Con questo articolo intendiamo rilanciare il testo di Gramsci “Il movimento torinese dei Consigli” e avviare così una rassegna di una serie di articoli e testi, da rilanciare con la nostra Agenzia Stampa, relativi al Biennio Rosso, di cui quest’anno ricorre il centenario. Il periodo che va dal 1918 al 1920 è stato caratterizzato da una serie di iniziative e mobilitazioni promosse dalla classe operaia e dalle masse popolari (contadini, soldati, ecc.) suscitate dagli effetti disastrosi della I guerra mondiale, dalla prima crisi generale del capitalismo e dall’influenza positiva della vittoria della rivoluzione in Russia che ha fatto intravedere una via d’uscita a milioni di uomini e donne nel mondo dal marasma in cui la borghesia le aveva fino ad allora condotte. All’epoca, il PSI e i socialisti europei non furono in grado di prendere le redini della imponente mobilitazione operaia e contadina che attraversava l’intera Europa (e in Italia, a partire da Torino, ha abbracciato tutto il paese) su emulazione della rivoluzione sovietica, a fronte dell’occupazione delle aziende più importanti, degli scioperi dei braccianti e dei contadini, della diserzione di migliaia di soldati. 

Oggi, seppur senza Unione Sovietica e (fortunatamente) non a seguito di una guerra mondiale, la mobilitazione dei lavoratori e delle masse popolari assume le forme più disparate ed è via via sempre più autonoma da quelli che sono gli organismi diretti dalla borghesia o da uomini di loro fiducia. Compito dei comunisti è intercettare queste organizzazioni operaie e popolari, indurle a organizzarsi e coordinarsi con altre, trasformarsi in autorità alternative a quelle della borghesia, farle diventare i nuovi soviet su cui poggiare la forza del Governo di Blocco Popolare prima, e del futuro governo socialista poi. Consigliamo quindi la lettura di questo testo di Gramsci (e la relativa introduzione di LaVoce 48) che mette al centro il ruolo della classe operaia, le sue potenzialità, la forza che può esprimere se convinta di poter vincere, se ha fiducia in se stessa. Portare fiducia agli operai e alle masse, infondere in loro l’idea che si possa vincere, è uno degli aspetti essenziali oggi per risalire la china del revisionismo prima e della Sinistra Borghese poi, che per decenni hanno prima “chiesto delega” agli operai per risolvere i loro problemi, per poi dimostrarsi incapaci e gettare fango sugli stessi operai e le masse (masse caprone, ingrate, ecc.) incolpandole della propria inazione. Bisogna rompere con il disfattismo e la sfiducia: il movimento torinese dei Consigli lo dimostra!

 

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Antonio Gramsci – Il movimento torinese dei Consigli

Presentazione della redazione di La Voce

In La Voce n. 47 nell’articolo Principi, metodi e problemi del lavoro operaio del Partito di cui raccomandiamo lo studio a ogni compagno e a ogni Comitato di Partito (CdP) di base, la compagna Vera Z. diceva che i Consigli di Fabbrica degli anni ’70 sono stati un ottimo precedente a cui ispirarsi. E in proposito raccomandava la lettura del rapporto fatto recentemente da un operaio del CdF della Philco (Ponte S. Pietro – Bergamo) anni ’70 per il mensile del P.CARC Resistenza (www.carc.it/index.php?view=article&id=1935). Dimenticava di dire che i CdF degli anni ’70 non si svilupparono a un livello superiore e andarono invece ad esaurirsi perché non vi era ancora un Partito comunista che li valorizzasse nell’ambito della sua strategia per instaurare il socialismo. Analogo è il bilancio da fare per i Consigli di Fabbrica degli anni ’20. Ma sia i Consigli degli anni ‘20 che quelli degli anni ’70 mostrano sia che pur in situazioni molto diverse gli operai arrivano a costituire organismi loro propri di questo genere, sia che per svilupparsi oltre questi organismi hanno bisogno che il Partito comunista valorizzi il loro ruolo di nuove autorità locali e li faccia protagonisti della sua strategia di rivoluzione socialista, della Guerra Popolare Rivoluzionaria. È quello che noi oggi facciamo nell’ambito della lotta per costituire il Governo di Blocco Popolare (GBP): le Organizzazioni Operaie (OO) create nelle aziende capitaliste devono “occupare la fabbrica e uscire dalla fabbrica” e farsi così promotrici con le Organizzazioni Popolari (OP) della costituzione sia di Amministrazioni Comunali d’Emergenza (ACE) sia del GBP.

