Nelle ultime settimane l’Agenzia Stampa del Partito dei CARC, la Staffetta Rossa, ha prodotto una serie di articoli in cui si trattavano, da diversi punti di vista, le cause del crollo dei primi paesi socialisti nel secolo scorso sia rispetto ad alcuni cenni storici generali che rispetto a quanto accaduto nei partiti comunisti dei paesi imperialisti. L’obiettivo di questi articoli è quello di alimentare il ragionamento circa il bilancio delle esperienze che il movimento comunista ha condotto durante la prima ondata della rivoluzione proletaria nell’ottica di promuovere un confronto e un apprendimento utile ai comunisti di oggi per la rinascita del movimento comunista in tutto il mondo. In questo articolo rilanciamo un articolo steso da Mao Tse Tung in cui risponde alla domanda: la Jugoslavia è un paese socialista?

Rilanciamo l’articolo non per rivangare scontri di un dibattito che fu, né per fare le pulci a quel determinato paese di cui Mao scrive. Rilanciamo l’articolo perché è molto utile ad approfondire i seguenti aspetti: a) che cos’è il socialismo, quali caratteristiche deve avere un paese socialista; b) qual è stato il ruolo dei revisionisti moderni nel crollo dei primi paesi socialisti; c) il ruolo della sinistra interna ai partiti comunisti durante la prima ondata della rivoluzione proletaria.

Rispetto a questi tre punti diciamo brevemente alcune cose:

  • Il socialismo viene spesso presentato come un sistema politico che si occupa di estendere le libertà borghesi sia in termini di diritti civili (pari dignità per ogni differenza di genere, razza, orientamento sessuale, ecc.) e di diritti sociali (diritto a lavoro, casa, scuola, sanità, ecc.). Si tratta di aspetti contenuti nel socialismo ma non sono il socialismo. Il socialismo è un sistema politico, economico e sociale che si fonda su tre pilastri. Il primo è il potere politico nelle mani della classe operaia attraverso il suo partito comunista, la dittatura del proletariato. Il secondo è la gestione pubblica e pianificata dell’economia e della distribuzione dei beni che vengono prodotti. Il terzo è la partecipazione popolare alla gestione della vita politica, economica e sociale del paese. In questo senso i diritti civili e sociali sono un effetto del sistema socialista, da soli non fanno il socialismo.
  • Il revisionismo moderno prevalse nettamente fin dai primi anni ’50 (Stalin mori nel 1953) in concomitanza con la stabilizzazione nel mondo di un nuovo ciclo di accumulazione del capitale che si sarebbe protratto per più di due decenni. Esso significò in sintesi l’abbandono della lotta per costruire nei paesi socialisti una nuova società mobilitando le masse proletarie e popolari (le classi sfruttate sotto il vecchio regime) per la trasformazione dei rapporti sociali e la fine dell’appoggio allo sviluppo delle rivoluzioni socialiste e delle lotte di liberazione nazionale antimperialista negli altri paesi. Una parte dei membri e dei dirigenti del movimento comunista internazionale, in particolare il Partito Comunista Cinese e il Partito del Lavoro d’Albania, tra gli ultimi anni ’40 e i primi anni ’50 cercarono di impedire l’affermazione del revisionismo moderno nei partiti comunisti di questi paesi a fronte dei successi e dei nuovi problemi di sviluppo postisi con la vittoriosa conclusione della guerra contro il nazifascismo, la rottura dell’accerchiamento dell’URSS, l’estensione del campo socialista e lo sviluppo delle lotte di liberazione nazionale antimperialista nelle colonie dei paesi imperialisti.
  • La sinistra interna ai partiti comunisti alla guida dei primi paesi socialisti promuoveva, in antagonismo alla linea dei revisionisti di reinstaurazione del capitalismo, la linea di proseguire la lotta contro l’imperialismo sui tre fronti (paesi socialisti, paesi imperialisti, colonie e semi colonie). Limite della sinistra era quello di non avere un’idea chiara di come imporre la propria linea all’interno dei partiti comunisti di cui facevano parte e di come attuare tale linea nel concreto mobilitando la classe operaia e le masse popolari. Nello specifico la sinistra non aveva compreso l’esistenza di due linee antagoniste all’interno del partito comunista (lotta tra la linea borghese e la linea proletaria), il permanere della lotta di classe in nuove forme anche dopo l’instaurazione del socialismo e il ruolo delle masse popolari all’interno del sistema socialista (il ruolo progressivo di gestione della società delle masse popolari nel socialismo come aspetto decisivo alla transizione verso il comunismo).

Approfondire questi temi è utile oggi per comprendere la matrice delle deviazioni che riguardano il movimento comunista anche oggi, in particolare queste deviazioni sono tre: economicismo (illudersi che il socialismo possa essere instaurato procedendo di lotta in lotta strappando concessioni e conquiste alla borghesia), elettoralismo (illudersi che il socialismo possa essere instaurato vincendo le elezioni e riformando di legge in legge il sistema capitalista) e il militarismo (illudersi che il socialismo possa essere instaurato se una piccola avanguardia armata faccia scoppiare la rivoluzione con azioni dimostrative). In questo senso lo scritto di Mao è molto utile a questo scopo e ne promuoviamo lo studio e la diffusione. Buona lettura.

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LA JUGOSLAVIA È UN PAESE SOCIALISTA?

(26 settembre 1963)

Terzo commento alla lettera del 14 luglio 1963, pubblicato come editoriale a cura della redazione del Qu otidian o del popolo e di Ban diera rossa .

Sulle circostanze della pubblicazione di questo testo e sui motivi della sua inclusione nelle Opere di Mao Tse-tu n g si veda la nota introduttiva a Le origin i e lo svilu ppo delle divergen ze tra i dirigen ti del Partito c om u n ista dell’Un ion e Sovietic a e n oi, a pag. 133 di questo volume.

La Jugoslavia è un paese socialista?

Il problema qui non è solo di sapere come determinare la natura dello Stato jugoslavo, ma anche di sapere quale via i paesi socialisti devono seguire: quella della Rivoluzione d’Ottobre al fine di portare fino in fondo la rivoluzione socialista o quella della Jugoslavia che conduce alla restaurazione del capitalismo. Si tratta anche di sapere se il gruppo di Tito è un partito fratello e una forza antimperialista o un gruppo di rinnegati del movimento comunista internazionale e di lacchè dell’imperialismo.

Su questo problema esistono divergenze fondamentali tra la direzione del Partito comunista dell’Unione Sovietica da una parte e noi e tutti gli altri marxistileninisti del mondo dall’altra parte.

Tutti i marxisti-leninisti ritengono che la Jugoslavia non è un paese socialista. I dirigenti della Lega dei comunisti jugoslavi sono dei rinnegati del movimento comunista internazionale e dei lacchè dell’imperialismo perché hanno tradito il marxismo-leninismo e il popolo jugoslavo.

La direzione del PCUS sostiene invece che la Jugoslavia è un paese socialista, che la LCJ si basa sul marxismo-leninismo, che essa fa parte dei partiti fratelli e delle forze antimperialiste.

Nella sua lettera aperta del 14 luglio scorso, il Comitato centrale del PCUS proclama la Jugoslavia “paese socialista” e la cricca di Tito “partito fratello al potere”.

Il compagno Kruscev ha visitato recentemente la Jugoslavia e vi ha pronunciato numerosi discorsi nei quali ha espresso, più chiaramente che mai, il vero punto di vista della direzione del PCUS, levando una volta per tutte il velo di pudore di cui essa si era servita per coprirsi nei riguardi di questo problema.

Agli occhi di Kruscev la Jugoslavia non solo è un paese socialista, ma addirittura un paese socialista “avanzato”; un paese dove non si sentono “chiacchiere sulla rivoluzione”, ma vi si vede “l’edificazione concreta del socialismo”, un paese il cui sviluppo apporta “un reale contributo all’insieme del movimento operaio rivoluzionario internazionale”. Kruscev ritiene che tutto ciò meriti da parte sua ammirazione e studio.

Agli occhi di Kruscev la direzione del PCUS e la cricca di Tito sono “non solo fratelli di classe”, ma anche “fratelli legati […] dagli obiettivi comuni che essi hanno dinanzi” e la direzione del PCUS è “un’alleata sicura e fedele” della cricca di Tito.

Kruscev ritiene di aver trovato in seno alla cricca di Tito “il vero marxismoleninismo”. Nella sua lettera aperta il Comitato centrale del PCUS diceva che “su molte questioni ideologiche di principio vi sono disaccordi tra il PCUS e la Lega dei comunisti jugoslavi”. Ma era una menzogna poiché oggi Kruscev dichiara ai dirigenti jugoslavi: “Noi abbiamo una sola e stessa ideologia e siamo guidati dalla stessa teoria”, abbiamo la stessa “posizione marxista-leninista”.

Già da qualche tempo Kruscev ha gettato a mare la Dichiarazione del 1960. Questa Dichiarazione dice: “I partiti comunisti hanno condannato all’unanimità la variante jugoslava dell’opportunismo internazionale, che è un’espressione concentrata delle ‘teorie’ dei revisionisti contemporanei”.

Essa continua: “Avendo tradito il marxismo-leninismo che essi proclamano superato, i dirigenti della LCJ hanno opposto alla Dichiarazione del 1957 il loro programma revisionista e antileninista. Essi hanno opposto la LCJ a tutto il movimento comunista internazionale […]”.

Essa dice anche che essi hanno fatto dipendere la Jugoslavia “dal cosiddetto ‘aiuto’ degli imperialisti americani e di altri e hanno messo il popolo jugoslavo in pericolo di perdere le conquiste rivoluzionarie che ha strappato a prezzo di lotte eroiche”, e aggiunge: “I revisionisti jugoslavi si danno ad azioni sovversive contro il campo socialista e il movimento comunista mondiale […] essi svolgono un’ attività che porta pregiudizio all’unità di tutte le forze e di tutti gli Stati pacifici”.

La Dichiarazione non potrebbe essere più chiara,  tuttavia la direzione del PCUS osa affermare: “Noi riteniamo, conformemente alla Dichiarazione dei 1960, che la Jugoslavia è un paese socialista”. Che impudenza!

Noi potremmo chiedere: “Un paese che, come dice la Dichiarazione, ha per guida le teorie del revisionismo contemporaneo, variante dell’opportunismo internazionale, può essere socialista? Un paese che, come dice la Dichiarazione, ha tradito il marxismo-leninismo e si è opposto a tutto il movimento comunista internazionale, può essere un paese socialista? Un paese che, come dice la Dichiarazione, compie azioni sovversive contro il campo socialista e il movimento comunista mondiale, può essere un paese socialista? Un paese che, come dice la Dichiarazione, svolge un’attività che pregiudica l’unità di tutte le forze e di tutti gli stati pacifici, può essere un paese socialista? Un paese che è trattato al suono di svariati  miliardi di dollari americani dai paesi imperialisti, con in testa gli Stati Uniti, può essere un paese socialista?”.

Questo sarebbe veramente uno strano fenomeno, inaudito!

Sembra che il compagno Togliatti sia più esplicito del compagno Kruscev. Togliatti ha detto chiaramente che la posizione della Dichiarazione del 1960 nei riguardi della cricca di Tito è “errata”. Poiché Kruscev si ostina a riabilitare la cricca di Tito, dovrebbe esprimersi con più franchezza, senza avere  bisogno di far finta di difendere la Dichiarazione.

