Nelle settimane in cui iniziano le “manovre” per il rinnovo del CCNL dei metalmeccanici, ricorre il cinquantesimo anniversario dell’Autunno Caldo (1969) che aprì la lunga stagione di lotte con cui la classe operaia e le masse popolari riuscirono a strappare alla borghesia le tutele, i diritti e le conquiste di civiltà e benessere che la classe dominante ancora cerca di cancellare.

Come si arriva all’Autunno Caldo? La Seconda Guerra Mondiale aveva posto fine alla prima crisi generale per sovrapproduzione assoluta di capitale (1900 – 1945) e alla lunga situazione rivoluzionaria in sviluppo che ne derivava. Tre precise condizioni determinarono il movimento economico, politico e sociale di quel periodo:

– in primo luogo, era iniziata una nuova fase di accumulazione del capitale in ragione delle enormi distruzioni belliche e delle esigenze della ricostruzione (cioè l’economia cresceva, i padroni erano tornati a fare profitti);

– in secondo luogo, l’URSS non solo non era stata cancellata, ma il blocco dei primi paesi socialisti si era rafforzato e accresciuto e ciò incarnava la principale preoccupazione per i padroni e i borghesi di tutto il mondo;

– in terzo luogo, il movimento comunista italiano, tanto per la vittoria della Resistenza quanto per l’influenza positiva che il blocco dei primi paesi socialisti esercitava sugli operai e sulle masse popolari italiane, era forte e aveva largo seguito.

La combinazione di questi tre aspetti determinò la situazione per cui a fronte di ampie, generose e combattive mobilitazioni operaie e popolari, i capitalisti furono costretti a fare concessioni che andavano contro i loro interessi e incompatibili con il loro ordinamento economico e sociale, erano terrorizzati dal fatto che se non avessero “ceduto qualcosa” il movimento rivendicativo sarebbe sfociato in lotta politica rivoluzionaria e avrebbero rischiato di “perdere tutto”.

Nel 1969, erano passati appena 24 anni dalla fine della Seconda Guerra Mondiale e dalla vittoria della Resistenza, anni tutt’altro che pacifici: la lotta di classe aveva infuriato in tutto il paese poiché la classe operaia e le masse popolari pretendevano miglioramenti delle condizioni di vita e di lavoro, in conformità con le promesse di democrazia e sviluppo sbandierate dalla borghesia per contendere il favore delle masse ai comunisti. La classe operaia era in subbuglio tanto sul fronte dell’antifascismo (i morti di Reggio Emilia e i fatti di Genova del 1960), quanto su quello delle vertenze (citiamo a esempio i fatti di Piazza Statuto a Torino nel 1962 e, nel 1968, la rivolta degli operai della Marzotto a Valdagno – vedi “A cinquant’anni dal 1968: la rivolta operaia di Valdagno” su Resistenza n. 5/2018).

La scintilla del 1969. È con la lotta per il rinnovo del CCNL dei metalmeccanici che la mobilitazione divampa, inaspettata per partecipazione, ampiezza e radicalità. L’ondata di scioperi che anticiparono la “stagione dei rinnovi”, rompendo con la consuetudine del cosiddetto “preambolo contrattuale” che limitava strettamente le agitazioni al periodo della contrattazione, costrinse i sindacati, i partiti della sinistra e lo stesso PCI a rincorrere gli operai per intestarsi le rivendicazioni, prima fra tutte la sostituzione delle ristrette Commissioni Interne, elette dai vertici sindacali, con i Consigli di Fabbrica, composti da delegati eletti direttamente dagli operai e ampiamente più rappresentativi e democratici.

Benché in soli tre mesi il CCNL fosse chiuso con importanti conquiste (fra le altre: aumento dei salari uguale per tutti; particolari concessioni agli apprendisti e ai lavoratori-studenti, il diritto alle assemblee retribuite all’interno delle fabbriche fino a un massimo di dieci ore all’anno e, appunto, l’istituzione dei Consigli di Fabbrica), la mobilitazione non si esaurì e anzi contagiò tutti i settori dei lavoratori dipendenti, fino agli insegnanti e agli studenti. L’approvazione dello Statuto dei Lavoratori, nel 1970, fu l’apice delle conquiste poiché generalizzava a tutti i lavoratori dipendenti quelle ottenute dai metalmeccanici. Esso fu anche una delle risposte con cui la borghesia – la parte tanto terrorizzata dal pericolo del comunismo da diventare progressista e illuminata – cercò di circoscrivere e limitare la mobilitazione operaia che aveva già ampiamente travalicato i confini della lotta rivendicativa e che fu spinta e motore delle lotte di tutti gli anni ‘70. Le bombe, le stragi, il terrorismo, lo squadrismo organizzato, le provocazioni e i tentativi di colpo di stato che costellarono “gli anni di piombo” furono invece la risposta di quella parte di borghesia italiana e internazionale (USA e Vaticano) tanto terrorizzata dal pericolo del comunismo da scendere sul terreno della promozione della mobilitazione reazionaria aperta e dispiegata.