Proponiamo quindi ai nostri compagni e ai CdP di base lo studio accurato del bilancio che Antonio Gramsci stese nel luglio 1920 a proposito dei Consigli di Fabbrica formati a Torino della primavera del 1920 perché siamo convinti che troveranno molti spunti per migliorare il loro lavoro operaio. Da notare che nel 1920 Gramsci non trae ancora dall’esperienza dei CdF la lezione che determinante è il ruolo del Partito comunista promotore della rivoluzione socialista. Il bilancio di Gramsci resta per così dire sospeso in aria: si ferma alla denuncia dell’incapacità rivoluzionaria del PSI e delle organizzazioni sindacali e all’esaltazione e riconoscimento della potenzialità rivoluzionaria degli operai.

Uno dei membri della delegazione italiana, testé ritornato dalla Russia sovietica, riferì ai lavoratori torinesi che la tribuna destinata per l’accoglienza della delegazione a Kronstadt era fregiata colla seguente iscrizione: “Evviva lo sciopero generale torinese dell’aprile 1920”.

Gli operai appresero questa notizia con molto piacere e grande soddisfazione. La maggior parte dei componenti la delegazione italiana recatasi in Russia erano stati contrari allo sciopero generale dell’aprile. Essi sostenevano nei loro articoli contro lo sciopero che gli operai torinesi erano stati vittime d’una illusione e avevano sopravvalutato l’importanza dello sciopero.

I lavoratori torinesi appresero perciò con piacere l’atto di simpatia dei compagni di Kronstadt ed essi si dissero: “I nostri compagni comunisti russi hanno meglio compreso e valutato l’importanza dello sciopero di aprile che non gli opportunisti italiani, dando così a questi ultimi una buona lezione”.

Lo sciopero di aprile

Il movimento torinese dell’aprile fu infatti un grandioso avvenimento nella storia non soltanto del proletariato italiano, ma di quello europeo, e possiamo dirlo, nella storia del proletariato di tutto il mondo.

Per la prima volta nella storia, si verificò infatti il caso di un proletariato che impegna la lotta per il controllo sulla produzione, senza essere stato spinto all’azione dalla fame o dalla disoccupazione. Di più, non fu soltanto una minoranza, un’avanguardia della classe operaia che intraprese la lotta, ma la massa intera dei lavoratori di Torino scese in campo e portò la lotta, incurante di privazioni e di sacrifici, fino alla fine.

I metallurgici scioperarono un mese, le altre categorie dieci giorni. Lo sciopero generale degli ultimi dieci giorni dilagò in tutto il Piemonte, mobilitando circa mezzo milione di operai industriali e agricoli, e coinvolse quindi circa quattro, milioni di popolazione.

I capitalisti italiani tesero tutte le loro forze per soffocare il movimento operaio torinese; tutti i mezzi dello Stato borghese furono posti a loro disposizione, mentre gli operai sostennero da soli la lotta senza alcun aiuto né dalla direzione del Partito socialista, né dalla Confederazione Generale del Lavoro. Anzi, i dirigenti del Partito e della Confederazione schernirono i lavoratori torinesi e fecero tutto il possibile per trattenere i lavoratori e contadini italiani da qualsiasi azione rivoluzionaria colla quale essi intendevano manifestare la loro solidarietà coi fratelli torinesi, e portare a essi un efficace aiuto.

Ma gli operai torinesi non si perdettero d’animo. Essi sopportarono tutto il peso della reazione capitalista, osservarono la disciplina fino all’ultimo momento e rimasero fino dopo la disfatta fedeli alla bandiera del comunismo e della rivoluzione mondiale.

Anarchici e sindacalisti

La propaganda degli anarchici e dei sindacalisti contro la disciplina di partito e la dittatura del proletariato non ebbe alcuna influenza sulle masse, anche quando, causa il tradimento dei dirigenti, lo sciopero terminò con una sconfitta. I lavoratori torinesi giurarono anzi di intensificare la lotta rivoluzionaria e di condurla su due fronti: da una parte contro la borghesia vittoriosa, dall’altra contro i capi traditori.

La coscienza e disciplina rivoluzionaria, di cui le masse torinesi hanno dato prova, hanno la loro base storica nelle condizioni economiche e politiche in cui si è sviluppata la lotta di classe a Torino.