La conclusione della Dichiarazione sulla Jugoslavia è sbagliata? Deve essere respinta? Togliatti ha detto che essa è sbagliata e che deve essere respinta. In realtà anche Kruscev ha detto che essa è errata e che deve essere respinta. Noi invece affermiamo che essa non è errata e che assolutamente non deve essere respinta. Gli altri partiti fratelli che si attengono fermamente al marxismo-leninismo e che difendono la Dichiarazione del 1960, affermano anch’essi  che la Dichiarazione non è errata e che pertanto non c’è alcuna ragione di respingerla.

La direzione del PCUS ritiene che agire come noi facciamo significhi mantenere una “formula stereotipata”, significhi attenersi alla “legge della giungla del mondo capitalista”, significhi “‘scomunicare’ la Jugoslavia dal socialismo”. Essa sostiene per di più che chi dice che la Jugoslavia non è un paese socialista cade nel “soggettivismo”, “non tenendo conto dei fatti”. Mentre quando afferma, ciecamente, che la Jugoslavia è un paese socialista, la direzione del PCUS avrebbe “proceduto partendo da leggi oggettive, dalla teoria del marxismo-leninismo” e che sarebbe arrivata a una conclusione conseguente da “un’analisi approfondita della realtà”.

Qual è dunque la situazione reale in Jugoslavia e a quali conclusioni si arriva quando, partendo dalle leggi oggettive e dalla dottrina del marxismo-leninismo, si procede a un’analisi approfondita della realtà in Jugoslavia?

Esaminiamo ora questo problema.

Lo sviluppo del capitale privato nelle città jugoslave

Uno degli argomenti di cui Kruscev si serve per affermare che la Jugoslavia è un paese socialista è che in questo paese non esistono né capitale privato, né imprese private, né capitalisti.

È veramente così? Niente affatto!

La verità è che il capitale privato e le imprese private esistono in Jugoslavia su grande scala e che essi si sviluppano rapidamente.

Tenuto conto della situazione esistente in generale nei paesi socialisti, non è strano che nell’economia nazionale per un periodo abbastanza lungo dopo la presa del potere da parte del proletariato sussistano diversi settori economici, compreso il settore del capitale privato. Si tratta di sapere quale politica adotta il potere nei riguardi dell’economia del capitale privato, se la politica di utilizzazione, di limitazione, di trasformazione e di eliminazione o quella di lasciar fare, di sostegno e d’incoraggiamento. Questo è un criterio importante che permette di giudicare se un paese si sviluppa nel senso del socialismo o del capitalismo.

La cricca di Tito, riguardo a questo problema, ha voltato le spalle al socialismo. Le riforme sociali che furono applicate dalla Jugoslavia nei primi tempi del dopoguerra già non erano  radicali. Dopo che la cricca di Tito ebbe consumato il suo tradimento, la politica da essa adottata non è stata quella della trasformazione e dell’eliminazione del capitale privato e delle imprese private, ma una politica di sostegno e di incoraggiamento di essi.

In un regolamento reso pubblico dalla cricca di Tito nel 1953 si dice che “gruppi di cittadini hanno il diritto di fondare imprese” e di “impiegare manodopera”. Ai termini di un decreto promulgato nello stesso anno dalla cricca di Tito, i privati hanno il diritto di acquistare beni immobili appartenenti agli organismi economici dello Stato.

Nel 1956 con la sua politica fiscale e con diverse altre misure la cricca di Tito ha incoraggiato le autorità locali a dare appoggio al capitale privato.

Nel 1961 la cricca di Tito decise che i privati avrebbero avuto il diritto di comprare divise straniere.

Nel 1963 la cricca di Tito inserì la politica di sviluppo del capitale privato nella sua costituzione. In questa si dice che in Jugoslavia i privati possono fondare imprese e impiegare manodopera.

Le imprese e il capitale privati con l’aiuto e l’incoraggiamento della cricca di Tito si sono sviluppati molto rapidamente nelle città jugoslave.

Secondo l’An n u ario di statistic he della Ju goslavia del 1963, pubblicazione ufficiale di Belgrado, si contano in Jugoslavia più di 115.000 imprese “artigianali” private. In realtà, molti dei loro proprietari non sono degli “artigiani”, ma tipici capitalisti.

Come ammette la cricca di Tito, benché la legge non permetta ai proprietari di impiegare più di cinque operai, ve ne sono che superano questa cifra di dieci e anche più di venti volte. Alcuni impiegano persino dai “500 ai 600 operai”1.  Un certo numero di imprese private realizzano ogni anno una cifra d’ affari superiore ai 100 milioni di dinari2.

Il giornale jugoslavo Politika il 7 dicembre 1961 ha rivelato che spesso questi proprietari d’imprese private sono dei “grandi proprietari”. “Sarebbe difficile precisare l’estensione della loro rete e il numero di operai che essi impiegano. A termini di legge, essi hanno il diritto di impiegare cinque operai che li aiutino. Ma quelli che conoscono bene la questione sanno che questi cinque operai sono in effetti cinque imprenditori che, a loro volta, hanno i loro propri ‘sotto-imprenditori’”. “Spesso questi imprenditori non lavorano più essi stessi, ma danno ordini, fanno piani, vanno in automobile da un’impresa all’altra e firmano contratti”.

Del resto dai profitti realizzati da questi proprietari privati  risulta che costoro sono puramente e semplicemente dei capitalisti. Il giornale jugoslavo Svet l’8 dicembre 1961 scriveva che “il reddito netto di alcuni artigiani privati raggiunge un milione di dinari per mese”. Il Vec ern je Novosti di Belgrado il 20 dicembre 1961 scriveva che “a Belgrado i proprietari di 116 imprese private l’anno scorso hanno avuto ciascuno un reddito superiore a 10 milioni di dinari”. Alcuni proprietari “hanno ottenuto in un solo anno un reddito di circa 70 milioni di dinari”, cifra equivalente pressappoco a 100.000 dollari americani al cambio ufficiale.

Nelle città jugoslave oltre a esistere industrie private, imprese private di servizi pubblici, ditte commerciali private, società immobiliari e di trasporto private esistono anche usurai conosciuti sotto il nome di “banchieri privati”. Costoro conducono la loro attività alla luce del sole e fanno persino comparire sui giornali avvisi di questo genere: “Offronsi prestiti di 300.000 dinari per tre mesi, rimborso 400.000 dinari, si esigono pegni”3.

Questi sono fatti incontestabili.

Vorremmo chiedere a coloro che cercano di riabilitare la cricca di Tito: “ A meno che voi non cerchiate di imbrogliare la gente, come potete pretendere che in Jugoslavia non vi sia né capitale privato, né imprese private, né capitalisti?”.

Il capitalismo invade le regioni rurali jugoslave

Esaminiamo ora la situazione nelle regioni rurali jugoslave.

I capitalisti non esistono veramente più nelle campagne jugoslave, come asserisce Kruscev?

No e anche in questo caso i fatti sono  là a provarlo.

È nelle regioni rurali che la penetrazione del capitalismo si manifesta con più evidenza.

Il marxismo-leninismo ci insegna che l’economia individuale e la piccola azienda agricola  generano il capitalismo ogni giorno, ogni ora e che solo la collettivizzazione può avviare l’agricoltura sulla via del socialismo.

Stalin ha sottolineato: “Lenin dice che fin quando predomina nel paese l’economia dei contadini individuali che genera i capitalisti e il capitalismo, esiste il pericolo di una restaurazione del capitalismo. Evidentemente fintanto che esiste questo pericolo non si può parlare seriamente della vittoria della costruzione socialista nel nostro paese”.

La cricca di Tito segue in questa questione una linea diametralmente opposta al socialismo.

Nei primi tempi del dopoguerra la Jugoslavia aveva effettuato una riforma agraria e organizzato un certo numero di cooperative di produzione agricola. L’economia dei contadini ricchi restava tuttavia sostanzialmente intatta.

Nel 1951 la cricca di Tito proclamò apertamente il suo abbandono della via della collettivizzazione agricola e cominciò a sciogliere le cooperative di produzione agricola. Essa cominciò così a incamminarsi sulla via del tradimento del socialismo. Mentre nel 1950 queste cooperative erano più di 6.900, nel 1953 esse superavano appena le 1.200 e nel 1960 non ne restavano più che 147. Le campagne jugoslave sono affondate nell’oceano dell’economia individuale.

La cricca di Tito ha detto apertamente che la collettivizzazione non può riuscire in Jugoslavia. Essa l’ha denigrata perfidamente affermando che “collettivizzazione è sinonimo di espropriazione”4 e che essa è una via che serve a “mantenere il più a lungo possibile la servitù e la miseria”5. D’altra parte essa avanza l’idea assurda di sviluppare l’agricoltura “sulla base della libera competizione tra forze economiche”6.

Mentre procedeva allo scioglimento massiccio delle cooperative di produzione agricola, la cricca di Tito ha promulgato dopo il 1953 una serie di leggi e di decreti sull’applicazione nelle campagne dell’acquisto, della vendita e del libero affitto delle terre come pure del libero impiego della manodopera; essa ha abrogato il sistema di acquisto pianificato dei prodotti agricoli e instaurato in questo campo il libero commercio, per incoraggiare l’espansione del capitalismo nelle regioni rurali.

Con una tale politica le forze del capitalismo hanno rapidamente invaso le campagne e il processo di differenziazione si è di giorno in giorno accelerato. Questo è un aspetto importante degli sforzi della cricca di Tito per restaurare il capitalismo.

Il processo di differenziazione nelle regioni rurali si manifesta in primo luogo con i cambiamenti nell’appartenenza delle terre. L’ex segretario federale all’agricoltura e alla silvicoltura della Jugoslavia, Komar, ha confessato che nel 1950 nelle campagne jugoslave le famiglie di contadini poveri che avevano meno di 5 ettari di terra e che rappresentavano il 70 per cento del totale delle famiglie contadine, non possedevano che il 43 per cento delle terre private, mentre le famiglie dei contadini ricchi che avevano ciascuna più di 8 ettari e che non rappresentavano che il 13 per cento del totale delle famiglie contadine possedevano il 33 per cento delle terre private. Komar ha dichiarato inoltre che ogni anno circa il 10 per cento delle famiglie contadine vendeva o comprava terre7. La maggioranza delle famiglie che hanno dovuto vendere terre è di contadini poveri.

Per quel che riguarda la concentrazione della terra, la situazione reale è molto più seria di quanto non lascino trasparire i dati summenzionati. La Borba , portavoce della cricca di Tito, il 19 luglio 1963 rivelava che in un solo distretto “migliaia di famiglie detengono terre che superano largamente il massimo legale di 10 ettari”. Nella regione di Bijeljina “si è costatato che 500 famiglie contadine possedevano da 10 a 30 ettari”. Casi del genere non sono isolati.

