Dopo il primo blocco effettuato nel mese di maggio, di cui abbiamo parlato sul numero di Resistenza 6/2019, nella seconda decade di giugno i lavoratori portuali di Genova hanno bloccato nuovamente (e definitivamente) un secondo tentativo di caricare su una nave dell’Arabia Saudita una fornitura di generatori elettrici ad uso esclusivamente militare, prodotto dalla Teknel di Roma e destinato alla Guardia Nazionale saudita, corpo militare in prima linea nella guerra di aggressione allo Yemen che si protrae dal 2015. Lo sciopero dei portuali (circoscritto a quello specifico carico) si è protratto per una settimana, coagulando intorno al porto una vasta rete di solidarietà e sostegno alla protesta, che andava dalla CGIL (che ha dato la copertura sindacale) fino alle associazioni cattoliche, pacifiste e a numerosi compagni e compagne. La battaglia è stata vinta e il carico non è stato effettuato. Sull’onda di questa mobilitazione il Comitato Autonomo Lavoratori del Porto ha invitato la Sea Watch 3 (l’imbarcazione carica di immigrati impegnata nei giorni finali di giugno in un lungo braccio di ferro con Salvini per sbarcare a Lampedusa) ad attraccare a Genova, dichiarando pubblicamente che i porti li sanno chiudere, ma li sanno anche aprire.

La tendenza a imporsi come un’autorità alternativa che decide di cosa passa o non passa dal porto è un esempio di organizzazione e mobilitazione che va esteso e valorizzato. Questo ruolo lo hanno confermato anche uscendo dai limiti del loro porto, con una lettera aperta ai lavoratori della Teknel di Roma, che producono i generatori che loro si sono rifiutati di caricare. La lettera spiega le ragioni della protesta e parla apertamente ai lavoratori per disinnescare l’eventuale tentativo della Teknel o delle autorità (lo ha fatto ad esempio il governatore della Liguria Toti di Forza Italia, stigmatizzando la protesta) di mettere lavoratori contro lavoratori. I camalli hanno svolto un lavoro di inchiesta sulla produzione, sui guadagni e sulle intenzioni dei padroni della Teknel, si sono procurati i bilanci dell’azienda, pubblicandone alcuni dati nella lettera. In questo modo hanno dato a quei lavoratori un’arma in più per contrastare le mosse del padrone, invitandoli a organizzarsi a loro volta per farlo e invitandoli a incontrarsi. L’assunzione di una responsabilità verso altri lavoratori dandosi l’obiettivo disinteressato di promuoverne l’organizzazione e dandosi i mezzi per farlo è un grande esempio. Pubblichiamo di seguito la parte finale dell’appello, che con grande efficacia illustra proprio questo ruolo superiore assunto dai camalli in questo frangente.

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Perché vi scriviamo, oltre che per dichiararvi le nostre motivazioni? Perché siete lavoratori come noi e la vostra proprietà e alcuni imprenditori e politici ci accusano di danneggiare con questa esportazione anche la vostra occupazione. È questo un problema serio che non pretendiamo di affrontare in due righe né pensiamo di risolvere da soli noi portuali la grande questione della riconversione industriale di pace dei siti di produzione militare. Noi diciamo però che anche su questo tema l’azienda non dice tutta la verità. Abbiamo letto i bilanci della vostra azienda e abbiamo visto che si trattava di un’azienda che produceva generatori solo per il mercato civile fino a qualche anno fa quando ha deciso di passare al militare che offre margini di ricavo e di profitto molto più alti. Infatti dal 2016 al 2018 sono cresciuti il fatturato (+59%) e gli utili (+100%), mentre l’occupazione diretta è rimasta invariata (13 addetti). Tuttavia le spese del personale sono diminuite (- 4%), alla faccia della tutela e della valorizzazione dell’occupazione decantata dalla vostra proprietà.

Vi invitiamo quindi a vigilare sulla vostra occupazione non perché minacciati dal nostro sciopero, bensì dalla politica aziendale che ha aumentato di oltre il 60% le spese per servizi acquistati, di cui certamente una gran parte sarà costituita da appalti e subappalti. Ma soprattutto occorrerà vigilare sul fatto che la TEKNEL nel 2018 ha acquistato per soli 5000 euro una fabbrica in Portogallo, la KSIM Lda, per cui ha immediatamente ottenuto dal governo portoghese la licenza per le produzioni militari. Data la convenienza dei salari portoghesi rispetto a quelli italiani viene logico da pensare che la TEKNEL più che alla tutela dell’occupazione italiana diretta si stia muovendo per la delocalizzazione in Portogallo.

Restiamo in ogni caso pronti a incontrarci e a discutere con voi apertamente, insieme ai rispettivi sindacati, da lavoratori a lavoratori onestamente, senza gli inganni di coloro che profittano sul nostro lavoro e che si fanno scudo della nostra occupazione quando gli conviene ma già sono pronti a eliminarci se hanno l’occasione di aumentare i loro utili.

I portuali genovesi che hanno bloccato il carico degli armamenti TEKNEL destinati all’Arabia saudita per la guerra in Yemen

Genova, 21 giugno 2019

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