Torino è un centro di carattere prettamente industriale. Quasi tre quarti della popolazione, che conta mezzo milione di abitanti, è composta di operai: gli elementi piccolo-borghesi sono una quantità infima. A Torino vi è inoltre una massa compatta di impiegati e tecnici, che sono organizzati nei sindacati e aderiscono alla Camera del Lavoro. Essi furono durante tutti i grandi scioperi a fianco degli operai, e hanno quindi, se non tutti, almeno la maggior parte, acquistato la psicologia del vero proletario, in lotta contro il capitale, per la rivoluzione e il comunismo.

La produzione industriale

La produzione torinese è, vista dal di fuori, perfettamente centralizzata e omogenea. L’industria metallurgica con circa cinquantamila operai e diecimila impiegati e tecnici occupa il primo posto. Soltanto nelle officine FIAT lavorano trentacinquemila operai, impiegati e tecnici; nelle officine principali di questa azienda sono impiegati sedicimila operai che costruiscono automobili di ogni genere coi sistemi più moderni e perfezionati.

La produzione di automobili è la caratteristica dell’industria metallurgica torinese. La maggior parte delle maestranze è formata da operai qualificati e tecnici, che non hanno però la mentalità piccolo-borghese degli operai qualificati di altri paesi a esempio dell’Inghilterra.

La produzione automobilistica, che occupa il primo posto nella industria metallurgica, ha subordinato a sé altri rami della produzione, come l’industria del legno e quella della gomma.

I metallurgici formano l’avanguardia del proletariato torinese. Date le particolarità di questa industria, ogni movimento dei suoi operai diventa un movimento generale di masse e assume un carattere politico e rivoluzionario, anche se al principio esso non perseguiva che obiettivi sindacali.

Torino possiede una sola organizzazione sindacale importante, forte di novantamila iscritti, la Camera del Lavoro. I gruppi anarchici e sindacalisti esistenti non hanno quasi nessuna influenza sulla massa operaia, che si pone ferma e decisa dalla parte della sezione del Partito socialista, composta, nella maggior parte, di operai comunisti.

Il movimento comunista dispone delle seguenti organizzazioni di battaglia: la sezione del partito, con 1.500 iscritti, ventotto circoli con diecimila soci e ventitré organizzazioni giovanili con duemila soci.

In ogni azienda esiste un gruppo comunista permanente con un proprio ente direttivo. I singoli gruppi si uniscono a seconda della posizione topografica della loro azienda in gruppi rionali, i quali fanno capo a un comitato direttivo in seno alla sezione del partito, che concentra nelle sue mani tutto il movimento comunista della città e la direzione della massa operaia.

——— Manchette

La concezione comunista del mondo è una scienza.

Chi sostiene che le attività con cui gli uomini hanno fatto e fanno la loro storia non possono essere oggetto di conoscenza scientifica, in definitiva ha una concezione religiosa del mondo: crede che almeno una parte del mondo sia per sua natura misteriosa e inconoscibile.

Ci sono riformisti di due generi: gli opportunisti (non vogliono correre rischi e mirano a trovarsi una nicchia nella società borghese) e gli arretrati (non sono ancora arrivati a pensare che la società come è oggi l’hanno fatta gli uomini e gli uomini sono capaci di cambiarla).

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Torino capitale d’Italia

Prima della rivoluzione borghese, che creò l’attuale ordinamento borghese in Italia, Torino era la capitale di un piccolo Stato, che comprendeva il Piemonte, la Liguria e la Sardegna. In quell’epoca predominava a Torino la piccola industria e il commercio.

Dopo l’unificazione del regno d’Italia e il trasporto della capitale a Roma, sembrava che Torino dovesse correre pericolo di perdere la sua importanza. Ma la città sorpassò in breve tempo la crisi economica, e divenne uno dei centri industriali più importanti d’Italia. Si può dire che l’Italia ha tre capitali: Roma, come centro amministrativo dello Stato borghese, Milano come centro commerciale e finanziario del paese (tutte le banche, gli uffici commerciali e gli istituti finanziari sono concentrati a Milano), e infine Torino come centro industriale, dove la produzione industriale ha raggiunto il massimo grado di sviluppo. Col trasferimento della capitale a Roma, da Torino emigrò tutta la piccola e media borghesia intellettuale che fornì al nuovo Stato borghese il personale amministrativo necessario per il suo funzionamento: lo sviluppo della grande industria attirò invece a Torino il fiore della classe operaia italiana. Il processo di sviluppo di questa città è, dal punto di vista della storia italiana e della rivoluzione proletaria italiana, interessantissimo.

Il proletariato torinese divenne così il dirigente spirituale delle masse operaie italiane che sono vincolate a questa città da molteplici legami: parentela, tradizione, storia e da legami spirituali (l’ideale per ogni operaio italiano è di poter lavorare a Torino).