Il processo di differenziazione nelle regioni rurali si manifesta ancora attraverso una grande ineguaglianza nella proprietà di bestiame e di strumenti agricoli. Delle 308 mila famiglie contadine della provincia di Voivodina, principale regione produttrice di cereali, il 55 per cento non possiede bestiame. Le famiglie contadine con meno di 2 ettari rappresentano in questa regione il 40.7 per cento di tutte le famiglie contadine, ma esse non posseggono che il 4.4 per cento del numero totale di carri, cioè in media un carro ogni venti famiglie. I contadini ricchi di questa regione posseggono invece non solo un gran numero di carri e di veicoli a trazione animale, ma ancora più di 1.300 trattori e numerose altre macchine agricole8.

Il processo di differenziazione si manifesta anche con lo sviluppo del sistema del lavoro salariato e di altre forme di sfruttamento capitalista.

Nel suo numero del 7 febbraio 1958 il settimanale Kom m u n ist ha rivelato che nel 1956 in Serbia il 52 per cento delle famiglie contadine che possedevano più di 8 ettari di terra impiegavano manodopera salariata.

Nel 1962 Komar ha detto che in questi ultimi anni i capi di alcune famiglie contadine “sono diventati sempre più potenti. I loro redditi non provengono dal loro lavoro, ma da traffici illeciti, dalla trasformazione oltre che dei loro prodotti di quelli degli altri, dalla distillazione privata di vini, dalla conduzione di terre oltre il massimo legale di 10 ettari, terre ottenute attraverso l’acquisto o più spesso attraverso l’affitto, la divisione fittizia di terre, l’usurpazione di terre pubbliche. Essi provengono inoltre dall’acquisto di trattori con mezzi speculativi e dallo sfruttamento dei loro vicini poveri attraverso la coltura meccanizzata delle terre di questi ultimi”7.

La Borba  il 30 agosto 1962 ha dichiarato  che “i cosiddetti buoni produttori” sono dei “fattori che sfruttano le terre altrui, dei datori di lavoro e dei commercianti sperimentati”. “Costoro non sono dei produttori, ma dei proprietari d’imprese. Alcuni di essi non prendono la zappa in mano neanche una sola volta in tutto l’anno. Essi impiegano manodopera […] e si limitano a sorvegliare i lavori dei campi e a fare del commercio”.

Gli usurai sono particolarmente attivi nelle campagne jugoslave e i tassi d’interesse arrivano spesso a più del 100 per cento. Inoltre vi sono persone che traggono vantaggio dalla situazione difficile dei disoccupati, che monopolizzano il mercato del lavoro ed esercitano lo sfruttamento in funzione di intermediari.

Privati di terra e di altri mezzi di produzione, numerosi contadini poveri per vivere devono vendere la loro forza-lavoro. Secondo i dati resi pubblici da Politika il 20 agosto 1962, il 70 per cento del reddito delle famiglie contadine con meno di 2 ettari di terra nel 1961 è stato ottenuto soprattutto  con la vendita della loro forza-lavoro. Sfruttati in tutti i modi essi vivono nella miseria.

I fatti provano che sono le classi sfruttatrici quelle che nelle campagne jugoslave occupano la posizione dominante.

La lettera aperta del Comitato centrale del PCUS, sostenendo che la Jugoslavia è un paese socialista, pretende che il “settore socialista” nelle regioni rurali jugoslave è passato dal 6 al 15 per cento.Queste modeste percentuali da se stesse non dimostrano che esiste un settore socialista.

Il 15 per cento che per la direzione del PCUS costituisce il “settore socialista” non è rappresentato altro che da “fattorie agricole”, “cooperative generali di lavoratori agricoli” e altre organizzazioni del genere instaurate dalla cricca di Tito. Ora, queste “fattorie agricole” non sono in realtà che fattorie capitaliste e queste “cooperative generali di lavoratori agricoli” sono organizzazioni economiche capitaliste che si occupano essenzialmente di attività commerciali. Esse non solo ostentano la proprietà privata della terra, ma inoltre il loro ruolo principale è quello di incoraggiare lo sviluppo dell’economia dei contadini ricchi.

Nel libro Problem i dell’agric oltu ra in Ju goslavia pubblicato a Belgrado, a proposito delle cooperative agricole è detto che “a giudicare dal loro stato attuale e dal loro funzionamento, esse non testimoniano in alcun modo la trasformazione socialista dell’agricoltura e delle regioni rurali. Esse non operano per la creazione di basi socialiste nella campagna, ma cercano piuttosto di sviluppare e di aiutare i fattori capitalisti. Esistono dei casi in cui queste cooperative sono diventate associazioni di contadini ricchi”.

La cricca di Tito ha dato alle “cooperative generali di lavoratori agricoli” il monopolio dell’acquisto dei prodotti agricoli dai contadini. Queste “cooperative”, usando di questo privilegio nelle loro attività commerciali e approfittando della costante fluttuazione dei prezzi agricoli, si danno a un’intensa speculazione per mezzo della quale sfruttano i contadini. Nel 1958 l’agricoltura jugoslava ebbe un abbassamento di produzione. Le “cooperative” e gli altri organismi commerciali approfittarono dell’occasione per provocare un rialzo massiccio dei prezzi di vendita dei prodotti agricoli. Nel 1959, essendosi la produzione agricola accresciuta, le “cooperative” violarono i contratti di acquisto che avevano fatto con i contadini e ridussero i loro acquisti non esitando a lasciare marcire i raccolti nei campi.

Le “cooperative generali di lavoratori agricoli” e le “fattorie agricole” impiegano un gran numero di operai e anche di braccianti che esse sfruttano duramente. Secondo l’An n u ario di statistic a della Ju goslavia, del 1962, più di 100 mila operai erano impiegati in modo permanente nel 1961 dalle differenti “cooperative”. A essi si aggiungeva un gran numero di braccianti. Il Rad del 1° dicembre 1962 ha rivelato che questi operai salariati “sono spesso vittime di uno spietato sfruttamento (la giornata di lavoro è di 15 ore) e i loro redditi individuali sono in genere estremamente bassi”.

Da tutto ciò si deduce che queste organizzazioni agricole che si pretende siano “settore socialista” sono soltanto organizzazioni agricole a carattere capitalista.

La politica di base della cricca di Tito sul piano agricolo consiste nella espropriazione dei contadini poveri e nell’espansione delle fattorie capitaliste. Nel 1955 Tito ha dichiarato: “Noi non scartiamo l’idea che in Jugoslavia le aziende agricole piccole possano fondersi in una forma o in un’altra […]. In America ciò è stato già fatto. Noi dobbiamo trovare una soluzione a questo problema”.

Per  seguire la via capitalista la cricca di Tito ha elaborato nel 1959 la Legge su ll’utilizzazion e delle terre agricole nella quale si stabilisce che se i contadini individuali sono nell’impossibilità di coltivare le loro terre secondo le condizioni richieste, queste dovranno essere poste sotto l’“amministrazione obbligatoria” delle “cooperative generali di lavoratori agricoli” o delle “fattorie agricole”. Ciò in effetti significa sviluppare le fattorie capitaliste per mezzo dell’espropriazione dei contadini poveri e dell’annessione forzata delle loro terre. Questa è la via autentica dello sviluppo dell’agricoltura capitalista.

A proposito del passaggio dalla piccola azienda agricola alla grande azienda agricola,  Stalin ha detto: “Esistono qui due vie: la via capitalista e la via socialista; la via che va avanti verso il socialismo e la via che va indietro verso il capitalismo”.

Vi è anche una terza via al di fuori della via socialista e della via capitalista? A questo proposito Stalin dice: “La pretesa terza via non è in realtà che la seconda, la via del ritorno al capitalismo […] cosa significa, in effetti, ritornare all’economia individuale e ristabilire la classe dei contadini ricchi? È ristabilire il giogo dei contadini ricchi, ristabilire lo sfruttamento dei contadini da parte dei contadini ricchi, dare il potere a questi ultimi. Ma si può ristabilire la classe dei contadini ricchi e conservare nello stesso tempo il potere dei soviet? No. Il ristabilimento della classe dei contadini ricchi condurrebbe alla creazione di un potere dei contadini ricchi e alla distruzione del potere dei soviet. Porterebbe per conseguenza alla formazione di un governo borghese. La formazione di un governo borghese condurrebbe a sua volta alla ricostituzione dei grandi capitali fondiari e dei capitalisti, al ristabilirsi del capitalismo”.

La via seguita in questi ultimi dieci e più anni dall’agricoltura jugoslava è precisamente la via della ricostituzione del capitalismo.

Questi sono altrettanti fatti innegabili.

Vorremmo chiedere a coloro che si adoperano per riabilitare la cricca di Tito: “A meno che voi non cerchiate d’ingannare la gente, come potete pretendere che non vi siano più capitalisti in Jugoslavia?

L’economia socialista di tutto il popolo degenera in economia capitalista

La restaurazione del capitalismo in Jugoslavia non si manifesta unicamente con il fatto che il capitalismo privato si estende liberamente tanto nelle città che nelle campagne. Cosa ancora più importante è che le imprese “pubbliche”, che occupano un posto determinante nell’economia jugoslava, sono degenerate e hanno cambiato natura.

L’economia di “autogestione operaia” della cricca di Tito è un capitalismo di Stato di un genere particolare. Questo capitalismo di Stato non è quello esistente nelle condizioni della dittatura del proletariato, è un capitalismo di Stato esistente in tutt’altre condizioni, quelle di una degenerazione della dittatura del proletariato, trasformata dalla cricca di Tito in dittatura della borghesia burocratica e c om pradora9. I mezzi di produzione delle imprese di “autogestione operaia” non appartengono a uno o più capitalisti, ma in realtà a una borghesia burocratica e c om pradora di tipo nuovo, rappresentata dalla cricca di Tito e che ingloba burocrati e dirigenti. Questa borghesia, usurpando il nome dello Stato, subordinandosi all’imperialismo USA e cercando rifugio sotto il mantello del “socialismo”, si è appropriata dei beni che appartenevano ai lavoratori. Il sistema di “autogestione operaia” è in realtà un sistema di sfruttamento feroce sotto il dominio del capitale burocratico e compradore.

A partire dal 1950 la cricca di Tito ha promulgato una serie di leggi e di decreti per l’applicazione dell’“autogestione operaia” nelle fabbriche, nelle miniere, nei trasporti e nelle comunicazioni, nel commercio, nell’agricoltura, nella silvicoltura, nei servizi pubblici e in tutte le altre imprese di Stato. Il contenuto essenziale di questa “autogestione operaia” consiste nel porre queste imprese sotto la gestione di “collettività del lavoro”. Queste imprese comprano esse stesse materie prime, fissano la gamma di articoli da produrre, la loro quantità e i loro prezzi, vendono essi stessi i loro prodotti sul mercato, fissano i salari e decidono sulla ripartizione di una parte degli utili. La legge jugoslava stabilisce inoltre che le imprese hanno il diritto di vendere, comprare e affittare beni immobili.

La cricca di Tito qualifica il sistema di proprietà delle imprese poste sotto l’“autogestione operaia” come “forma superiore della proprietà socialista”. Essa pretende che solo con l’“autogestione operaia” è possibile “edificare realmente il socialismo”.

Questo è un puro inganno.

Da un punto di vista teorico anche coloro che hanno poca conoscenza del marxismo sanno che le parole d’ordine del tipo “autogestione operaia”, “fabbriche agli operai”, non sono mai state parole d’ordine marxiste, ma parole d’ordine avanzate dagli anarcosindacalisti, dai socialisti borghesi, dai vecchi opportunisti, dai vecchi revisionisti.

