Il 5 agosto ricorre l’anniversario della morte di Federico Engels (Londra, 1895), uno dei padri del materialismo dialettico e del socialismo scientifico insieme a Carlo Marx.

L’opera di Engels è di inestimabile valore sotto il profilo filosofico e politico, quanto sotto il profilo divulgativo. Instancabilmente, Engels si è dedicato, in particolare negli anni successivi alla morte di Marx (1883), a tradurre, approfondire, illustrare e spiegare il patrimonio di elaborazioni che insieme a Marx avevano prodotto o di cui era stato ispiratore e collaboratore. Fa parte di questa produzione divulgativa l’opuscolo L’evoluzione del socialismo dall’utopia alla scienza (1880), una pietra miliare della concezione comunista del mondo fin dalla pubblicazione e ancora oggi baluardo di una verità granitica, ma combattuta, contrastata, omessa e inquinata in ogni modo dalla classe dominante (vedi l’Editoriale a pag. 1): il socialismo è una scienza. È scienza la lotta per il socialismo, come frutto della scienza è la società socialista che sostituirà la società borghese.

L’opuscolo, con un taglio didattico estremamente ricco e preciso, in particolare riguardo la relazione fra le evoluzioni sociali, quelle filosofiche e politiche, è ancora oggi a pieno titolo un’arma di guerra contro il senso comune corrente, contro le concezioni borghesi e clericali della storia dell’umanità e del suo futuro, del suo presente e delle sue prospettive.

“Se le masse nullatenenti di Parigi durante il Terrore avevano potuto, per un istante, conquistare il potere e così portare alla vittoria la rivoluzione borghese anche contro la borghesia, con questo fatto esse avevano dimostrato solo che nelle condizioni di allora non era possibile che il potere rimanesse a lungo nelle loro mani. Il proletariato che cominciava appena a distaccarsi da queste masse nullatenenti, come ceppo di una nuova classe ancora assolutamente incapace di un’azione politica indipendente, si presentava come un ceto oppresso, sofferente, al quale, nella incapacità in cui era di aiutarsi da se stesso, un aiuto poteva tutt’al più portarsi dall’esterno, dall’alto. Questa situazione storica teneva in suo potere anche i fondatori del socialismo, all’immaturità della posizione delle classi, corrispondevano teorie immature. La soluzione delle questioni sociali, che restava ancora celata nelle condizioni economiche poco sviluppate, doveva uscire dal cervello umano. La società non offriva che inconvenienti: eliminarli era compito della ragione pensante. Si trattava di inventare un nuovo e più perfetto sistema di ordinamento sociale e di elargirlo alla società dall’esterno, con la propaganda e, dove fosse possibile, con l’esempio di esperimenti modello. Questi nuovi sistemi sociali erano, sin dal principio, condannati ad essere utopie: quanto più erano elaborati nei loro particolari, tanto più dovevano andare a finire nella pura fantasia. Una volta stabilito tutto questo, non ci fermeremo neanche un momento di più su questo lato che oggi appartiene completamente al passato. Possiamo lasciare a rigattieri della letteratura il compito di andare in giro sofisticando solennemente su queste fantasticherie, che oggi ormai fanno soltanto sorridere (…)