A metà degli anni ‘70 uno dei pilastri che avevano prodotto il particolare contesto del “capitalismo dal volto umano” si incrinò e iniziò a sgretolarsi: con l’inizio della seconda crisi per sovrapproduzione assoluta di capitale l’economia capitalista (intesa come valorizzazione del capitale attraverso la produzione di merci) non permetteva ai capitalisti di valorizzare tutto il capitale accumulato, i margini di profitto complessivi diminuirono e iniziò l’inversione di tendenza: grandi ristrutturazioni industriali, stop alle concessioni e, anzi, l’inizio di un periodo (ancora in corso) di smantellamento dei diritti e delle conquiste. Benché non esista la data precisa di questo epocale cambio di marcia, simbolicamente l’inversione di tendenza è rappresentata dalla sconfitta degli operai FIAT nel 1980 e la “Marcia dei 40000”.

La borghesia iniziò l’offensiva per riprendersi indietro ciò che fu costretta a concedere negli anni precedenti: primi fra tutti i Consigli di Fabbrica, svuotandoli del loro contenuto e poi sopprimendoli nel 1991 con la complicità dei sindacati di regime, in favore delle Rappresentanze Sindacali Unitarie.

Come la Resistenza fu il punto più alto raggiunto dalla classe operaia del nostro paese nella sua lotta per il potere, così negli anni ‘70 fu raggiunto il punto più alto nelle conquiste di tutele e diritti.

Non era possibile spingere le lotte rivendicative oltre il livello che avevano già raggiunto: la mobilitazione della classe operaia e delle masse popolari avrebbe potuto svilupparsi solo come lotta per il potere, solo come rivoluzione socialista. Ciò non avvenne a causa del declino del movimento comunista imposto dai revisionisti moderni (la “degenerazione” dei primi paesi socialisti e dei partiti comunisti nei paesi imperialisti) e dell’inadeguatezza delle forze rivoluzionarie del nostro paese (le Organizzazioni Comuniste Combattenti). In questo articolo non ci addentriamo in questo argomento; per avere una sintesi efficace dell’ampia elaborazione fatta dalla Carovana del (nuovo)PCI rimandiamo al Manifesto Programma del (nuovo)PCI.

È però importante concludere il ragionamento fissando alcuni punti essenziali per orientarsi nell’enorme mole di articoli, analisi, interpretazioni su quel periodo storico.

L’Autunno Caldo è stata una grande dimostrazione del ruolo della classe operaia: quando si mobilita essa prende facilmente la testa della mobilitazione di tutte le masse popolari, perché incarna i loro interessi e li contrappone a quelli dei capitalisti. La classe operaia in lotta gode del rispetto, della fiducia e del consenso di tutte le masse popolari, del prestigio che il suo ruolo sociale le conferisce e quando lotta lo fa valere appieno.

Ancora una volta nella storia del nostro paese, dopo il Biennio Rosso, le forme e il contenuto dell’organizzazione della classe operaia sono il motore della lotta di classe, ancora una volta i Consigli di Fabbrica sono stati l’anello di congiunzione fra la lotta rivendicativa e la lotta politica rivoluzionaria.

Ancora una volta nella storia del nostro paese, i limiti del movimento comunista cosciente e organizzato hanno impedito che la mobilitazione spontanea della classe operaia e delle masse popolari fosse incanalata nella rivoluzione socialista.

Per questi motivi, il P.CARC chiama gli operai e i lavoratori più avanzati e lungimiranti a partecipare attivamente e in prima persona alla lotta per impadronirsi del bilancio di quella esperienza al fine di trarre gli insegnamenti necessari e ad attivarsi per costruire in ogni azienda capitalista e pubblica organizzazioni operaie e popolari che assumano il ruolo che hanno avuto nel passato i Consigli di Fabbrica.

10, 100, 1000 Consigli di Fabbrica

– contro la chiusura, la delocalizzazione, il ridimensionamento (morte lenta) delle aziende e la loro vendita a gruppi multinazionali stranieri;

– contro l’eliminazione delle conquiste e dei diritti sindacali, politici e sociali strappati quando il movimento comunista era forte in Italia e nel mondo;

– contro la privatizzazione della sanità, della scuola e degli altri servizi pubblici, le grandi opere inutili e la devastazione dell’ambiente, la persecuzione degli immigrati poveri, la repressione poliziesca e padronale;

– contro la sottomissione del nostro paese all’Unione Europea e alla NATO, le politiche di austerità per le masse popolari con la trappola del Debito, le “guerra umanitarie” per depredare i paesi oppressi, la corsa agli armamenti.

10, 100, 1000 Consigli di Fabbrica

– per un piano generale del lavoro che assegni compiti produttivi a ogni azienda, che riconverta le aziende che fanno produzioni inutili e dannose, che assegni a ogni individuo un lavoro utile e dignitoso: c’è un sacco di lavoro da fare per rimettere in sesto il nostro paese, farlo funzionare e sviluppare rapporti di solidarietà, collaborazione e scambio con gli altri paesi;

– per la democrazia partecipativa a tutti i livelli;

– per la difesa e il miglioramento dell’ambiente in cui viviamo;

– per un governo di emergenza popolare che nazionalizzi le aziende che i capitalisti vogliono chiudere, delocalizzare o smembrare e inquadri in un piano economico nazionale le aziende capitaliste e pubbliche, le cooperative vecchie e nuove e le altre strutture economiche, rompa le catene dell’UE, della NATO e la cappa del Vaticano, attui la Costituzione del 1948, collabori con i movimenti progressisti e i governi dei paesi in lotta contro la comunità internazionale dei guerrafondai e speculatori;

– per liberare il nostro paese da sfruttatori e oppressori e instaurare un nuovo sistema di relazioni sociali corrispondente alle esigenze delle masse popolari, democratico ed ecocompatibile, il socialismo.

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here