Le “teorie” dell’“autogestione operaia” e delle “fabbriche agli operai” sono diametralmente opposte ai principi fondamentali del marxismo sul socialismo. Già da tempo esse sono state interamente confutate dai classici marxisti.

Nel Manifesto del partito comunista Marx ed Engels indicano: “Il proletariato si servirà della sua supremazia politica per togliere a poco a poco tutto il capitale alla borghesia, per centralizzare gli strumenti di produzione nelle mani dello Stato”.

Nell’AntiDühring Engels dice: “Il proletariato s’impadronisce del potere statale e trasforma subito i mezzi di produzione in proprietà dello Stato”.

Dopo la presa del potere, il proletariato deve concentrare i mezzi di produzione nelle mani dello Stato, Stato di dittatura del proletariato. Si tratta di un principio fondamentale del socialismo.

Nei primi tempi del potere dei soviet, all’indomani della Rivoluzione d’Ottobre, quando alcuni suggerirono di rimettere le fabbriche ai “produttori” perché potessero direttamente “organizzare la produzione”, Lenin criticò severamente questo punto di vista sottolineando che esso si opponeva alla dittatura del proletariato.

Lenin giustamente disse: “Ogni legalizzazione diretta o indiretta sia del possesso della loro propria produzione da parte degli operai di una fabbrica o di una professione particolare, sia del diritto di costoro di indebolire o d’intralciare l’applicazione dei decreti del potere di Stato, costituirebbe la più grande alterazione dei principi fondamentali del potere dei soviet e l’abbandono totale del socialismo”.

Da tutto ciò si deduce che l’“autogestione operaia” non ha niente a che vedere con il socialismo.

Infatti l’“autogestione operaia”  vantata dalla cricca di Tito non significa affatto dare la gestione agli operai stessi, essa non è che una cortina di fumo.

Le imprese nelle quali si applica l’“autogestione operaia” sono in realtà sotto la dominazione della borghesia burocratica e c om pradora di ‘tipo nuovo’, rappresentata dalla cricca di Tito. Questa controlla tanto le finanze che il personale delle imprese e s’appropria della maggior parte dei loro profitti.

Attraverso le banche la cricca di Tito controlla i crediti di tutto il paese, i fondi di investimento e il capitale circolante di tutte le imprese e sorveglia le loro finanze.

Attraverso l’esazione fiscale e gli interessi la cricca di Tito si appropria dei profitti delle imprese. Secondo i dati del Rapporto di attività del 1961 del Consiglio esecutivo federale jugoslavo essa si è impadronita in tal modo di tre quarti circa dei redditi netti delle imprese.

I frutti del lavoro del popolo di cui Tito si impadronisce servono essenzialmente a soddisfare le dilapidazioni di questa cricca di burocrati, a mantenere la sua dominazione reazionaria, a rafforzare l’apparato di repressione contro il popolo lavoratore e a pagare tributi agli imperialisti sotto forma di versamenti di interessi sui debiti esteri e di rimborsi di questi debiti stessi.

D’altra parte la cricca di Tito controlla le imprese attraverso i loro dirigenti. Nominalmente costoro sono reclutati dalle imprese, ma in realtà sono designati dalla cricca di Tito. Essi sono gli agenti della borghesia burocratica e c om pradora in seno a queste imprese.

I rapporti fra dirigenti e operai in queste imprese, dette di “autogestione operaia”, sono in realtà rapporti fra datori di lavoro e impiegati, tra sfruttatori e sfruttati.

Il fatto è che il dirigente ha il diritto di decidere del piano di produzione e dell’orientamento degli affari, di disporre dei mezzi di produzione, di decidere della ripartizione degli utili delle imprese, di assumere e di licenziare gli operai e di respingere le risoluzioni del “consiglio operaio” o del “comitato d’amministrazione”.

Numerosi dati pubblicati nei giornali e periodici jugoslavi provano che il “consiglio operaio” non è che una “macchina per votare” che esiste unicamente per la forma e che, nelle imprese, “tutto il potere è nelle mani del dirigente”.

I dirigenti, per il fatto che controllano i mezzi di produzione e la ripartizione degli utili delle imprese, hanno la possibilità di usare privilegi di ogni genere per appropriarsi dei frutti del lavoro degli operai.

La stessa cricca di Tito ammette che in tali imprese, sia per i salari che per la ripartizione dei dividendi, esiste un grande scarto fra dirigenti e operai. In certe imprese l’ammontare dei dividendi dato ai dirigenti e agli alti funzionari è di 40 volte superiore a quello dato agli operai. In alcune imprese, l’ammontare totale dei premi distribuiti al gruppo dirigente equivale all’ammontare globale dei salari di tutta la collettività10.

Inoltre i  dirigenti delle imprese, approfittando dei loro privilegi, si accaparrano forti somme con ogni specie di sotterfugi. Mance, sottrazione di fondi e furti sono per essi grande fonte di ricchezza.

Vaste masse operaie vivono nella miseria. Gli operai non hanno sicurezza di impiego. Numerosi operai sono stati gettati sul lastrico perché le loro imprese erano fallite. Secondo una statistica ufficiale, il numero dei disoccupati nel febbraio del 1963 era di 339 mila, cioè circa il 10 per cento del numero totale delle persone con un impiego. Inoltre ogni anno un grande numero di operai emigra all’estero.

Politika  del 25 settembre 1961 ammette che “un profondo fossato separa operai e impiegati, i primi considerano i secondi come ‘burocrati’ che ‘inghiottono’ i loro salari”.

Questi fatti mostrano che nelle imprese jugoslave dette di “autogestione operaia” si è formato un nuovo gruppo sociale costituito da una minoranza che si appropria dei frutti del lavoro della maggioranza. Essa costituisce una parte importante della nuova borghesia burocratica e compradora.

L’“autogestione operaia” applicata dalla cricca di Tito ha fatto sì che le imprese, che in origine erano di proprietà di tutto il popolo, si allontanassero totalmente dall’orbita dell’economia socialista.

Le principali manifestazioni di questo fenomeno sono le seguenti:

  1. il piano economico unificato di Stato è stato soppresso.
  2. Il profitto è considerato come il principale stimolo del funzionamento delleimprese. Per accrescere i loro redditi e benefici, le imprese possono ricorrere a loro volontà a ogni mezzo. In altri termini la produzione delle imprese dette di “autogestione operaia” non mira affatto a soddisfare i bisogni della società, ma serve a realizzare dei profitti, esattamente come le imprese capitaliste.
  3. L’applicazione di una politica che incoraggia la libera concorrenza capitalista.Tito ha dichiarato ai dirigenti delle imprese: “La concorrenza sarà vantaggiosa per la gente semplice, per i consumatori”. La cricca di Tito ha inoltre dichiarato apertamente che se la “concorrenza, la ricerca del profitto, la speculazione e altri fenomeni simili” sono autorizzati, è perché “essi stimolano l’iniziativa dei produttori, delle loro collettività, dei comuni, ecc.”11.
  4. L’utilizzazione del credito e delle banche come leve importanti per spalleggiare la libera concorrenza capitalista. Il sistema bancario e di credito del regime di Tito accorda prestiti a chi offre le migliori condizioni; a chi è in grado di rimborsare nel più breve spazio di tempo con tassi d’interesse più elevati. Per usare le parole dei seguaci di Tito, esso “utilizza la concorrenza come metodo corrente per la ripartizione dei crediti investiti”12.
  5. I rapporti tra le imprese non sono rapporti socialisti di mutuo aiuto e dicoordinazione stabiliti secondo un piano unificato di Stato, ma rapporti capitalisti di concorrenza e di spodestamento sul libero mercato.

Tutto ciò ha scosso le basi stesse dell’economia socialista pianificata.

Lenin ha detto: “Il socialismo è impossibile […] senza un’organizzazione di Stato metodica che subordina decine di milioni di uomini alla più rigorosa osservanza di una norma unica nella produzione e nella ripartizione dei prodotti”.

Lenin ha detto anche: “[…] senza un vasto censimento e controllo esercitati dallo Stato sulla produzione e sulla ripartizione dei prodotti, il potere dei lavoratori e la libertà dei lavoratori non potranno mantenersi e il ritorno sotto il giogo del capitalismo sarà inevitabile”.

Sotto l’insegna dell’“autogestione operaia” un’accanita concorrenza capitalista regna tra le differenti branche economiche e le imprese jugoslave. Per battere i loro concorrenti sul mercato e realizzare il massimo di profitti le imprese dette di “autogestione operaia” si danno correntemente ad azioni fraudolente, speculano, accaparrano e immagazzinano merci, alzano i prezzi, stornano fondi, distribuiscono mance, mantengono dei segreti tecnici, si accaparrano i tecnici e utilizzano persino la stampa e la radio per calunniare gli altri.

Questa accanita concorrenza tra le imprese jugoslave non si manifesta soltanto sul mercato interno ma anche nel campo del commercio estero. La stampa jugoslava rivela che capita spesso che su un solo e uno stesso mercato estero arrivano venti o trenta rappresentanti di imprese jugoslave di commercio estero che entrano in concorrenza gli uni con gli altri e si disputano il cliente. “Per ragioni egoistiche” queste imprese che fanno il commercio estero “si sforzano di guadagnare denaro a qualsiasi prezzo e con tutti i mezzi”.

La concorrenza accanita ha portato una grande confusione sul mercato jugoslavo. I prezzi variano considerevolmente non solo fra le diverse città o regioni, ma anche tra differenti negozi di una stessa località e persino tra merci di una stessa categoria che provengono dal medesimo produttore. Alcune imprese per mantenere un prezzo elevato non esitano a distruggere grandi quantità di prodotti agricoli.

Un gran numero di imprese jugoslave sono fallite in seguito alla concorrenza accanita. Secondo i dati pubblicati dal Bollettino ufficiale della RFPJ, durante questi ultimi anni sono fallite da cinquecento a seicento imprese ogni anno.

È evidente da tutto ciò che l’economia “pubblica” della Jugoslavia non è retta dalle leggi dell’economia socialista pianificata, ma dalle leggi della concorrenza capitalista e della produzione anarchica, che le imprese di “autogestione operaia” della cricca di Tito non sono imprese a carattere socialista ma imprese a carattere capitalista.

Noi vorremmo chiedere a coloro che si adoperano a riabilitare la cricca di Tito: “A meno che voi non cerchiate di ingannare la gente, come potete presentare il capitalismo di Stato che si trova sotto l’influenza della borghesia burocratica e compradora come un’economia socialista?”.

Un’appendice dell’imperialismo USA

Il processo di restaurazione del capitalismo in Jugoslavia si confonde con il processo di allineamento della cricca di Tito all’imperialismo USA, con il processo di degenerazione della Jugoslavia diventata un’appendice dell’imperialismo USA.

La cricca di Tito, ripudiando il marxismo-leninismo, si è incamminata su una via vergognosa, che mette all’incanto la sovranità nazionale e che vive delle elemosine dell’imperialismo USA.

Secondo statistiche, peraltro incomplete, risulta che dalla fine della Seconda guerra mondiale al gennaio del 1963 gli Stati Uniti e altre potenze imperialiste hanno accordato alla cricca di Tito differenti tipi di “aiuti” per un totale di 5.46 miliardi di dollari USA. Di essi l’aiuto USA rappresenta più del 60 per cento, cioè 3.5 miliardi di dollari. La maggior parte dell’aiuto americano è stato concesso dopo il 1950.

