ROMPERE LE CATENE DELL’OPPRESSIONE E’ POSSIBILE
COSTRUIRE LA RIVOLUZIONE SOCIALISTA!

La borghesia non ha una soluzione positiva per porre fine all’oppressione delle donne. Il marasma a cui la classe dominante condanna la vita di miliardi di persone è sotto gli occhi di tutti: la violenza contro le donne è uno dei tanti effetti di questa crisi, che si aggiunge a disoccupazione, precarietà, devastazione e saccheggio dei territori, allo smantellamento dei servizi come la scuola, la sanità e le varie forme di assistenza ad anziani, malati e famiglie.
Le donne delle masse popolari subiscono una doppia oppressione: di classe in quanto sfruttate e spremute dalla borghesia con il suo clero al seguito; di genere in quanto attaccate da una cultura patriarcale che le relega ad essere oggetti da possedere, corpi da mostrare o deturpare, alla meglio “macchine da riproduzione”, serve che a testa bassa devono obbedire e arrabattarsi nelle mille incombenze domestiche, alla lunga usuranti e degradanti, costrette a primeggiare l’una sull’altra.
L’oppressione e gli attacchi alle condizioni di vita delle donne delle masse popolari hanno principalmente una radice di classe.
Le donne della borghesia imperialista, infatti, possono trovare sempre soluzioni alle loro sfortune e sono tra i nostri carnefici: la Fornero, la Meloni o la Boschi, donne di spicco dei governi delle Larghe Intese, sono tra le promotrici e sostenitrici di misure antipopolari in materia di welfare e sicurezza; la Marcegaglia e i suoi amici di Confindustria che chiudono le aziende lasciando in strada migliaia di lavoratori e le loro famiglie; Ursula von der Leyen e Christine Lagarde, ai vertici delle istituzioni dell’UE e tra gli aguzzini dei gruppi imperialisti europei. L’oppressione delle donne delle masse popolari ha la sua causa nel sistema di sfruttamento capitalista: non c’è reale emancipazione dallo sfruttamento e dall’oppressione né tantomeno miglioramento delle condizioni di vita di nessuno se non si abbatte questa società e se ne instaura una nuova, il socialismo.
Avanzare nella costruzione della rivoluzione socialista, per porre fine all’oppressione di classe e di genere. L’esempio della prima ondata della rivoluzione proletaria, che portò la classe operaia e il resto delle masse popolari a conquistare il potere in URSS, in Cina e negli altri paesi socialisti, lo dimostra. In quei paesi, proletari di ogni genere, età e provenienza conquistarono quei diritti che oggi ci vengono negati: un lavoro utile e condizioni di lavoro dignitose per la salute degli operai e in particolare delle operaie (le 8 ore di lavoro al giorno; la turnazione, l’astensione e specifici diritti nei lavori degradanti e in particolare per le donne e le madri), il diritto alla sanità gratuita e a una maternità assistita e consapevole (il diritto all’aborto in URSS fu sancito nel 1920!), una legislazione a favore delle donne maltrattate e a sostegno delle famiglie, il riconoscimento delle unioni civili. Questi paesi furono esempio e faro per le grandi conquiste degli anni ’60 e ’70 in Italia e nel resto dei paesi imperialisti.
L’arretramento del movimento comunista e la “caduta” dei primi paesi socialisti (a cui si è aggiunta la crisi del capitalismo in corso) segnò l’inizio dello smantellamento di quelle grandi conquiste e diritti che oggi stiamo difendendo con forza e determinazione e del progressivo e complessivo decadimento della società.
La migliore e più realistica prospettiva per le donne delle masse popolari è essere parte attiva della trasformazione della società. Oggi non serve un movimento di tutte le donne che rivendica alla classe dominante di fare cose che essa non vuole fare e non può fare.
La miglior prospettiva per il movimento delle donne delle masse popolari è assumere un ruolo nella trasformazione della società, legandosi strettamente alla lotta di classe, unendosi al resto dei movimenti popolari che oggi si battono per la difesa dei diritti e delle conquiste. È quello che le donne delle masse popolari hanno già fatto nella storia della lotta di classe, anche del nostro paese.
E’ questa la strada che porta alla vittoria! È questo il percorso che in parte molte donne delle masse popolari attive nei comitati di lotta, associazioni e organismi hanno già imboccato: le mamme di Taranto che si organizzano contro la devastazione ambientale causata dall’ex Ilva e in sostegno agli operai che rischiano il posto di lavoro; le donne NO TAV e Nicoletta Dosio che nonostante la repressione continuano nella loro lotta a difesa della Val di Susa e per le opere davvero utili nel nostro paese; le operai della Whirlpool di Napoli e degli stabilimenti del gruppo FCA-CNHi che stanno lottando insieme ai loro colleghi per difendere il posto di lavoro; le insegnanti e le lavoratrici di ospedali e ambulatori che da anni si oppongono allo smantellamento della scuola e della sanità pubblica; a Rosalba Romano e alle madri, sorelle, compagne che lottano contro gli abusi in divisa.
La mobilitazione del 23 novembre deve rafforzare l’unità tra il movimento delle donne delle masse popolari e il resto delle masse popolari organizzate; moltiplicare, rafforzare e coordinare le organizzazioni operaie e popolari che lottano ogni giorno in difesa dei diritti affinché costruiscano un proprio governo d’emergenza popolare che applichi la parte progressista della Costituzione, a partire dalla lotta per un lavoro utile e dignitoso per tutti.
Costruire la rete di organismi operai e popolari che, senza delega alcuna, trovano le soluzioni ai loro bisogni e le attuano direttamente, fino a costruire i rapporti di forza necessari a imporre alla classe dominante il governo che serve è il percorso pratico che dobbiamo mettere in campo nel nostro paese per instaurare il socialismo.
Non c’è emancipazione delle donne senza rivoluzione socialista!
Non c’è rivoluzione socialista senza emancipazione delle donne!

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