioni Infermieristiche della provincia di Perugia che, a fronte dell’aumento del numero dei contagi tra il personale sanitario, palesa la necessità di un monitoraggio continuo del personale con tamponi ogni 15 giorni. La situazione non è migliore ad Assisi, dove alcuni operatori del Pronto Soccorso hanno postato un appello su facebook rivolto ai fornitori di presidi sanitari, richiedendo preventivi e consigli su quale sia il materiale più idoneo a trattare pazienti potenziali Covid-19 in sicurezza.

Lo smantellamento della sanità pubblica è tangibile e oggi più che mai sotto gli occhi di tutti. Se indigna quanto avvenuto in una clinica privata della città, dove per 70 euro si eseguivano tamponi rapidi, speculando sulla paura dei lavoratori e delle masse popolari, non possiamo rimanere indifferenti alla gestione scellerata dell’emergenza che il governo Conte 2 sta mettendo in campo a suon di Decreti. Bisogna restare a casa ma il personale medico, impegnato ogni giorno sul fronte principale, rischia di diventare l’untore inconsapevole di familiari e di pazienti non Covid-19 con cui entra in contatto.

Il governo arranca cercando di rallentare la diffusione dei contagi, ma questo rappresenta solo un palliativo per dare respiro a quel che resta del Servizio Sanitario Nazionale ormai senza posti letto nè personale e dove già prima del Coronavirus si faticava a ricevere assistenza.

Nessuna soluzione all’emergenza sanitaria pioverà dal cielo, tantomeno arriverà da autorità asservite ai capitalisti e agli speculatori. Quello che serve per uscire dalla pandemia, a Perugia come nel resto del paese, è una mobilitazione massiccia e dispiegata dei lavoratori della sanità. Medici, infermieri e OSS devono organizzarsi ospedale per ospedale, reparto per reparto per indicare le misure necessarie per far funzionare le strutture sanitarie fondamentali per garantire il pubblico accesso alle cure:

  • Pretendendo la fornitura di mascherine, guanti e tute per impedire il contagio degli operatori;
  • Requisendo le strutture sanitarie private senza indennizzo contro la carenza di posti letto;
  •  Pretendendo lo scorrimento delle graduatorie per l’assunzione di infermieri e OSS, internalizzando tutti i lavoratori precari della sanità e facendo un grosso piano di assunzioni con bandi rapidi;
  • Abolendo il vincolo di fedeltà aziendale.

Si tratta di misure d’emergenza e i lavoratori della sanità pubblica devo pretenderne l’attuazione organizzandosi e coordinandosi con gli altri organismi che perseguono gli stessi obiettivi, come il Comitato Pro Ospedali Pubblici Marche. Prendere in mano le sorti della sanità pubblica nel nostro paese è necessario e possibile, lo dimostra il Comitato NO alla chiusura dell’Ospedale San Gennaro di Napoli che ha censito le cliniche private della città per dimostrare che i posti letto ci sono e che sono i sanitari insieme alle masse popolari che devono andarseli a prendere.

Riprendersi quanto necessario a far marciare la sanità pubblica è necessario per vincere la battaglia contro il Coronavirus e promuovere dal basso la ricostruzione di un Sistema Sanitario Nazionale libero da speculatori e affaristi. La sanità umbra, che è stata di recente al centro di uno scandalo giudiziario per irregolarità in circa 8 concorsi per una trentina di assunzioni architettate dal PD, li conosce bene.

Lavoratori della sanità organizzatevi e coordinatevi per cacciare, insieme al virus, le autorità asservite ai capitalisti e al Vaticano che hanno smantellato il Servizio Sanitario Nazionale, per costruire un Governo di Emergenza che attui subito le misure necessarie per operatori sanitari e per le masse popolari.

***

Quale è il settore lavorativo nel quale lavori?

Corsista medicina generale secondo anno e sostituto di continuità assistenziale (ex guardia medica)

Di che tipologia si tratta?

Assistenza sanitaria territoriale e tirocinio in struttura ospedaliera

Com’è cambiato il tuo lavoro alla luce della nuova emergenza sanitaria?