L’aiuto USA costituisce la pietra angolare delle finanze e dell’economia jugoslave.

Secondo statistiche ufficiali, i crediti che la cricca di Tito ha ottenuto nel 1961 dagli Stati Uniti o da organizzazioni finanziarie controllate da essi ammontavano in totale a poco più di 346 milioni di dollari USA, ossia il 47.4 per cento delle entrate finanziarie federali di quello stesso anno. Se vi si aggiunge l’ammontare degli aiuti degli altri paesi occidentali, l’aiuto che la cricca di Tito ha ricevuto nel 1961 dai paesi occidentali rappresentava un totale di circa 493 milioni di dollari USA, cioè il 67.6 per cento delle entrate finanziarie  federali dello stesso anno.

Per ottenere l’aiuto USA, la cricca di Tito ha concluso con gli Stati Uniti una serie di trattati e accordi con i quali ha venduto il paese.

Le note scambiate nel 1951 tra la Jugoslavia e gli Stati Uniti a proposito dell’Accordo sull’assistenza in materia di difesa comune prevedono che gli alti funzionari del governo USA possono “in completa libertà e senza alcuna restrizione” ispezionare e sorvegliare in tutta la Jugoslavia l’arrivo e la ripartizione del materiale fornito sotto forma di aiuto militare USA e che essi hanno il diritto di usufruire di “tutte le facilità di comunicazioni e di informazioni”. Vi è ancora stipulato che la Jugoslavia deve fornire agli Stati Uniti materie prime strategiche.

L’Accordo sull’aiuto militare concluso nel 1951 tra Jugoslavia e Stati Uniti stabilisce che la Jugoslavia deve “dare il più grande contributo […] alla potenza difensiva del mondo libero” ed essere pronta a mettere forze armate a disposizione dell’ONU. La missione militare inviata dagli Stati Uniti secondo i termini di questo accordo controlla e istruisce direttamente le truppe jugoslave.

L’Accordo sulla cooperazione economica concluso nel 1952 tra la Jugoslavia e gli Stati Uniti prevede che l’aiuto americano deve essere utilizzato dalla Jugoslavia per la “promozione dei diritti fondamentali dell’individuo, della libertà e delle istituzioni democratiche”, in altri termini per la promozione del sistema capitalista.

Nel 1954 la Jugoslavia concluse un Trattato di alleanza, di cooperazione politica e di mutua assistenza con la Grecia e la Turchia, Stati membri della NATO. Questo trattato stabilisce che i tre paesi agiranno in coordinazione sul piano militare e diplomatico, facendo così, in realtà, della Jugoslavia un membro dei blocchi militari posti sotto il controllo degli Stati Uniti.

Dopo il 1954 la Jugoslavia ha firmato con gli Stati Uniti una serie di accordi con i quali ha venduto la sua sovranità: tra il 1957 e il 1962 sono stati così conclusi più di 50 accordi.

In seguito alla firma di questi trattati e accordi e al fatto che la cricca di Tito ha trasformato la Jugoslavia in un’appendice dell’imperialismo USA, gli Stati Uniti hanno ottenuto da questo paese:

  1. il diritto di controllare i suoi affari militari;
  2. il diritto di controllare i suoi affari esteri;
  3. il diritto di intervenire nei suoi affari interni;
  4. il diritto di controllare le finanze e la moneta;
  5. il diritto di controllare il suo commercio estero;
  6. il diritto di accaparrare le materie strategiche;
  7. il diritto di raccogliere in Jugoslavia informazioni militari ed economiche.

È così che l’indipendenza e la sovranità della Jugoslavia sono state messe all’asta dalla cricca di Tito.

Oltre alla conclusione di una serie di trattati ineguali con gli Stati Uniti, trattati con i quali ha venduto la sovranità del paese, la cricca di Tito per ottenere l’aiuto USA ha preso diverse altre misure sul piano della politica interna ed estera, al fine di provvedere ai bisogni del capitale monopolista occidentale nella sua penetrazione in Jugoslavia.

Dal 1950 essa ha messo fine al monopolio del commercio estero detenuto fino ad allora dallo Stato.

Il Decreto sul commercio estero promulgato nel 1953 autorizza le imprese a fare il commercio estero con tutta indipendenza, a commerciare direttamente con le imprese del capitale monopolista dell’occidente.

Nel 1961 il regime di Tito procedette a una nuova “riforma” del sistema concernente le divise straniere e il commercio estero. Il contenuto essenziale di questa riforma stava in un ulteriore allentamento delle restrizioni sull’importazione e sull’esportazione. L’importazione di importanti prodotti semifiniti e di certi articoli di consumo beneficiò di una “liberalizzazione totale” e le limitazioni imposte all’importazione di altre merci furono ridotte in diversa misura. Fu tolta ogni limitazione alla concessione di divise destinate all’acquisto di merci dette di libera importazione.

Nessuno ignora che il monopolio del commercio estero da parte dello Stato è un principio fondamentale del socialismo.

Lenin a proposito del proletariato industriale ha detto che esso “non è assolutamente in condizione di rimettere in piedi la nostra industria e di fare della Russia un paese industriale senza la protezione dell’industria, che non significa assolutamente protezione attraverso la politica doganale, ma solo ed esclusivamente attraverso il monopolio del commercio estero”.

Stalin ha detto che “il monopolio del commercio estero è una delle assisi della piattaforma del governo sovietico” e che la soppressione di questo monopolio è l’“abbandono dell’industrializzazione” del paese, è l’“invasione del mercato sovietico con merci di paesi capitalisti”, è la “trasformazione del nostro paese da paese indipendente in paese semicoloniale”.

Con l’abolizione del monopolio del commercio estero da parte dello Stato il regime di Tito spalanca le sue porte al capitale monopolista dell’imperialismo.

Quali conseguenze ha prodotto sul piano economico il fatto che la cricca di Tito ha ricevuto un massiccio aiuto USA e ha spalancato le sue porte all’imperialismo?

  1. La Jugoslavia è divenuta un mercato sul quale l’imperialismo pratica ildumping.

Grandi quantità di prodotti industriali e agricoli dei paesi imperialisti hanno invaso il mercato jugoslavo. In cerca di profitti egoistici, i capitalisti c om pradores della Jugoslavia che hanno fatto fortune colossali servendo il capitale monopolista straniero hanno importato enormi quantità di merci che il paese è capace di produrre o di cui possiede persino considerevoli scorte. Come ha ammesso Politika del 25 luglio 1961, l’industria jugoslava “è esposta ai colpi della costante e molto complessa concorrenza delle industrie straniere, ciò si vede dappertutto”.

  1. La Jugoslavia è divenuta una sfera di investimenti dell’imperialismo.

Molte imprese industriali jugoslave sono state messe in piedi grazie all’“aiuto” degli Stati Uniti e di altri paesi imperialisti. Il capitale monopolista straniero è penetrato in modo massiccio e diretto in Jugoslavia. Secondo Papic, direttore generale della Banca nazionale d’investimenti della Jugoslavia, nel periodo che va dal 1952 al 1956, “la partecipazione dei capitali stranieri raggiungeva il 32.5 per cento del valore totale degli investimenti economici”. Il segretario di Stato USA Dean Rusk ha detto il 5 febbraio 1962 che i capitali della Jugoslavia “provengono in maggior parte dall’occidente”.

  1. La Jugoslavia è diventata una fonte di materie prime per l’imperialismo.

Dopo il 1951 secondo i termini dell’Accordo sull’aiuto militare la cricca di Tito ha fornito a flusso continuo materie prime strategiche agli Stati Uniti. L’An n u ario di statistic a della  Ju goslavia del 1961 mostra che dopo il 1957 circa la metà delle esportazioni jugoslave di magnesio, zinco, antimonio, piombo e altri metalli importanti è andata agli Stati Uniti.

  1. Le imprese industriali jugoslave sono divenute officine di montaggio per leimprese monopoliste dell’occidente.

Numerose industrie essenziali della Jugoslavia producono, sotto licenza dei paesi occidentali e con prodotti semilavorati, pezzi staccati, pezzi di ricambio e articoli semimanufatti importati. La loro produzione è posta sotto la cappa delle imprese monopoliste dell’occidente.

In realtà un gran numero di prodotti industriali venduti in Jugoslavia come merci del paese sono montaggi di pezzi staccati importati dall’estero, sui quali figurano marchi di fabbrica jugoslavi. Il Vesn ik u sredu del 25 aprile 1962 scriveva: “Alcune nostre imprese industriali cominciano a trasformarsi in organizzazioni commerciali di un genere particolare. Invece di produrre, esse si occupano di montaggio e non fanno che appiccicare i loro marchi su prodotti altrui”.

In queste circostanze la Jugoslavia è divenuta una parte integrante del mercato mondiale del capitale monopolista occidentale. Sia nel campo delle finanze che in quello dell’economia la Jugoslavia è indissolubilmente legata al mercato capitalista mondiale, essa è divenuta un’appendice dell’imperialismo e in particolare dell’imperialismo USA.

Quando un paese socialista aliena la sua indipendenza e la sua sovranità e diventa un’appendice dell’imperialismo, ciò conduce inevitabilmente alla restaurazione del regime capitalista.

La cosiddetta via specifica di edificazione del “socialismo” con l’aiuto USA, via esaltata dalla cricca di Tito, non è altro che la via di trasformazione del sistema socialista in sistema capitalista in funzione dei bisogni dell’imperialismo, la via che conduce un paese indipendente a degenerare in semicolonia.

Ora Kruscev persiste a dire che questa appendice dell’imperialismo USA “edifica il socialismo”. Ciò è assolutamente fantastico! Una nuova varietà di “socialismo” che porta il timbro “aiuto USA” è venuta ad aggiungersi a quei falsi socialismi di tutte le sfumature che furono criticati da Marx, Engels e Lenin. Si tratta probabilmente del “grande contributo” apportato da Tito e Kruscev allo “sviluppo creativo del marxismo-leninismo”!

Un distaccamento controrivoluzionario dell’imperialismo USA

Giudicando dal ruolo controrivoluzionario giocato dalla cricca di Tito nelle relazioni internazionali, come pure dalla politica estera reazionaria applicata da essa, si può affermare che la Jugoslavia è ben lungi dall’essere un paese socialista.

La cricca di Tito è, sull’arena internazionale, un distaccamento speciale dell’imperialismo USA per il sabotaggio della rivoluzione mondiale.

La cricca di Tito, con il suo esempio di restaurazione del capitalismo in Jugoslavia, aiuta l’imperialismo USA ad applicare la sua politica che consiste nel promuovere nei paesi socialisti l’“evoluzione pacifica”.

Sotto l’insegna di paese socialista, la cricca di Tito si oppone con frenesia al campo socialista, si adopera a distruggerlo ed è divenuta un gruppo d’urto nella campagna anticinese.

Sotto la maschera del “non-impegno“ e della “coesistenza attiva” essa cerca di distruggere il movimento di liberazione nazionale dell’Asia, dell’Africa e dell’America Latina e si è messa al servizio del neocolonialismo USA.

