Dal 13 ottobre 2019 tutta la Catalogna – con epicentro nella sua capitale Barcellona – è attraversata da una potente mobilitazione popolare.

La miccia che ha scatenato cortei, stop temporaneo agli sfratti illegali, espropri proletari nella grande distribuzione, scontri tra manifestanti e la Policia Nacional/Mossos D’Esquadra (forze dell’ordine autonome catalane), un centinaio di feriti e di altrettanti arresti è stata la condanna emessa dal Tribunale Supremo di Spagna (non riconosciuto dalle autorità locali) di dodici leader indipendentisti dai 9 ai 13 anni di carcere per sedizione e malversazione di fondi pubblici.

Si tratta di capi d’imputazione pretestuosi che nascondono la ragione politica di queste sentenze: criminalizzare e reprimere violentemente la volontà del popolo catalano di scegliere liberamente il proprio futuro, a partire dalla celebrazione del referendum simbolico del 1° ottobre 2017, che condusse alla proclamazione d’indipendenza della Catalogna dal governo centrale di Madrid.

In questo contesto, circa mezzo milione di catalani scesi in piazza hanno rivendicato la fine della repressione praticata dagli apparati di sicurezza dello Stato spagnolo, l’adozione di un piano di amnistia generale contro tutti i prigionieri politici incarcerati, arrestati e/o esiliati all’estero e l’esercizio della libera autodeterminazione di quest’area della Spagna storicamente e culturalmente indipendente dal resto del paese.

Simili manifestazioni di dissenso – sebbene si tratti di un movimento spontaneo e confuso, non ancora diretto dai comunisti – sono l’espressione più palese del distacco tra la classe dominante e le masse popolari locali nel sistema politico borghese.

In questo contesto, osserviamo come la crisi generale del sistema capitalista (politica, economica, sociale, morale, ecologica) a livello internazionale complica la vita alla borghesia, che nelle attuali condizioni non può più governare la società con i metodi “democratici” e “concertati” con cui ha amministrato il suo potere sinora nei singoli paesi.

La crisi rende inaccettabili alle masse popolari il costante peggioramento delle condizioni di vita e la crescente oppressione di classe, le spinge ad una loro iniziativa autonoma e indipendente dalle autorità, organizzazioni e istituzioni della classe dominante.

Dunque, è evidente come lo Stato borghese – detentore del monopolio della violenza e del diritto di sfruttare gli oppressi – mostri in Catalogna il suo vero volto autoritario e assassino, violando le sue stessi leggi, praticando il terrorismo per mantenere l’abbrutimento morale, lo sfruttamento economico, l’ignoranza, la guerra tra poveri, il razzismo e l’esclusione dal patrimonio culturale della società (accessibile solo ai più colti e saggi incaricati di gestire il potere nei loro interessi).

La borghesia si adopera in ogni modo per impedire alle masse popolari di esercitare la violenza per difendere legittimamente i propri diritti contro chi li ha sempre calpestati, perché ha il terrore che insieme all’indignazione popolare accresca anche la tendenza degli oppressi ad esercitare anch’essi la violenza sugli oppressori, una tendenza che via via che si dispiega porta le due classi a fronteggiarsi sempre più apertamente anche sul terreno militare, alla guerra civile.

«I veri rivoluzionari hanno sempre mirato a distruggere questo scudo ideologico del monopolio della violenza nelle mani degli sfruttati (…) chi è contrario, consapevolmente o meno, favorisce la conservazione dell’ordinamento sociale esistente»[1].

La contraddizione fondamentale, quindi, è che per valorizzare il proprio capitale i capitalisti e i loro governi devono conquistarsi anche un minimo della fiducia delle masse popolari perché senza gli operai i capitalisti non producono. Devono conquistarsi la fiducia anche perché tenere sottomessa una classe solo con la frusta non farebbe altro che accelerare i tempi perché quella classe gli si rivolti contro.

Al contempo gli interessi dei capitalisti sono irrimediabilmente opposti a quelli delle masse popolari per cui via via che avanza a crisi generale del capitalismo i capitalisti e i loro governi non possono fare altro che scaricare la propria crisi sugli operai, sui lavoratori e sulle masse popolari, alimentandone sempre più lo spirito di ribellione, di lotta, di resistenza spontanea al procedere della crisi. Tanto più tale resistenza spontanea si allarga e si radicalizza, tanto più i capitalisti e i loro governi sono costretti a usare di più il bastone e mettere da parte la carota. L’aggressione e il ritiro delle conquiste delle masse popolari cui i capitalisti ricorrono per fronteggiare la crisi e la resistenza spontanea che queste alimentano sono, quindi, due movimenti oggettivi che non si possono arrestare e chi si alimentano l’un l’altro. È la situazione rivoluzionaria in sviluppo.

La repressione, per quanto dura, è sintomo di debolezza della classe dominante: a causa della crisi e delle lotte al suo interno, non riesce più a gestire e a governare i paesi come faceva prima. Se da una parte è costretta a prendere misure d’emergenza e a violare le sue stesse leggi per tutelare i propri interessi, dall’altra conduce una vera e propria guerra di sterminio non dichiarata contro le masse popolari (attacchi ai diritti conquistati, sanità sempre meno accessibile, morti sul lavoro con numeri da guerra civile, ecc.) cercando di orientare i diversi strati delle masse popolari a farsi la guerra tra loro mettendo italiani contro immigrati, disoccupati contro lavoratori, giovani contro adulti, lavoratori pubblici contro lavoratori delle aziende capitaliste. La risposta delle masse popolari a questo stato di cose sono le mille mobilitazioni spontanee per far fronte agli effetti più gravi della crisi, alle privatizzazioni e allo smantellamento della sanità, del diritto allo studio, dei posti di lavoro: quotidianamente in tutto il mondo assistiamo a presidi, picchetti, iniziative culturali, manifestazioni e cortei sempre più repressi dalla classe dominante poiché non ha alcuna soluzione positiva per fare fronte agli effetti della crisi stessa.

In definitiva, la repressione così promossa diventa un’arma a doppio taglio per chi la promuove in quanto alimenta l’odio di classe, mostra il vero volto della classe dominante e in questo modo unisce il fronte di chi vuole farla finita con la crisi e lo sfruttamento.

La lotta contro la repressione è quindi un campo fondamentale per il nostro presente e per il nostro futuro, che ha però la necessità di andare oltre la semplice resistenza. Fare fronte alla repressione è possibile nella misura in cui si concepisce la lotta alla repressione come campo di lotta per la creazione delle condizioni per una nuova gestione della società. La forma più alta di solidarietà con le masse popolari catalane che possiamo esercitare oggi è trasformare la denuncia delle violenze in piazza in mobilitazioni, presidi e picchetti di lotta. Significa alimentare nel nostro paese la resistenza spontanea delle masse popolari al procedere della crisi. Significa alimentare il fiume della rivoluzione socialista in Italia.

10, 100, 1000 presidi di solidarietà con le masse popolari catalane!

Facciamo della solidarietà un ambito della lotta di classe in corso nel nostro paese!

Trasformiamo la lotta alla repressione in lotta per il socialismo!

 

[1] Tratto dal “Manifesto Programma del (n)PCI”, capitolo 1.2.2 “La lotta di classe e lo Stato” pp. 23-24

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