Un’anticipazione di Resistenza 11/12.2019…

 

Corrispondenza operaia dall’Iveco di Brescia.

Cari compagni e compagne della redazione di Resistenza,

ho deciso di scrivervi per illustrare quello che sta succedendo da noi all’Iveco di Brescia, soprattutto su alcuni aspetti che mi sembra vengano sottovalutati da parte delle sigle sindacali presenti in azienda.

Iveco fa parte di CNHi, una società controllata da Exor, la finanziaria della famiglia Agnelli-Elkann. Il 3 settembre CNHi ha annunciato il cosiddetto spin-off, che dovrebbe portare nel 2021 alla divisione della produzione in due tronconi: mezzi agricoli e per la difesa militare da una parte e automezzi commerciali dall’altra.

Questa operazione a Brescia ci preoccupa particolarmente perché da anni siamo spesso in cassa integrazione o in contratto di solidarietà. Solo venticinque anni fa eravamo circa 6000 lavoratori e oggi, fra esternalizzazioni, pensionamenti non rimpiazzati, ecc., siamo arrivati ad essere 1700!

Al recente incontro nazionale con i sindacati la direzione del gruppo non ha saputo dire parole chiare sul futuro della fabbrica, dicendo che la risposta la avremo fra nove mesi! Parlano di investimenti, di riconversione verso camion elettrici e a idrogeno, del fatto che Iveco è nata a Brescia e che quindi da qui non se ne andranno di sicuro, ma di concreto non vediamo niente.

Voglio sottolineare una cosa di cui si parla poco, ma che è importante. Recentemente nella proprietà di CNHi è entrato il Fondo Elliott con una quota del 3%, che è la cosa più pericolosa che ci può essere in una fabbrica, perché il loro obiettivo è esclusivamente il profitto di borsa. Infatti, leggo dai giornali che questo fondo si aspetta che con lo spin-off le azioni salgano anche del 30% e che questo è il loro obiettivo concreto, altro che investire per la riconversione! Exor e la famiglia Agnelli-Elkann sicuramente sanno benissimo chi sono questi del fondo Elliott. Mi chiedo se davvero c’è la volontà di fare investimenti produttivi: qui produciamo un tipo di camion di medie dimensioni che ha poco mercato, che è troppo grande per un artigiano e troppo piccolo per la grande industria. Insomma lo puoi fare anche elettrico, ma se il mercato è saturo non lo vendi. Hanno interesse allora Exor ed Elliott a investire? Potrebbe essere che decidono di vendere a qualche concorrente? La Mercedes o la Man magari sono interessate ad acquisire il mercato del camion medio, ma quando è così solitamente interessa il progetto e il prodotto, ma non le fabbriche e gli operai. È successo con l’Industria Italiana Autobus: a fine 2018 una quota è stata acquisita dalla ditta turca Karsan: Di Maio ha rassicurato tutti e invece questi hanno preso il progetto, se lo sono portati in Turchia e gli operai sono rimasti senza lavoro.

La questione è una: c’è o non c’è un futuro per l’Iveco di Brescia? Questo spin-off porterà a chiudere una fabbrica come la FPT (sempre del gruppo CNHi) di Pregnana Milanese nel giro di un anno e mezzo, a Foggia ci sono esuberi così come a San Mauro Torinese.

Qui a Brescia i lavoratori più attenti si stanno principalmente appoggiando ai vari sindacati, in particolare alla FIOM.  Dentro e fuori dalla fabbrica si sta organizzando il Comitato Futuro Iveco, che vuole porre la questione all’attenzione della politica e della città, perché se chiude questa fabbrica è un danno per tutti. Questa è una buona cosa, ma non penso che tutti riescano a capire l’importanza di unirsi e cercare appoggio nella città, nella cittadinanza come nelle istituzioni, o di cercare una sponda nei lavoratori di altri stabilimenti. Resto con i piedi per terra e non credo che la maggior parte dei lavoratori siano ancora in grado di capire queste cose.

Chiudo con un messaggio di solidarietà verso i lavoratori di Pregnana, San Mauro e Foggia, anche se penso che la solidarietà migliore sarebbe la mobilitazione a livello di tutto il gruppo CNHi. Si dovrebbe scioperare, non dico a oltranza, ma con scioperi che facciano capire alla società che i lavoratori non ci stanno ad essere considerati usa e getta.

C., un operaio dell’Iveco di Brescia.

***

CNHI ha messo una marcia in più al processo di morte lenta!

MOBILITARSI E COORDINARSI PER TENERE APERTI TUTTI GLI STABILIMENTI CNHI.

La morte lenta di tutti gli stabilimenti ex FIAT e dintorni, nonostante i tanti fondi pubblici che hanno sempre intascato, è sotto gli occhi di tutti (ricordiamoci Arese e Termini Imerese). Oltre alle fabbriche che chiudono o ridimensionano, ripartono ora con la cassa integrazione (CIG) negli stabilimenti IVECO di Brescia e probabilmente anche di Suzzara (MN). A cascata, parecchie fabbriche dell’indotto stanno annunciando ristrutturazioni e chiusure.