La cricca di Tito non risparmia alcuno sforzo per abbellire l’imperialismo USA e paralizzare la volontà di lotta dei popoli del mondo contro la politica di aggressione e di guerra dell’imperialismo.

Sotto l’insegna della lotta contro lo “stalinismo” essa spande dappertutto il suo veleno revisionista e si oppone alle rivoluzioni dei popoli.

Nel corso dei numerosi importanti avvenimenti internazionali sopravvenuti nel mondo durante questi ultimi dieci e più anni, la cricca di Tito ha invariabilmente giocato il ruolo di lacchè dell’imperialismo USA.

  1. Rivoluzione greca. Il 10 luglio 1949 Tito annunziò che la frontiera traJugoslavia e Grecia era chiusa ai partigiani greci. Ma nello stesso tempo egli permetteva alle truppe realiste fasciste di Grecia di attraversare il territorio jugoslavo per prendere i partigiani alle spalle. Fu in questo modo che la cricca di Tito aiutò gli imperialisti americani e britannici a soffocare la rivoluzione del popolo greco.
  2. Guerra di Corea. Il 6 settembre 1950 Kardelj, allora ministro degli Affari Esteridi Jugoslavia, fece una dichiarazione nella quale calunniò apertamente la giusta guerra di resistenza del popolo coreano contro l’aggressione e prese la difesa dell’imperialismo USA. Il 1° dicembre, nel suo intervento al Consiglio di sicurezza dell’ONU il delegato della cricca di Tito accusò la Cina “d’immischiarsi attivamente nella guerra di Corea”. Inoltre, la cricca di Tito votò all’ONU per l’applicazione dell’“embargo” contro la Cina e la Corea.
  3. Guerra di liberazione del popolo vietnamita. Nell’aprile del 1954, alla vigiliadella Conferenza di Ginevra sulla questione dell’Indocina, la cricca di Tito si dette a calunniare la giusta lotta del popolo vietnamita, sostenendo che Mosca e Pechino si servivano del popolo vietnamita come di una “pedina nella loro politica di guerra fredda del dopoguerra”. Essa insinuò che la gloriosa battaglia del popolo vietnamita per la liberazione di Dien Bien Phu “non era un atto di buona volontà”.
  4. Attività sovversive contro l’Albania. La cricca di Tito si dedica da tempo adattività sovversive e a provocazioni armate contro l’Albania socialista. Nel 1944, nel 1948, nel 1956 e nel 1961, essa ha tramato quattro complotti di alto tradimento. Tra il 1948 e il 1958 essa ha intrapreso per più di 470 volte provocazioni armate alla frontiera albanese-jugoslava. Nel 1960 la cricca di Tito e i reazionari greci in collegamento con la sesta Flotta americana nel Mediterraneo complottarono un attacco armato contro l’Albania.
  5. Ribellione controrivoluzionaria in Ungheria. La cricca di Tito ebbe il vergognosoruolo di interventista e di provocatrice nella ribellione controrivoluzionaria che scoppiò in Ungheria nell’ottobre del 1956. Dopo lo scoppio della ribellione controrivoluzionaria, Tito pubblicò una lettera nella quale esprimeva il suo sostegno alle misure controrivoluzionarie prese dal rinnegato Nagy. Il 3 novembre la cricca di Tito informò Nagy che avrebbe trovato asilo all’Ambasciata jugoslava in Ungheria. L’11 novembre Tito dichiarò che la ribellione controrivoluzionaria era una resistenza degli “elementi progressisti” e formulò con insolenza la domanda di sapere chi avrebbe vinto se “la linea jugoslava” o “la linea staliniana”.
  6. Avvenimenti del Medio Oriente. Nel 1958 l’imperialismo USA inviò truppeper occupare il Libano e l’imperialismo britannico fece lo stesso per occupare la Giordania. Ciò suscitò nel mondo una gigantesca ondata di proteste e l’opinione pubblica esigette il ritiro immediato delle truppe USA e britanniche. Alla sessione straordinaria dell’Assemblea generale dell’ONU riunita per discutere della situazione nel Medio Oriente, Koca Popovic, segretario di Stato agli Affari esteri di Jugoslavia, dichiarò: “La questione non è di sapere se noi dobbiamo insistere sulla condanna o l’approvazione dell’azione intrapresa dagli Stati Uniti e dalla Gran Bretagna”. Egli auspicò inoltre un intervento dell’ONU, organizzazione posta sotto il controllo dell’imperialismo USA.
  7. Avvenimenti dello stretto di Taiwan. Nell’autunno del 1958 l’Esercitopopolare di liberazione effettuò bombardamenti di artiglieria sull’isola di Quemoy per dare un colpo alle attività provocatorie dell’imperialismo USA nello stretto di Taiwan e castigare la banda di Chiang Kai-shek, lacchè dell’imperialismo USA. La cricca di Tito calunniò la giusta lotta condotta dalla Cina, sostenendo che era un “pericolo per tutto il mondo” e che “pregiudicava la pace”.
  8. Incidente dell’U-2. Nel 1960 gli Stati Uniti inviarono un aereo spia U-2 nellospazio aereo dell’URSS e fecero fallire con ciò la conferenza al vertice delle quattro potenze che doveva tenersi a Parigi. Il 17 maggio Tito fece una dichiarazione che attaccava la giusta posizione presa allora dal governo sovietico sostenendo che quest’ultimo aveva creato un “contrasto di grande portata”.
  9. Lotta patriottica del popolo giapponese contro l’imperialismo USA. Nel 1960 il popolo giapponese intraprese una giusta lotta patriottica di una portata senza precedenti contro l’imperialismo USA. La cricca di Tito difese l’imperialismo USA asserendo che l’occupazione del Giappone da parte degli Stati Uniti aveva “concorso alla democratizzazione della vita politica in Giappone”. In seguito essa se la prese con Asanuma Yinejiro, allora presidente del Partito socialista giapponese, che aveva dichiarato che l’“imperialismo USA è il nemico comune dei popoli giapponese e cinese”, accusandolo di “predicare una linea estremista”.
  10. Lotta del popolo indonesiano. La cricca di Tito si è adoperata a sabotare lalotta del popolo indonesiano contro l’imperialismo. Essa si è data ad attività odiose, cercando di impedire la costituzione del gabinetto “Nasakom” in Indonesia, cioè di un governo di unione nazionale con la partecipazione dei nazionalisti, degli ambienti religiosi e dei comunisti.
  11. Avvenimenti del Congo. Nell’estate del 1960, quando l’imperialismo USAintraprese sotto la bandiera dell’ONU un’aggressione armata contro il Congo, la cricca di Tito non solo votò all’ONU in favore dell’imperialismo USA ma, conformemente alla volontà di quest’ultimo, inviò anche personale dell’aviazione militare a partecipare direttamente alla sanguinosa repressione del popolo congolese.
  12. La questione laotiana. Nel gennaio del 1961 quando l’imperialismo USAallargò il suo intervento al Laos, la cricca di Tito sparse la voce che gli Stati Uniti “si preoccupavano realmente della pace nel Laos e della sua neutralità”. Nel maggio del 1963 quando l’imperialismo USA organizzò nel Laos assassini politici e conflitti armati, la cricca di Tito se la prese con le forze patriottiche del Laos, accusandole di “imputare tutto agli Stati Uniti”.
  13. Programma americano di Alleanza per il Progresso. Nell’agosto del 1961 gliStati Uniti costrinsero alcuni paesi dell’America Latina a stabilire con loro un programma detto di Alleanza per il Progresso, nuovo strumento nelle mani dell’imperialismo USA per asservire i popoli dell’America Latina. Questo programma di aggressione urtò contro l’opposizione veemente dei popoli dell’America Latina, ma la cricca di Tito ne fece l’elogio, dicendo che “risponde in grande misura alle esigenze dei paesi dell’America Latina”.
  14. Conflitto di frontiera cino-indiano. La cricca di Tito, dopo che i reazionariindiani ebbero creato nel 1959 tensioni alla frontiera cino-indiana, non ha cessato di sostenere la loro politica di espansione e di aggressione e le loro attività provocatorie contro la Cina. Essa ha fatto correre voce che la “demarcazione della frontiera era stata stabilita all’inizio di questo secolo sotto forma della famosa linea Mac Mahon” e, facendo l’impossibile per presentare i fatti al contrario, essa ha accusato calunniosamente la Cina dicendo che “essa si è permessa di rivedere a suo piacere e con la forza la sua frontiera con l’India”, di “condurre l’‘aggressione’ contro l’India”.
  15. Rivoluzione cubana e crisi dei Caraibi. La cricca di Tito ha fatto numerosicommenti accusando Cuba di “non credere che alla rivoluzione” e pretendendo che la rivoluzione cubana “non è un modello ma piuttosto un’eccezione nella via rivoluzionaria”. In quanto alla crisi dei Caraibi dell’autunno del 1962, la cricca di Tito difese l’aggressione dell’imperialismo USA, dicendo che “le difficoltà sono cominciate quando la rivoluzione cubana si attaccò al punto sensibile delle compagnie americane” e che “è comprensibile che gli Stati Uniti siano irritati per l’installazione di basi di missili a Cuba, loro immediato vicino”.

Si può facilmente constatare da ciò che durante questi ultimi dieci e più anni, la cricca di Tito si è opposta con frenesia ai paesi socialisti, che si è adoperata a sabotare il movimento di liberazione nazionale e a diffamare la lotta rivoluzionaria antimperialista dei popoli, che essa serve con zelo l’imperialismo e particolarmente l’imperialismo USA.

Kruscev non cessa di ripetere che nei problemi internazionali  la posizione della direzione del PCUS “coincide” ed è in “accordo” con quella della cricca di Tito. Bene, benissimo! Ma allora noi vorremmo chiedervi se le vostre azioni coincidono e sono in accordo con tutte le macchinazioni criminali controrivoluzionarie della cricca di Tito. Siete pregati di rispondere, se ne avete il coraggio!

La dittatura proletaria degenera in dittatura borghese

Il fatto che il capitalismo abbia invaso le città e le campagne jugoslave, che il settore economico della proprietà di tutto il popolo sia degenerato in economia del capitalismo di Stato e che la Jugoslavia si sia trasformata in un’appendice dell’imperialismo USA è dovuto in ultima analisi alla degenerazione del partito e del potere politico.

Nel corso della Seconda guerra mondiale il Partito comunista jugoslavo e il popolo jugoslavo condussero una lotta eroica contro gli aggressori fascisti tedeschi e italiani, rovesciarono la dominazione reazionaria dell’imperialismo e dei suoi lacchè e instaurarono un regime democratico popolare di dittatura del proletariato.

Poco dopo, il gruppo dirigente del Partito comunista jugoslavo, tradendo il marxismo-leninismo, s’incamminò sulla via del revisionismo: è così che in Jugoslavia il partito e il potere sono degenerati e hanno cambiato gradualmente di natura.

