Trasmettiamo una lettera che è giunta alla nostra redazione da parte di una compagna, sul monologo di Rula Jebreal al Festival di Sanremo.

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Rula Jebreal, giornalista e scrittrice palestinese ma con cittadinanza italiana e israeliana, è stata ospite al Festival di Sanremo dopo alcune polemiche. Il suo monologo, un intervento contro la violenza sulle donne, è stato a tratti toccante e pieno di energia e ha coinvolto sicuramente la maggior parte delle donne che l’hanno ascoltata. Un intervento intenso che afferma in sostanza quanto il maschio, l’uomo, debba lasciare libera la donna di esprimersi, di essere se stessa, di fare le proprie scelte. Tutto giusto… se non fossimo in una società divisa in classi!

La necessità dell’emancipazione della donna da rapporti di oppressione millenari nei confronti dell’uomo è cosa ovvia, i comunisti e i sinceri democratici devono sposare in toto questa causa. Quello che Rula Jebreal non ha spiegato però nè alle donne nè agli uomini delle masse popolari che hanno visto la puntata del Festival di Sanremo e che hanno ascoltato il suo monologo è che non c’è emancipazione della donna se non attraverso la trasformazione economica della società. La Jebreal, che è palestinese, dovrebbe ben conoscere le condizioni delle donne palestinesi che soccombono sotto il fuoco sionista dei raid di Israele su Gaza, dovrebbe ben conoscere la libertà di cui godono queste stesse donne quando vengono perquisite (con violenze continue) ai checkpoint dell’esercito israeliano. Forse data la sua esperienza di vita e lavorativa conosce meno le condizioni di vita e di lavoro delle operaie che tutti i giorni sono costrette a turni massacranti di lavoro, a dover subire molestie dai padroni di turno e a stare zitte per non perdere il lavoro, delle donne delle masse popolari costrette ogni giorno a subire l’oppressione di una società divisa in classi (padroni e lavoratori) benedetta dal Vaticano (strano che nel suo intervento non sia stato citato il principale promotore dell’oppressione contro le donne!). Immagino che la Jebreal non abbia parlato di tutto ciò perchè lei è più vicina al “mondo delle donne” come la Marcegaglia, la Fornero, la Bellavita, la Boschi e tutte quelle donne che sono sfruttatrici o agenti diretti della classe dominante nell’oppressione di lavoratrici e lavoratori.

Qualche compagna giustamente mi dirà: “è giusto quello che ha detto, non è mica sbagliato”. Vero! E’ giusto come è giusta ogni verità che viene detta a metà. E’ vero che le donne sono una componente della società particolarmente colpita (come i giovani e gli immigrati). Ma è pur vero che le operaie della FCA, Nicoletta Dosio, insegnante in pensione in carcere per aver difeso la propria terra da abusi e speculazioni, le operaie della Whirlpool che stanno perdendo il posto di lavoro non per colpa di un uomo ma del sistema capitalista e della sua crisi, non hanno nulla a che spartire con tutte quelle donne che forti del capitale che posseggono primeggiano nelle classifiche delle donne in carriera, in perbenismo e cultura, in savoir-faire ed eleganza.

Bisogna stare attenti al femminismo alla Jebreal, quel femminismo borghese che condanna le violenze degli uomini sulle donne ma non si permette di mettere in discussione la violenza del sistema capitalista sulle lavoratrici e sui lavoratori.

Alle compagne, alle donne delle masse popolari, alle operaie interessa oggi unirsi strettamente per lottare per salvaguardare il proprio posto di lavoro e l’ambiente, la garanzia di una sanità pubblica e gratuita e in generale la conquista di migliori condizioni di vita e di lavoro. Hanno interesse a farlo con gli uomini delle masse popolari, con i lavoratori, perchè il destino a cui sono sottoposti e comune finchè permarrà al potere la borghesia con il suo clero: sfruttamento, abbrutimento, miseria, precariato. Le donne delle masse popolari subiscono una doppia oppressione: di classe in quanto sfruttate e spremute dalla borghesia con il suo clero al seguito; di genere in quanto attaccate da una cultura patriarcale che le relega ad essere oggetti da possedere, corpi da mostrare o deturpare, alla meglio “macchine da riproduzione”, serve che a testa bassa devono obbedire e arrabattarsi nelle mille incombenze domestiche, alla lunga usuranti e degradanti, costrette a primeggiare l’una sull’altra.L’oppressione e gli attacchi alle condizioni di vita delle donne delle masse popolari hanno principalmente una radice di classe.

Le donne della borghesia imperialista, infatti, possono trovare sempre soluzioni alle loro sfortune e sono tra i nostri carnefici: la Fornero, la Meloni o la Boschi, donne di spicco dei governi delle Larghe Intese, sono tra le promotrici e sostenitrici di misure antipopolari in materia di welfare e sicurezza; la Marcegaglia e i suoi amici di Confindustria che chiudono le aziende lasciando in strada migliaia di lavoratori e le loro famiglie; Ursula von der Leyen e Christine Lagarde, ai vertici delle istituzioni dell’UE e tra gli aguzzini dei gruppi imperialisti europei. L’oppressione delle donne delle masse popolari ha la sua causa nel sistema di sfruttamento capitalista: non c’è reale emancipazione dallo sfruttamento e dall’oppressione né tantomeno miglioramento delle condizioni di vita di nessuno se non si abbatte questa società e se ne instaura una nuova, il socialismo. Noi donne delle masse popolari che non siamo la Jebreal, la Marcegaglia o tutte le altre donne che dall’alto del ruolo sociale che ricoprono possono permettersi il lusso di pontificare sul femminismo e i diritti delle donne (che loro per prime opprimono o contribuiscono a opprimere) non abbiamo alternativa diversa dall’organizzarci e mobilitarci per l’instaurazione del socialismo, fare in modo che da operaie, lavoratrici, precarie e disoccupate ci emancipiamo dalla condizione di classe per prendere in mano il futuro delle aziende, per conquistare il  futuro e diventare costruttrici attive della nuova società insieme a tutti i membri delle masse popolari. Questo è il contenuto del femminismo proletario che dobbiamo promuovere, studiare e praticare.

Manuela

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