La CNHi ha messo “una marcia in più” al processo di morte lenta! Gli operai dell’FPT di Pregnana Milanese hanno avviato fin da subito una mobilitazione per dire NO alla chiusura del loro stabilimento: scioperi, cortei cittadini, presidi e incontri alla Regione, assemblee operaie con il coinvolgimento degli amministratori locali (di tutti i colori) affinché si schierino al loro fianco. Da Pregnana la mobilitazione ha cominciato a estendersi anche agli altri stabilimenti, soprattutto grazie all’incalzo di operai combattivi e avanzati: la parola d’ordine del “nessuno si salva da solo” e “coordinarsi con gli altri stabilimenti” inizia a farsi strada.

Da qualche anno, abbiamo avviato un intervento sull’IVECO di Brescia, che nell’ultimo anno e mezzo è diventato continuativo e ordinario, con l’obiettivo di scovare gli “embrioni di organizzazioni operaie” che altro non sono che operai avanzati che si occupano di ciò che succede nella loro azienda, o che si organizzano per difendere i diritti e le conquiste dell’intera collettività che la classe dominante sta attaccando e smantellando. Ai cancelli dell’azienda, con volantini, giornali e parlando coi lavoratori, abbiamo messo in luce il processo di morte lenta e portato la parola d’ordine di coordinarsi con altri operai del gruppo FCA (il padrone è sempre quello), promuovendo il MOAF (Movimento Operai Autorganizzati Fiat). L’iniziale diffidenza della maggior parte degli operai, memori delle tante fregature politiche del passato, l’abbiamo messa in conto. Abbiamo puntato su quelli che però si sono riconosciuti in quelle parole d’ordine e hanno iniziato a darci informazioni su ciò che accadeva dentro l’azienda, a passarci contatti di altri operai e a ragionare su come organizzarsi direttamente su alcune questioni, come quelle relative alla sicurezza e alle malattie professionali. Questo lavoro concreto lo abbiamo portato avanti congiuntamente con il PCI di Brescia, rendendolo lavoro comune dando vita al Comitato Futuro Iveco (al quale aderiscono anche alcuni operai dell’azienda), organizzando così alcune iniziative e assemblee delle quali abbiamo scritto nei mesi scorsi su queste pagine. Proseguendo abbiamo conosciuto anche alcuni operai bresciani trasferiti nello stabilimento di Suzzara (MN), convinti ad accettare il trasferimento con incentivi, ma anche con pressioni e la falsa promessa di un contributo per le spese di trasporto, garantito da un accordo in sede regionale mai rispettato. Con la continuità e la costanza abbiamo iniziato a fare breccia nell’iniziale muro di diffidenza.

Con il precipitare della situazione nel gruppo CNHi, ci siamo recati immediatamente alla mobilitazione degli operai di Pregnana, portando le parole d’ordine “organizzarsi per tenere aperto lo stabilimento”, “nessuno si salva da solo, coordinarsi con gli altri stabilimenti” e “spingere il governo affinché sostenga gli operai nella loro lotta”! Lo stesso abbiamo fatto a Modena, Suzzara e Brescia, cercando di allargare la solidarietà agli altri stabilimenti sotto attacco.

La situazione oggettiva (l’annunciata chiusura degli stabilimenti) e la mobilitazione spontanea degli operai in risposta agli attacchi dei padroni sono state le basi su cui abbiamo “agganciato” il nostro intervento: volantinaggi fuori dai vari stabilimenti, partecipazione alle mobilitazioni operaie indette dalle rappresentanze sindacali, promozione di assemblee e iniziative per ragionare con gli operai sul da farsi. I nostri volantinaggi sono stati ben accolti dagli operai che ci hanno lasciato i loro contatti e hanno espresso la volontà di coordinarsi con gli altri stabilimenti, indipendentemente dalle tessere sindacali o dai sindacati stessi, che spesso non mobilitano gli operai. A Brescia abbiamo fatto ulteriori passi: con una lettera aperta indirizzata al sindaco (che non ha risposto), il Comitato Futuro Iveco ha smosso alcuni esponenti dell’amministrazione comunale e provinciale e delle rappresentanze sindacali della città di Brescia, che partecipando a un’assemblea pubblica promossa dal Comitato il 15 ottobre sono stati incalzati ad attivarsi velocemente soprattutto da alcuni operai. Contemporaneamente molti lavoratori (da Pregnana a Modena) hanno rilasciato attestati di solidarietà verso gli stabilimenti che hanno annunciato la chiusura o la CIG.

Queste esperienze, come anche la lettera arrivataci dall’operaio di Brescia, ci fanno toccare con mano che la disponibilità a organizzarsi e coordinarsi da parte degli operai c’è; che la tendenza, ancora forte, ad affidarsi ai sindacati (in particolare alla FIOM) inizia, però, a essere sempre più critica di fronte all’incalzare degli eventi; che alla residua illusione di potersi salvare semplicemente lottando un po’ di più, fa da contraltare l’affermarsi di una consapevolezza sulla necessità di una soluzione ampia e generale.

In conclusione lanciamo l’appello ai partiti, alle associazioni, ai singoli cittadini bresciani ad aderire e partecipare al Comitato Futuro Iveco, scrivendo all’indirizzo futuroiveco@gmail.com oppure all’indirizzo della sezione di Brescia carcbrescia@gmail.com.

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