Tutto ciò spiega il perché le masse operaie di tutta l’Italia erano desiderose, andando perfino contro la volontà dei capi, di manifestare la loro solidarietà collo sciopero generale di Torino; esse vedono in questa città il centro, la capitale della rivoluzione comunista, la Pietrogrado della rivoluzione proletaria italiana.

Due insurrezioni armate

Durante la guerra imperialista del 1915-18, Torino vide due insurrezioni armate: la prima insurrezione, che scoppiò nel maggio 1915, aveva l’obiettivo di impedire l’intervento dell’Italia nella guerra contro la Germania (in questa occasione venne saccheggiata la Casa del popolo); la seconda insurrezione, nell’agosto del 1917, assunse il carattere di una lotta rivoluzionaria armata su grande scala.

La notizia della Rivoluzione di marzo in Russia era stata accolta a Torino con gioia indescrivibile. Gli operai piangevano di commozione quando appresero la notizia che il potere dello zar era stato rovesciato dai lavoratori di Pietrogrado. Ma i lavoratori torinesi non si lasciarono infinocchiare dalla fraseologia demagogica di Kerenski e dei menscevichi. Quando nel luglio 1917 arrivò a Torino la missione inviata nell’Europa occidentale dal Soviet di Pietrogrado, i delegati Smirnov e Goldemberg, che si presentarono dinanzi a una folla di cinquantamila operai, vennero accolti da grida assordanti di “Evviva Lenin! Evviva i bolscevichi!”.

Goldemberg non era troppo soddisfatto di questa accoglienza; egli non riusciva a capire in che maniera il compagno Lenin si fosse acquistata tanta popolarità fra gli operai torinesi. E non bisogna dimenticare che questo episodio avvenne dopo la repressione della rivolta bolscevica del luglio, che la stampa borghese italiana infuriava contro Lenin e contro i bolscevichi, denunciandoli come briganti, intriganti, agenti e spie dell’imperialismo tedesco.

Dal principio della guerra italiana (24 maggio 1915) il proletariato torinese non aveva fatto nessuna manifestazione di masse.

Barricate, trincee, reticolati

L’imponente comizio che era stato organizzato in onore dei delegati del Soviet pietrogradese segnò l’inizio di un nuovo periodo di movimenti di masse. Non passò un mese, che i lavoratori torinesi insorsero con le armi in pugno, contro l’imperialismo e il militarismo italiano. L’insurrezione scoppiò il 23 agosto 1917. Per cinque giorni gli operai combatterono nelle vie della città. Gli insorti, che disponevano di fucili, granate e mitragliatrici, riuscirono persino a occupare alcuni quartieri della città e tentarono tre o quattro volte di impadronirsi del centro ove si trovavano le istituzioni governative e i comandi militari.

Ma i due anni di guerra e di reazione avevano indebolito la già forte organizzazione del proletariato, e gli operai inferiori di armamento furono vinti. Invano sperarono in un appoggio da parte dei soldati; questi si lasciarono ingannare dall’insinuazione che la rivolta era stata inscenata dai tedeschi.

Il popolo eresse delle barricate, scavò trincee, circondò qualche rione di reticolati a corrente elettrica e respinse per cinque giorni tutti gli attacchi delle truppe e della polizia. Caddero più di 500 operai, più di 2.000 vennero gravemente feriti. Dopo la sconfitta i migliori elementi furono arrestati e allontanati e il movimento proletario perdette di intensità rivoluzionaria. Ma i sentimenti comunisti del proletariato torinese non erano spenti.

Una prova se ne può trovare nel seguente episodio: poco tempo dopo l’insurrezione di agosto ebbero luogo le elezioni per il Consiglio amministrativo dell’Alleanza cooperativa torinese, una immensa organizzazione che provvede all’approvvigionamento della quarta parte della popolazione torinese.

L’Alleanza cooperativa

L’ACT è composta della Cooperativa ferrovieri e dell’Associazione generale degli operai. Da molti anni la sezione socialista aveva conquistato il Consiglio di amministrazione, ma ora la sezione non era più in grado di esplicare un’attiva agitazione in mezzo alle masse operaie.

