Il Biennio Rosso

I due anni noti come Biennio Rosso sono il 1919 e il 1920. È un periodo di grande mobilitazione della classe operaia e di tutte le masse popolari che si dispiega in Europa e negli USA e assume carattere di insurrezione, in particolare in Germania, Austria, Italia, Ungheria.

Due sono le cause scatenanti, entrambe figlie della prima crisi generale del capitalismo che comincia con l’inizio del ‘900: la Prima Guerra Mondiale, finita in un massacro di proporzioni inaudite (più di quindici milioni di morti, più di un milione solo in Italia) e la rivoluzione sovietica, dimostrazione per i lavoratori di tutto il mondo che era possibile farla finita con il capitalismo, con lo sfruttamento e con la miseria, costruendo una nuova società socialista.

In Italia, le elezioni politiche del 1919 vedono una partecipazione di massa al voto e il crollo dei tradizionali partiti borghesi in favore del Partito Socialista Italiano. Nelle strade e nelle piazze, intanto, le mobilitazioni contro il carovita sono ampie e radicali, nel Centro e Sud Italia si moltiplicano le occupazioni delle terre dei latifondi da parte di braccianti e piccoli contadini.

Anche l’esercito è in subbuglio: vari reparti danno vita a manifestazioni e proteste, il cui esempio più conosciuto è la Rivolta dei Bersaglieri che nel mese di giugno del 1920 scoppia ad Ancona, repressa dalla Marina Militare che bombarda la città. Nei maggiori stabilimenti del Nord Italia nascono i Consigli di Fabbrica: nel 1919 gli scioperi sono più di 1.800 e 1.500.000 scioperanti vi partecipano. Nel 1920 gli scioperi crescono a 2.000, con la partecipazione di 2.000.000 di scioperanti. Tra marzo ed aprile 1920 , il cosiddetto “Sciopero delle Lancette” contro l’introduzione dell’ora legale che obbliga gli operai ad entrare in fabbrica col buio anche in primavera ed estate, coinvolge 120.000 operai torinesi, soprattutto metallurgici.

Il Partito Socialista Italiano (PSI) è in quegli anni il partito della classe operaia, raccoglie milioni di voti e mobilita nelle fabbriche e nelle piazze anche attraverso il sindacato: in esso, la classe operaia cerca una direzione quando si sviluppa la mobilitazione. Esso è diviso in diverse correnti ideologiche in lotta tra loro, che comunque si dimostreranno tutte inadeguate a condurre alla vittoria la classe operaia, a definire una linea per fare “come la Russia”, costruendo la rivoluzione socialista nel nostro paese.

L’ala riformista guidata da Turati, contraria alla rivoluzione sovietica e all’adesione all’Internazionale Comunista, nel partito è in netta minoranza, ma conserva la maggioranza nel gruppo parlamentare e nella direzione del sindacato CGL.

I massimalisti di Giacinto Menotti Serrati sono per la rivoluzione sovietica e la dittatura del proletariato, ma le roboanti quanto velleitarie parole d’ordine rivoluzionarie non trovano riscontro pratico: sono i promotori della pratica attendista, succube dei riformisti, della “rivoluzione che scoppia”.

La corrente guidata da Amedeo Bordiga è astensionista di principio e fortemente settaria verso le mobilitazioni spontanee delle masse, come si vedrà anche quando irromperanno sulla scena gli Arditi del Popolo. La sterilità di Bordiga si traduce nell’attesa della “rivoluzione pura” fatta da altrettanto puri rivoluzionari: una concezione estremistica apertamente criticata anche da Lenin in quegli anni (vedi L’estremismo, malattia infantile del comunismo, 1920).

Infine, c’è la corrente dei “consiliaristi” di Gramsci che fa riferimento al giornale torinese L’Ordine Nuovo e indica nei Consigli di Fabbrica l’embrione del nuovo potere della classe operaia che si imporrà con la rivoluzione socialista. Nonostante fosse la posizione più avanzata, mantiene il limite di non focalizzare il ruolo dei comunisti e del Partito nel portare agli operai la concezione comunista del mondo, nel definire e attuare una strategia per trasformare i Consigli di Fabbrica da ciò che già sono spontaneamente (organismi di lotta) in ciò che i comunisti hanno la responsabilità di farli diventare (organismi del nuovo potere) per portare alla vittoria la rivoluzione socialista.

Il PSI va a congresso nel 1919 a Bologna e i massimalisti conquistano la maggioranza: il PSI decide per l’adesione all’Internazionale Comunista e suo obiettivo diventa esplicitamente la rivoluzione socialista sul modello dell’Unione Sovietica, ma nella pratica il partito non si dà i mezzi per essere conseguente con queste parole d’ordine e già nel corso dello “Sciopero delle Lancette” dimostra di non essere all’altezza del compito storico che la situazione gli richiede.

Il 18 giugno 1920, in un contesto di generale subbuglio insurrezionale, la FIOM presenta agli industriali un memorandum di richieste, in particolare aumenti salariali per compensare l’aumento del costo della vita; analoghe richieste sono presentate dagli altri sindacati operai. Gli industriali rifiutano e il 13 agosto rompono le trattative.