Nel 1831 a Lione era avvenuta la prima sollevazione di operai, dal 1838 al 1842 aveva raggiunto il suo culmine il primo movimento operaio nazionale, quello dei cartisti inglesi. La lotta di classe tra il proletario e la borghesia si presentava in primo piano nella storia dei paesi più progrediti d’Europa, nella stessa misura in cui in quei paesi si sviluppavano da una parte la grande industria e dall’altra il dominio politico che la borghesia aveva di recente conquistato. Le dottrine dell’economia borghese sulla identità di interessi di capitale e lavoro, sull’armonia universale e sul benessere universale del popolo come conseguenza della libera concorrenza venivano smentite dai fatti in modo sempre più convincente. Tutte queste cose non potevano più essere respinte, come non si poteva respingere il socialismo francese ed inglese che ne era la espressione teorica, anche se estremamente imperfetta: ma la vecchia concezione idealistica della storia, non ancora soppiantata, non conosceva lotte di classi poggianti su interessi materiali. La produzione e tutti i rapporti economici non facevano in essa la loro comparsa che, incidentalmente, come elementi subordinati della “storia della civiltà”. I nuovi fatti costrinsero a sottoporre ad una nuova indagine tutta la storia precedente e si vide allora che tutta la storia precedente, ad eccezione delle età primitive, era la storia delle lotte delle classi, che queste classi sociali che si combattono vicendevolmente sono di volta in volta risultati dei rapporti di produzione e di scambio, in una parola, dei rapporti economici della loro epoca. Di volta in volta, la struttura economica della società costituisce il fondamento reale partendo dal quale si deve spiegare in ultima analisi tutta la sovrastruttura delle istituzioni giuridiche e politiche, così come delle ideologie religiose, filosofiche e di altro genere di ogni periodo storico. Hegel aveva liberato la concezione della storia dalla metafisica, l’aveva resa dialettica; ma la sua concezione della storia era essenzialmente idealistica. L’idealismo veniva ora cacciato dal suo ultimo rifugio, la concezione della storia: veniva data una concezione materialistica della storia e veniva trovata la via per spiegare la coscienza degli uomini col loro essere sociale, invece di spiegare, come si era fatto sino allora, il loro essere sociale con la loro coscienza. Conseguentemente, il socialismo appariva adesso non più come scoperta accidentale di questa o di quella testa geniale, ma come il risultato necessario della lotta tra due classi formatesi storicamente: il proletariato e la borghesia. Il suo compito non era più quello di approntare un sistema quanto più possibile perfetto della società, ma quello di indagare il processo storico economico da cui necessariamente erano sorte queste classi e il loro conflitto e scoprire nella situazione economica così creata, il mezzo per la soluzione del conflitto. Al contrario, con questa concezione materialistica era altrettanto incompatibile il socialismo che era esistito sino allora, quanto la concezione della natura del materialismo francese era incompatibile con la dialettica e con le moderne scienze naturali. Il socialismo precedente criticava – è vero – il vigente modo di produzione capitalistico e le sue conseguenze, ma non poteva darne una spiegazione né quindi venirne a capo: non poteva che respingerlo semplicemente come un male. Quanto più violentemente esso inveiva contro lo sfruttamento della classe operaia, inseparabile dal modo di produzione capitalistico, tanto meno era in grado di spiegare chiaramente in che cosa consista e come sorga questo sfruttamento. Si trattava invece da una parte di presentare questo modo di produzione capitalistico nel suo nesso storico e nella sua necessità nell’ambito di un determinato periodo storico, e quindi anche la necessità del suo tramonto, dall’altra, invece, di svelare anche il suo carattere interno, che ancora era rimasto celato. Questo si ebbe con la scoperta del plusvalore. Fu dimostrato che l’appropriazione di lavoro non pagato è la forma fondamentale del modo di produzione capitalistico e dello sfruttamento dell’operaio che con esso viene compiuto; che il capitalista, anche se compra la forza lavoro del suo operaio secondo il pieno valore che essa, come merce, ha sul mercato, ne trae tuttavia un valore maggiore di quello che per essa ha pagato; e che in ultima analisi questo plusvalore costituisce la somma di valore per cui la massa di capitale continuamente crescente si accumula tra le mani delle classi possidenti. Il processo tanto della produzione capitalistica che della produzione del capitale era spiegato. Entrambe queste grandi scoperte: la concezione materialistica della storia e la rivelazione del segreto della produzione capitalistica mediante il plusvalore, le dobbiamo a Marx. Con queste due grandi scoperte il socialismo è diventato una scienza che ora occorre anzitutto elaborare ulteriormente in tutti i suoi particolari e nessi. (…)

Le Edizioni Rapporti Sociali pubblicarono nel 1993 l’opuscolo che è tutt’ora disponibile al prezzo di 7 euro + spese di spedizione. Per informazioni carc@riseup.net

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