Il Partito comunista jugoslavo possiede una gloriosa tradizione rivoluzionaria. Il tradimento della cricca di Tito incontra una viva opposizione in seno al partito. Per reprimere questa opposizione, la cricca di Tito usò il potere che essa deteneva per allontanare ed espellere un gran numero di comunisti fedeli al marxismoleninismo. Dal 1948 al 1952 furono espulsi più di 200.000 membri del partito, cioè la metà dell’effettivo originale del Partito comunista jugoslavo. Marxisti-leninisti, quadri rivoluzionari e semplici cittadini dalle convinzioni rivoluzionarie, accusati di essere “elementi del Kominform”, furono arrestati e messi a morte. Il numero dei comunisti e degli elementi rivoluzionari attivi arrestati e imprigionati superò le 30.000 persone. Nello stesso tempo la cricca di Tito spalancò le porte ai controrivoluzionari, agli elementi borghesi, agli antisocialisti di tutte le sfumature e agli arrivisti che cercavano di avanzare di grado e di fare fortuna con la tessera del partito. Nel novembre del 1952 la cricca di Tito proclamò che “il nome di partito non era più appropriato”. Essa cambiò il nome del Partito comunista jugoslavo in Lega dei comunisti jugoslavi. Andando contro la volontà di tutti i comunisti onesti del paese, la cricca di Tito alterò il carattere del partito, quello di distaccamento d’avanguardia del proletariato: è in questo modo che la Lega dei comunisti jugoslavi è divenuta nei fatti uno strumento che serve a mantenere il potere dittatoriale della cricca di Tito.

Nei paesi socialisti, il potere si trova sotto la direzione del partito comunista. Se il partito comunista degenera in partito borghese, il potere cambia inevitabilmente di natura e la dittatura del proletariato degenera in dittatura borghese.

Il regime della dittatura del proletariato in Jugoslavia era il frutto di una lunga ed eroica lotta del popolo jugoslavo. Ma dopo il tradimento della cricca di Tito, questo potere cambiò di natura.

La cricca di Tito proclama: “La dittatura rivoluzionaria del proletariato, cioè un mezzo utilizzato dal regime di Stato socialista, diventa sempre meno necessaria”.

Non esisterebbe, dunque, più dittatura in Jugoslavia? Beh, la dittatura c’è. La dittatura del proletariato è certamente scomparsa, ma è stata rimpiazzata dalla dittatura borghese ed è una dittatura fascista delle più selvagge.

Il regime di Tito ha instaurato un gran numero di prigioni e di campi di concentramento di tipo fascista dove decine di migliaia di rivoluzionari sono morti sotto le più inumane torture. Nello stesso tempo ha graziato numerosi controrivoluzionari ed elementi che avevano tradito il paese durante la guerra antifascista. In un’intervista accordata il 7 gennaio 1951 a un corrispondente dell’United Press, Tito dice che 11.000 detenuti politici erano stati amnistiati in Jugoslavia. Il 13 marzo 1962, 150.000 controrivoluzionari che vivevano in esilio furono a loro volta amnistiati. La dittatura non esiste effettivamente nei riguardi dei nemici del popolo e costoro possono godere della “democrazia”. Quali che siano le belle frasi che usa la cricca di Tito, la cosiddetta “democrazia” è una democrazia che si esercita unicamente nei confronti di un piccolo numero di vecchi e nuovi borghesi; per la gran massa dei lavoratori c’è la pura e semplice dittatura. La cricca di Tito ha trasformato la macchina di Stato rivoluzionario che era stata instaurata in Jugoslavia per reprimere una minoranza che formava la classe sfruttatrice, in una macchina di Stato avente per obiettivo la repressione del proletariato e della grande massa dei lavoratori.

La degenerazione del potere di Stato in Jugoslavia non si è prodotta con il rovesciamento dell’antico potere per mezzo della violenza e con la costituzione di un nuovo potere, ma attraverso una “evoluzione pacifica”. Gli stessi individui, la cricca di Tito, detengono il potere. In realtà questa gente non rappresenta più gli interessi degli operai, dei contadini, di tutti i lavoratori, ma quelli dell’imperialismo e della borghesia jugoslava vecchia e nuova.

La cricca di Tito per mezzo del potere controlla tutte le arterie dell’economia nazionale, sfrutta a oltranza il popolo lavoratore; è così che si è formata in Jugoslavia una borghesia burocratica. D’altronde, poiché questa dipende dall’imperialismo USA e possiede un carattere compradore molto accentuato, essa è nello stesso tempo una borghesia compradora. Il potere detenuto dalla cricca di Tito è una dittatura esercitata da questa borghesia burocratica e compradora.

I suddetti fatti mostrano, sotto differenti aspetti, che la politica perseguita dal regime di Tito è una politica di restaurazione e di sviluppo del capitalismo che conduce la Jugoslavia allo stato di paese semicoloniale o dipendente.

La degenerazione del potere di Stato in Jugoslavia è sfociata nella distruzione del sistema economico socialista e nella restaurazione del sistema economico capitalista. Quando il sistema economico capitalista è ristabilito sotto una nuova forma e una borghesia burocratica e c om pradora di tipo nuovo si è gradualmente formata, questa esige il rafforzamento della dittatura borghese e lo sviluppo di un sistema politico corrispondente al sistema economico capitalista al fine di consolidare la sua posizione dominante.

È precisamente in questo modo che si è realizzata poco per volta in Jugoslavia la degenerazione del partito e del potere che è sboccata nella restaurazione del capitalismo nell’insieme del sistema  economico-sociale. Il processo di degenerazione della Jugoslavia si protrae da quindici anni. Esso costituisce una vera storia di “evoluzione pacifica” attraverso la quale un paese socialista diventa capitalista.

La cricca di Tito mantiene il suo dominio in Jugoslavia appoggiandosi sull’imperialismo USA, sulla macchina di Stato della dittatura della borghesia burocratica e compradora, sull’aristocrazia operaia al suo soldo e sui contadini ricchi della campagna. Essa nello stesso tempo ricorre a ogni mezzo ingannevole per mascherare la sua fisionomia reazionaria e ingannare le masse popolari. La sua politica reazionaria è tuttavia delle più impopolari. Che la Jugoslavia da paese socialista sia degenerata in paese capitalista, da paese indipendente sia caduta al rango di semicolonia o di dipendenza dell’imperialismo, sono fenomeni che nuocciono agli interessi fondamentali del popolo jugoslavo, che non possono che scontrarsi contro l’opposizione di tutti i comunisti onesti e delle masse popolari jugoslave, nella loro stragrande maggioranza.

Noi proviamo una profonda simpatia per il popolo e per i comunisti jugoslavi attualmente in una situazione difficile. La cricca di Tito può dettar legge per un certo tempo, ma noi siamo convinti che nessun gruppo al potere, non importa quali siano le manovre ingannevoli o le pressioni alle quali fa ricorso, se è ostile al popolo non possa fare una fine felice. È evidente che la cricca di Tito non farà eccezione. Gli uomini che sono vittime di una mistificazione finiscono sempre per prenderne coscienza. Il popolo e i comunisti jugoslavi, che possiedono una gloriosa storia, non lasceranno che questa cricca di rinnegati disponga indefinitamente della loro sorte. Il popolo jugoslavo ha dinanzi a sé un avvenire radioso.

La posizione di principio del Partito comunista cinese  sulla questione della Jugoslavia

Nella sua lettera aperta, il Comitato centrale del PCUS pretende che vi fu un tempo in cui “i dirigenti del PCC non avevano alcun dubbio sul carattere del regime socialista in Jugoslavia” e che oggi i dirigenti cinesi “hanno cambiato radicalmente la loro posizione sulla questione jugoslava”.

Sicuro, la Jugoslavia è stato un paese socialista e per un certo tempo questo paese ha progredito sulla via del socialismo.

Ma con il tradimento della cricca di Tito il sistema sociale della Jugoslavia non tardò a degenerare.

Nel 1954, quando Kruscev propose il miglioramento delle relazioni con la Jugoslavia, noi consentimmo a considerarla come un paese socialista fratello in vista di operare perché ritornasse sulla via del socialismo e di continuare a tener d’occhio l’evoluzione della cricca di Tito.

Ma già fin da allora noi non riponevamo grandi speranze nella cricca di Tito. Nella sua lettera del 10 giugno 1954 indirizzata al Comitato centrale del PCUS, il Comitato centrale del PCC ha sottolineato: “Si deve tener conto del fatto che potrebbe darsi che i dirigenti jugoslavi, essendo già andati ben lontani nei loro rapporti con l’imperialismo, respingano gli sforzi tendenti a riallacciare rapporti con i paesi socialisti, che rifiutino di ritornare sulla via del socialismo, ma anche se si verificasse una tale situazione, il campo della pace, della democrazia e del socialismo non ne soffrirebbe sul piano politico; anzi l’ipocrisia dei dirigenti jugoslavi apparirebbe meglio agli occhi del popolo jugoslavo e dei popoli di tutto il mondo”.

Ecco che noi avevamo visto giusto. Come ci si poteva aspettare, la cricca di Tito ha respinto tutti gli sforzi che abbiamo fatto per ricondurla sulla giusta strada ed è andata sempre più lontana nella via del revisionismo.

Dopo aver rifiutato di porre la sua firma in calce alla Dichiarazione del 1957, la cricca di Tito ha avanzato nel 1958 un programma totalmente revisionista, ha innalzato la grande bandiera del revisionismo moderno e l’ha opposta alla Dichiarazione del 1957, programma comune riconosciuto da tutti i partiti comunisti e operai. In Jugoslavia il processo di restaurazione del capitalismo si è compiuto gradualmente. La cricca di Tito sul piano internazionale mostra sempre più zelo come distaccamento controrivoluzionario dell’imperialismo USA.

In queste circostanze l’atteggiamento di ogni partito marxista-leninista nei confronti della cricca di Tito non è quello che si deve avere verso un partito fratello, un paese fratello né quello di avvicinarla: si tratta di smascherare e di combattere risolutamente e in modo conseguente questa cricca di rinnegati. La Dichiarazione del 1960 ha chiaramente precisato questo punto.

Nella sua lettera aperta, il Comitato centrale del PCUS elude appositamente tutta una serie di fatti importanti avvenuti dopo la Conferenza dei partiti fratelli del novembre del 1957, come pure le conclusioni unanimi della Conferenza dei partiti fratelli del 1960 ed è invano che essa ha citato, per difendere la posizione sbagliata della direzione del PCUS, una frase dell’editoriale del Quotidiano del popolo del 12 settembre 1957 concernente la Jugoslavia.

I fatti provano che la nostra posizione nei confronti della cricca di Tito corrisponde alla realtà, che essa è una posizione di principio, che è conforme all’accordo comune della Conferenza  dei partiti fratelli del 1960. La direzione del PCUS, sforzandosi in tutti i modi di riabilitare la cricca di Tito, ha mostrato da sola che essa ha tradito il marxismo-leninismo e respinto la Dichiarazione del 1960, che dà il suo aiuto all’imperialismo USA e ai suoi lacchè e che cerca di ingannare il popolo jugoslavo e gli altri popoli del mondo.

È Tito che “ha eliminato i suoi errori” o Kruscev che ha preso Tito per maestro?

Kruscev ha detto che i dirigenti jugoslavi avevano eliminato molto di ciò che era considerato sbagliato. Ma la cricca di Tito non ha riconosciuto che aveva commesso degli errori e ancor meno potrebbe esserci per essa il problema di correggerli. Essa ha detto che “non ha alcun bisogno” di correggersi, che il volere che essa lo faccia “sarebbe semplicemente perdere il proprio tempo”, che ciò sarebbe “assolutamente superfluo e ridicolo”.

