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Nazionalizzare! Non solo le aziende, ma tutto il sistema economico italiano

Redazione di Resistenza by Redazione di Resistenza
Febbraio 5, 2020
in Primo piano, Resistenza n. 2/2020
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Gli effetti delle privatizzazioni sono diventati una vera e propria emergenza nazionale. I capitalisti licenziano, chiudono, smantellano, hanno fatto diventare le aziende una “bomba ecologica” (vedi ex-ILVA), non fanno manutenzioni e operano mettendo a repentaglio la sicurezza di milioni di persone (vedi Autostrade con il crollo del ponte Morandi e delle gallerie in Liguria). La situazione è talmente compromessa che persino nel campo dei politicanti borghesi e dei sindacalisti di regime si è fatta strada l’ipotesi di ri-nazionalizzare le aziende strategiche: alcuni intendono che lo Stato deve “partecipare” con una quota di capitale insieme ai capitalisti, altri che lo Stato deve rilevare le aziende e gestirle. In opposizione a queste tesi, altri politicanti borghesi ricordano che “non ci sono i soldi” e si oppongono alla “creazione di nuovi carrozzoni pubblici”. I politicanti borghesi e i sindacalisti di regime discutono partendo sempre dal punto di vista degli interessi di qualche gruppo di potere e comitato d’affari e quando li spacciano per comuni con quelli degli operai e delle masse popolari, fanno solo propaganda di regime: gli interessi degli operai e delle masse popolari non possono essere convergenti con quelli dei capitalisti. Gli operai e le masse popolari hanno interesse alla nazionalizzazione delle aziende strategiche, delle aziende in crisi, che chiudono, delocalizzano e inquinano e hanno interesse a nazionalizzare l’intero sistema economico del paese. Ogni obiezione dei politicanti borghesi e dei sindacalisti di regime conta meno di zero. Vediamo perché.

  1. “Non ci sono i soldi per nazionalizzare”. Questa obiezione è falsa per due motivi. Il primo è che nel nostro paese circolano montagne di miliardi di euro, solo che vengono usati per alimentare il sistema della speculazione finanziaria anziché per far funzionare “l’economia reale” e per garantire alle masse popolari servizi efficienti, ambiente salubre, sicurezza e condizioni di vita dignitose. Basta “prendere i soldi lì dove ci sono” (altro che partecipazione pubblica nelle aziende strategiche!). Il secondo è che uno Stato sovrano non ha bisogno di soldi per prendere possesso di un’azienda il cui corretto funzionamento rientra negli interessi del paese. Non lo dice la Costituzione dell’URSS del 1922, ma la Costituzione italiana del 1948 (articolo 42). Quindi i soldi sono una questione secondaria, la questione principale è la volontà di intaccare gli interessi dei capitalisti;
  2. “Non vogliamo altri carrozzoni clientelari, conseguenza delle nazionalizzazioni”. Questa, più che un’obiezione, è ipocrisia bella e buona! Coloro che da sempre vivono e devono la loro esistenza al grande carrozzone che è il teatrino della politica borghese, dove i lacchè, i nullafacenti, i corrotti e i corruttori vivono di rendita al servizio di gruppi di potere e comitati di affari, non vogliono che si creino “altri carrozzoni”! Non esisterebbe nessun carrozzone clientelare se l’intero operato delle istituzioni fosse sottoposto al controllo e alla verifica delle masse popolari! Nessuna azienda pubblica sarebbe un carrozzone clientelare se fosse posta sotto la gestione degli organismi operai e popolari e funzionasse secondo un piano nazionale di produzione;
  3. “Le regole della UE non consentono le nazionalizzazioni, l’Italia incorrerebbe in sanzioni”. Questa, più che un’obiezione, è una scusa. Che l’Italia incorrerebbe in sanzioni è altamente probabile, bisogna decidere se l’Italia si sottometterebbe a quelle sanzioni. Procedere con le nazionalizzazioni e ribellarsi alle sanzioni produrrebbe, per prima cosa, il sostegno e l’ammirazione di tutti i lavoratori e delle masse popolari degli altri paesi della UE che si chiederebbero: “se lo hanno fatto in Italia, perché non possiamo farlo anche da noi?”. Per le autorità della UE “tirare troppo la corda” contro chi non cede alle sanzioni sarebbe controproducente perché rischierebbe di compromettere le relazioni con uno dei paesi più importanti del suo blocco e del mondo e, checché ne dicano i disfattisti, se lo Stato italiano mette in discussione il pagamento del debito, più di una potenza mondiale si troverebbe “col culo per terra”.

Nazionalizzare le aziende nell’interesse dei lavoratori e delle masse popolari significa prima di tutto salvaguardare i posti di lavoro (che devono essere utili e dignitosi), salvaguardare l’ambiente e l’apparato produttivo su cui si basa l’indipendenza e la sovranità nazionale. Ma per fare fronte efficacemente agli effetti della crisi, nazionalizzare le aziende non basta: bisogna nazionalizzare il sistema economico del paese, cioè deve essere la politica del governo a definire cosa produrre, quanto produrre, come produrre e come distribuire quanto prodotto.

Da qui una parziale conclusione del discorso: gli organismi operai e popolari devono avvalersi e usare anche le dichiarazioni dei politicanti borghesi e dei sindacalisti di regime a favore delle nazionalizzazioni, ma la nazionalizzazione è inevitabilmente legata alla lotta per il Governo di Blocco Popolare, poiché esso è l’unica via per perseguire la nazionalizzazione del sistema economico del paese.
Nei loro interessi comuni sta la base dell’unità d’azione fra i lavoratori Alitalia, gli operai dell’ex-ILVA di Taranto, della ex-Lucchini di Piombino, di Autostrade, di Trenitalia, della Grande Distribuzione Organizzata, delle banche, delle assicurazioni, delle Poste, ecc. Il lavoro di tutti deve tornare ad essere al servizio dei lavoratori e delle masse popolari.

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