Il tirocinio è stato di fatto sospeso e sostituito dall’attività pratica sul territorio dopo un farraginoso iter burocratico, per cui alcuni colleghi sono ancora costretti ad andare in ospedale a reggere i muri in piena emergenza sanitaria e senza adeguati dpi. In continuità assistenziale dopo il boom della prima metà di marzo ho osservato una riduzione significativa degli accessi per tutte le cause, la gente un po’ per paura del contagio un po’ per presa di coscienza non chiama più per problemi che fino a 20 giorni fa avrebbero richiesto (anche sotto forti pressioni, talvolta minacce) valutazioni domiciliari inderogabili a detta degli stessi. Aumento esponenziale delle chiamate per stato d’ansia, palpitazione, scompensi della terapia antipertensiva.

Siete stati/e dotati/e di sistemi di protezioni individuali per evitare il contagio sui luoghi di lavoro?

Non adeguati, nel contesto della guardia medica abbiamo 3 “kit completi” di camice sterile usa e getta, guanti (lattice e non nitrile, meno efficaci) copri scarpe, copricapelli, un paio di occhiali da disinfettare e riutilizzare e 5 mascherine chirurgiche (una sola fp2) per 4 medici su un distretto comprendente 60 mila pazienti. Nel contesto ospedaliero non ci davano neanche le mascherine chirurgiche come corsisti, per fortuna il professore ci ha rispediti a casa. Io ho provveduto a mie spese e grazie l’aiuto di amici a procurarmi un po’ di materiale, ma ad oggi non disponiamo di dpi che rendano sicura la visita del soggetto sintomatico nel contesto della continuità assistenziale.

Sono state attivate delle disposizioni speciali per le/gli utenti di cui vi occupate?

Si, limitare al massimo le visite, gestire tutto il gestibile tramite consulenza telefonica, attivare i protocolli usl in caso di pazienti sintomatici con sospetto covid19, che passano dal sentire telefonicamente lo specialista epidemiologo ed eventualmente la centrale del 118 qual ora la situazione clinica tenda a degenerare.

Quale è la tua valutazione sulla gestione dell’emergenza sui posti di lavoro?

Inadeguata, non abbiamo strumenti né linee guida (ad oggi) per fornire adeguata assistenza domiciliare ai pazienti nelle fasi precoci di malattia.

Quali soluzioni pensi andrebbero adottate?

Reindirizzare le risorse e la produzione di dpi in linea prioritaria al circuito sanitario, distribuendo fra ospedale e territorio, a discapito di privati che stanno facendo scorte per andare a fare la spesa con mascherine che mancano in rianimazione. Una volta messi in condizione di sicurezza, garantire il prima possibile delle linee guida e le relative note aifa per i farmaci attualmente impiegati in ambito ospedaliero, se possibile offrire una formazione anche ai medici sul territorio sulle principali alternative farmacologiche. Screen tramite tampone a tutto il personale sanitario potenzialmente esposto, quarantena di 20 giorni anche in soggetti asintomatici (case reporting dimostrano che 14 giorni sono spesso insufficienti per capire l’evoluzione dell’infezione). Garantire alla gente dei canali sicuri come “valvole di sfogo”, perchè la tensione della quarantena sta esacerbando i quadri psichiatrici, e perchè l’impossibilità di lavorare in sicurezza sta minando la qualità del servizio sul territorio anche per pazienti non Covid19. Implementare la produzione di farmaci come l’idrossiclorochina largamente impiegati e fra i più promettenti nei trial clinici per la gestione delle fasi precoci. Garantire un rifornimento costante di Ossigeno e strumentazioni necessarie per la gestione della fase critica. Perfezionare il progetto usca, implementandolo in termini di sicurezza (anche li dpi non adeguati al rischio) e negli strumenti (la possibilità di fare eco torace al domicilio del paziente, o di avere a disposizione un infermiere e un laboratorio dedicato potrebbe abbattere il numero delle ospedalizzazioni garantendo un servizio domiciliare di livello. Ad oggi è solo un estensione della guardia medica ). Queste sono solo alcune delle criticità che ho riscontrato “sul campo” ma ci sarebbero discorsi più ampi (e fini a se stessi) su come questa crisi sia accentuata dagli anni di tagli al personale e alla struttura sanitaria e all’inadeguata preparazione di uomini e mezzi davanti ad un’epidemia che si sapeva da gennaio potesse colpire duro anche da noi.

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