Quali sono i fatti? La cricca di Tito ha modificato il suo programma revisionista? No. Ha accettato le Dichiarazioni del 1957 e del 1960? Neanche. Ha modificato la sua politica revisionista sia interna che estera? Niente affatto.

La nuova costituzione, adottata nell’aprile del 1960 dall’Assemblea nazionale federale jugoslava, ha dimostrato in modo estremamente chiaro che la cricca di Tito non ha per nulla modificato la sua posizione revisionista. Questa costituzione ha consacrato sotto forma giuridica il suo programma totalmente revisionista. Nel suo rapporto sul progetto di nuova costituzione, Kardelj ha dichiarato che questa costituzione è la “concretizzazione sul piano giuridico-politico e organizzativo” delle concezioni e del programma della LCJ.

Se Kruscev si mette a fraternizzare con la cricca di Tito, se la più grande intimità si è stabilita tra di loro, non è perché questa ha corretto alcuni suoi errori, ma perché Kruscev ne ha seguito il passo.

Vediamo ancora i fatti!

  1. Tito, opponendosi a Stalin, si oppose al marxismo-leninismo fin nelle suebasi. È allo stesso scopo che Kruscev ripudia totalmente Stalin.
  2. Sia Tito sia Kruscev ripudiano i principi fondamentali del marxismoleninismo e attaccano i comunisti cinesi e gli altri comunisti che si attengono fermamente al marxismo-leninismo qualificandoli come “dogmatici”; nello stesso tempo essi dipingono la loro propria alterazione del marxismo-leninismo come “sviluppo creativo” del marxismo-leninismo.
  3. Tito e Kruscev fanno l’elogio dei capifila dell’imperialismo USA. Tito dice che

Eisenhower “è un uomo che cerca di salvaguardare la pace” e che gli sforzi di Kennedy “contribuiscono a migliorare le relazioni internazionali e al regolamento pacifico dei problemi scottanti del mondo”. Kruscev afferma da parte sua che Eisenhower “aspira sinceramente alla pace” e che Kennedy “si preoccupa del mantenimento della pace”.

  1. Tito e Kruscev si sforzano di ravvivare il terrore della guerra nucleare, al finedi intimidire i popoli del mondo perché essi rinuncino alla lotta rivoluzionaria. Tito dice che la guerra nucleare significa l’“annientamento dell’umanità”. Kruscev afferma anch’egli a proposito dello scoppio di una guerra nucleare: “Noi distruggeremmo la nostra Arca di Noè, la terra”.
  2. Tito e Kruscev predicano che un mondo senza armi, senza eserciti e senzaguerre può essere realizzato anche mentre esiste ancora l’imperialismo.
  3. Tito proclama che la “coesistenza pacifica attiva” è la “pietra angolare” dellapolitica estera jugoslava. Kruscev afferma che la “coesistenza pacifica” è la “linea generale della politica estera” dell’Unione Sovietica.
  4. Tito e Kruscev pretendono entrambi che la possibilità del “passaggio pacificodal capitalismo al socialismo” è diventata maggiore. La cricca di Tito dice che “l’umanità penetra irresistibilmente nell’era del socialismo per varie vie”. Kruscev dice che si può rimpiazzare la via della Rivoluzione d’Ottobre con la “via parlamentare”.
  5. Tito predica “l’integrazione politica e l’integrazione economica” nel mondoattraverso la “competizione pacifica”. Anche Kruscev auspica la “cooperazione generale” con l’imperialismo attraverso la “competizione economica pacifica”.
  6. La cricca di Tito lavora per sabotare in tutti i campi il movimento diliberazione nazionale e le guerre di liberazione nazionale. Kruscev si oppone al movimento di liberazione nazionale e alle guerre di liberazione nazionale col pretesto che “qualsivoglia piccola ‘guerra locale’ racchiude scintille capaci di provocare un incendio mondiale”.

10.La cricca di Tito ha soppresso la dittatura del proletariato. Con la parola d’ordine “lo Stato di tutto il popolo” anche Kruscev ha soppresso la dittatura del proletariato.

11.La cricca di Tito nega che il partito comunista deve essere il distaccamento d’avanguardia della classe operaia. Kruscev, da parte sua, dice che il PCUS “è divenuto il partito di tutto il popolo”.

12.Tito si dichiara “ai margini dei blocchi” e si oppone al campo socialista. Kruscev dice che “le parole blocco e altre non sono che cose temporanee”. Quello che vogliono entrambi, è la soppressione del campo socialista.

E così di seguito.

Da tutto ciò non si può che tirare la conclusione seguente: sul piano della politica tanto estera che interna, Kruscev ha preso Tito per maestro e seguendolo passo a passo si è infossato sempre più nel revisionismo.

Il grande popolo sovietico, ricco di gloriose tradizioni rivoluzionarie, e la schiacciante maggioranza dei comunisti sovietici e dei quadri a tutti i livelli non tollereranno mai che Kruscev tradisca il marxismo-leninismo, strappi la Dichiarazione del 1960 e faccia causa comune con la cricca del rinnegato Tito, essendo tutto ciò contrario agli interessi dell’Unione Sovietica, agli interessi del popolo sovietico e dei popoli di tutto il mondo.

Il grande popolo sovietico e i membri del PCUS non consentiranno mai che Kruscev patteggi con la cricca di Tito per opporsi ai partiti fratelli che si attengono fermamente al marxismo-leninismo.

Il grande popolo sovietico e i membri del PCUS non ammetteranno mai che Kruscev patteggi con la cricca di Tito e si allei con l’imperialismo per combattere la Cina, l’Albania socialista e altri paesi fratelli, per distruggere il campo socialista. Il grande popolo sovietico e i membri del PCUS non consentiranno mai che Kruscev patteggi con la cricca di Tito e si associ alla reazione per combattere i popoli e opporsi alla rivoluzione.

Il grande popolo sovietico e i membri del PCUS non consentiranno mai che Kruscev si avvii, al modo del revisionismo jugoslavo, a cambiare la natura del partito e dello Stato, ad aprire la via alla restaurazione del capitalismo.

Kruscev ha oscurato il cielo dell’Unione Sovietica, primo Stato socialista del mondo. Ma sia nella storia del PCUS che in quella dell’Unione Sovietica, questo non sarà che un intervallo. Gli uomini che sono stati indotti in errore e ingannati per un certo tempo finiscono sempre per prendere coscienza. La storia ha provato e continuerà a provare che chiunque cerchi di sviare il popolo sovietico dalla sua marcia in avanti, fa come la mantide che vuole sbarrare la ruota del carro, ma non perverrà al suo scopo.

Breve conclusione

La restaurazione del capitalismo in Jugoslavia costituisce per il movimento comunista internazionale un nuovo insegnamento storico.

Essa ci insegna che dopo la presa del potere da parte della classe operaia, esiste ancora una lotta di classe tra la borghesia e il proletariato, una lotta a morte tra le due vie del capitalismo e del socialismo e che il pericolo della restaurazione del capitalismo sussiste. La Jugoslavia fornisce un esempio ben caratteristico di restaurazione del capitalismo.

La restaurazione del capitalismo in Jugoslavia ci insegna che un partito della classe operaia può, prima del suo accesso al potere, cadere sotto il dominio dell’aristocrazia operaia, degenerare in un partito borghese e diventare un valletto dell’imperialismo e che anche dopo il suo accesso al potere può cadere sotto il dominio di nuovi elementi borghesi, degenerare in un partito borghese e diventare valletto dell’imperialismo. La Lega dei comunisti jugoslavi fornisce un perfetto esempio di una simile degenerazione.

La restaurazione del capitalismo in Jugoslavia ci insegna che in un paese socialista la restaurazione del capitalismo non si opera necessariamente con un colpo di Stato controrivoluzionario, né con un’invasione armata dell’imperialismo, che essa può avvenire anche con la degenerazione del gruppo dirigente del paese. È sempre più facile prendere una fortezza dall’interno. La Jugoslavia ne fornisce un esempio eccellente.

La restaurazione del capitalismo in Jugoslavia ci insegna che il revisionismo è il prodotto della politica imperialista. Il vecchio revisionismo fu il prodotto della politica imperialista di corruzione e di mantenimento dell’aristocrazia operaia. Il revisionismo moderno è stato anch’esso generato in questo modo. Attualmente questi tentativi di corruzione intrapresi dall’imperialismo hanno raggiunto una portata tale che questo è pronto a comprare non importa a quale prezzo i gruppi dirigenti dei paesi socialisti, per realizzare attraverso loro la politica di “evoluzione pacifica” che esso predica. Se l’imperialismo USA considera la Jugoslavia come il “caprone conduttore del gregge” è perché essa fornisce un eccellente esempio a questo riguardo.

La restaurazione del capitalismo in Jugoslavia aprirà gli occhi a tutti i marxistileninisti del mondo; essi si renderanno conto, ancora più chiaramente, della necessità imperiosa che c’è di opporsi al revisionismo moderno.

Appare evidente che fino a quando l’imperialismo esisterà nel mondo, non si potrà dire che il pericolo di una restaurazione del capitalismo nei paesi socialisti è scomparso.

La direzione del PCUS proclama a gran voce che essa ha eliminato nel suo paese

il pericolo di una restaurazione del capitalismo e che essa ha intrapreso l’edificazione del comunismo. Ben inteso, se fosse veramente così ne saremmo contenti. Ma è giocoforza costatare che essa imita la Jugoslavia minuziosamente e che si è incamminata su una via estremamente pericolosa. Questo stato di cose ci preoccupa molto e ci affligge profondamente.

Per tutto l’attaccamento che noi proviamo per la grande Unione Sovietica e per il grande PCUS, vorremmo lanciare questo appello sincero ai dirigenti del PCUS:

compagni e amici, la via jugoslava non è assolutamente una via da seguire! Tornate svelti sui vostri passi prima che sia troppo tardi!

NOTE

  1. Todorovic, La lotta su due fronti, in Nasha Stvatnost, marzo 1954.
  2. Vesnik usredu , 8 dicembre 1961.
  3. Vesnik usredu , 6 dicembre 1961.
  4. Kardelj, Discorso di apertura della nona sessione plenaria del quarto Com itato federale dell’Un ion e soc ialista dei lavoratori ju goslavi (5 maggio 1959).
  5. Bakaric, In terven to al sesto Con gresso della LCJ.
  6. Kardelj, Alc u n i problem i della n ostra politic a n ei villaggi, in Kom m u n ist, n. 4, 1954.
  7. Komar, Alc u n i problem i c on c ern en ti la c am pagn a e le fam iglie c on tadin e, in Sozializm , n. 5, 1962.
  8. In deks, n. 2, 1962.
  9. Sulla borghesia burocratica e c om pradora in Jugoslavia, si veda in questo testo pag. 199.
  10. Lettera aperta indirizzata il 17 febbraio 1958 dal Comitato centrale della Lega deicomunisti jugoslavi alle organizzazioni e ai dirigenti a tutti i livelli.
  11. Bakaric, Rapporto al qu arto Con gresso della Lega dei c om u n isti c roati (7 aprile 1959).
  12. Papic, Fin an ziam en to degli in vestim en ti in Ju goslavia, in An n als of Collec tive Ec on om y, Belgrado, aprile-novembre 1959.

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