La FIOM risponde attuando un ostruzionismo: gli operai rallentano la produzione rifiutando di lavorare a cottimo e applicando minuziosamente le normative di sicurezza sul lavoro. Di fronte alla massiccia adesione alle direttive FIOM, gli industriali scelgono la strada della serrata e il 30 agosto 1920 le Officine Romeo & C. di Milano la attuano, nonostante l’esplicita richiesta del Prefetto di evitarla. Immediatamente la FIOM dispone l’occupazione delle fabbriche metallurgiche di Milano e in risposta il 31 agosto la Confindustria ordina la serrata di tutte le fabbriche del paese. Secondo le direttive FIOM, ovunque la serrata viene seguita dall’occupazione della fabbrica da parte degli operai che costituiscono un servizio armato di vigilanza – nascono così le Guardie Rosse – e tentano in vari casi di continuare la produzione, scontrandosi però con la difficoltà di assicurare gli approvvigionamenti e vendere quanto prodotto.

L’occupazione delle fabbriche, nata sul piano principalmente sindacale, acquista inevitabilmente una valenza politica: c’è in gioco il ruolo e il potere dei Consigli di Fabbrica, cioè chi decide nelle aziende e quindi, in definitiva, nell’intero paese: i padroni o la classe operaia. La direzione nazionale della CGL e quella del PSI si confrontano su quale linea imboccare: il Partito Socialista rifiuta opportunisticamente di assumersi la responsabilità di guidare gli operai e trasformare la lotta sindacale in lotta politica rivoluzionaria; nella CGL prevale la linea di trovare un accordo per uscire dalla situazione.

“A mano a mano che passano i giorni, si impone una scelta, uno sbocco politico al movimento, che appare fortissimo ma isolato. La Confederazione del Lavoro (CGL – ndr), in stretto collegamento con Giolitti e i suoi prefetti, si adopera attivamente per scongiurare uno sviluppo rivoluzionario (…). È a questo punto che vengono al pettine i nodi dell’insufficienza e dell’ambiguità del socialismo del “biennio rosso”. La preparazione rivoluzionaria non esiste. Militarmente non c’è neppure un embrione di organizzazione centrale. Gli operai, e forse soltanto a Torino e a Genova, sono in grado di difendere con le armi improvvisate o raccolte le officine presidiate, non di muovere all’offensiva. Nessuna parola d’ordine intermedia è lanciata, nessuna tappa di avanzata è prevista. Il tema del controllo della produzione, attraverso i Consigli operai, non è raccolto se non dagli ordinovisti (la corrente di Gramsci e del giornale L’Ordine Nuovo – ndr) da “Dall’occupazione delle fabbriche alla scissione di Livorno” – Storia del PCI di P. Spriano.

Al cedimento di PSI e CGIL Giolitti, il capo del Governo, assume il suo ruolo di “mediatore tra le parti sociali”, favorendo il 19 settembre 1920 la firma di un accordo che prevede aumenti salariali e miglioramenti normativi per i lavoratori e, contemporaneamente, lo sgombero delle fabbriche occupate, rinviando a un futuro Disegno di Legge, che il governo si guarderà bene dal presentare, il parziale riconoscimento del controllo operaio della produzione.

Del resto proprio il controllo della produzione è il vero motivo delle occupazioni delle fabbriche: è la rivendicazione del tutto irricevibile per gli industriali, quella sulla quale non possono cedere perché in aperto antagonismo con i rapporti di produzione capitalistici.

Il 27 settembre 1920, un articolo sull’Avanti! riconosceva la sconfitta degli operai e ne attribuiva la responsabilità ai “dirigenti riformisti del sindacato”. L’occupazione delle fabbriche segna l’apice del Biennio Rosso e rappresenta l’inizio del suo declino: la sconfitta operaia è il presupposto e la condizione dell’instaurazione del regime fascista, foraggiato dalla borghesia che approfitta della situazione per instaurare la sua dittatura terroristica contro il proletariato.

Se due erano le cause alla base della mobilitazione insurrezionale del Biennio Rosso (la devastazione lasciata dalla Grande Guerra da una parte e l’esempio di riscossa dell’Ottobre sovietico dall’altra), una è la causa determinante della sua sconfitta e del suo esaurimento: l’inadeguatezza dei comunisti e dei dirigenti del movimento operaio nel condurre le masse popolari fino alla vittoria, alla presa del potere. La citazione dal libro di Spriano ci presenta chiaramente questo limite: la mancanza di direzione, di capi che si prendessero la responsabilità di indicare la strada ai lavoratori, promuovendone il legame con i contadini e i soldati, anch’essi in tumulto, favorendone l’uscita dalle barricate delle fabbriche per prendere in mano le sorti della società intera.

Nonostante le grandi differenze tra quel periodo e l’attuale (oggi non usciamo da una Guerra Mondiale né ci troviamo all’indomani di una rivoluzione socialista vittoriosa), anche oggi i lavoratori e le masse popolari sono immersi in una crisi generale del capitalismo che non ha sbocchi positivi e soluzioni entro i limiti del modo di produzione capitalista e della società borghese, che alimenta la mobilitazione delle masse popolari. I comunisti devono trarre da quella sconfitta di cento anni fa tutti gli insegnamenti necessari per superare i propri limiti attuali e diventare capaci di condurre la rivoluzione socialista nella specifica situazione determinata dalla nuova crisi generale del capitalismo.

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