Il capitale dell’Alleanza era per la maggior parte costituito di azioni della cooperativa ferroviaria appartenenti ai ferrovieri e alle loro famiglie. Lo sviluppo preso dall’Alleanza aveva aumentato il valore delle azioni da 50 a 700 lire. Il Partito riuscì però a persuadere gli azionisti che una cooperativa operaia ha per scopo non il profitto dei singoli ma il rafforzamento dei mezzi di lotta rivoluzionaria, e gli azionisti si accontentarono di un dividendo del tre e mezzo per cento sul valore nominale di 50 lire, anziché sul valore reale di 700 lire. Dopo l’insurrezione dell’agosto si formò, con l’appoggio della polizia e della stampa borghese e riformista, un comitato di ferrovieri che si propose di strappare al Partito socialista il predominio nel consiglio amministrativo. Agli azionisti si promise la liquidazione immediata della differenza di 650 lire fra il valore nominale e quello corrente di ogni azione; ai ferrovieri si promisero diverse prerogative nella distribuzione dei generi alimentari. I riformisti traditori e la stampa borghese misero in azione tutti i mezzi di propaganda e di agitazione per trasformare la cooperativa da un’organizzazione operaia in una azienda commerciale di carattere piccolo-borghese. La classe operaia era esposta a persecuzioni di ogni genere. La censura soffocò la voce della sezione socialista. Ma ad onta di tutte le persecuzioni e tutte le angherie, i socialisti, che non avevano per un solo istante abbandonato il loro punto di vista, che la cooperativa operaia è un mezzo della lotta di classe, ottennero di nuovo la maggioranza dell’Alleanza cooperativa.

Il Partito, socialista ottenne 700 voti su 800, quantunque la maggioranza degli elettori fossero impiegati ferrovieri, dai quali ci si aspettava che dopo la sconfitta dell’insurrezione di agosto avrebbero manifestato una certa titubanza e perfino delle tendenze reazionarie.

Nel dopoguerra

Dopo la fine della guerra imperialista il movimento proletario fece rapidi progressi. La massa operaia di Torino comprese che il periodo storico aperto dalla guerra era profondamente diverso dall’epoca precedente alla guerra. La classe operaia torinese intuì subito che la III Internazionale è un’organizzazione del proletariato mondiale per la direzione della guerra civile, per la conquista del potere politico, per l’istituzione della dittatura proletaria, per la creazione di un nuovo ordine nei rapporti economici e sociali.

I problemi della rivoluzione, economici e politici, formavano oggetto di discussione in tutte le assemblee degli operai. Le migliori forze dell’avanguardia operaia si riunirono per diffondere un settimanale di indirizzo comunista, l’Ordine Nuovo. Nelle colonne di questo settimanale si trattarono i vari problemi della rivoluzione; l’organizzazione rivoluzionaria delle masse che dovevano conquistare i sindacati alla causa del comunismo; il trasferimento della lotta sindacale dal campo grettamente corporativista e riformista, sul terreno della lotta rivoluzionaria, del controllo sulla produzione e della dittatura del proletariato. Anche la questione dei Consigli di fabbrica fu posta all’ordine del giorno.

Nelle aziende torinesi esistevano già prima piccoli comitati operai, riconosciuti dai capitalisti, e alcuni di essi avevano già ingaggiato la lotta contro il funzionarismo, lo spirito riformista e le tendenze costituzionali dei sindacati.

Ma la maggior parte di questi comitati non erano che creature dei sindacati; le liste dei candidati per questi comitati (commissioni interne) venivano proposte dalle organizzazioni sindacali, le quali sceglievano di preferenza operai di tendenze opportuniste che non avrebbero dato delle noie ai padroni, e avrebbero soffocato in germe ogni azione di massa. I seguaci dell’Ordine Nuovo perorarono nella loro propaganda in prima linea la trasformazione delle commissioni interne, e il principio che la formazione delle liste dei candidati dovesse avvenire nel seno della massa operaia e non dalle cime della burocrazia sindacale. I compiti che essi assegnarono ai Consigli di fabbrica furono il controllo sulla produzione, l’armamento e la preparazione militare delle masse, la loro preparazione politica e tecnica. Essi non dovevano più né compiere l’antica funzione di cani da guardia che proteggono gli interessi delle classi dominanti, né frenare le masse nelle loro azioni contro il regime capitalistico.

L’entusiasmo per i Consigli

La propaganda per i Consigli di fabbrica venne accolta con entusiasmo dalle masse; nel corso di mezzo anno vennero costituiti Consigli di fabbrica in tutte le fabbriche e officine metallurgiche, i comunisti conquistarono la maggioranza nel sindacato metallurgici; il principio dei Consigli di fabbrica e del controllo sulla produzione venne approvato e accettato dalla maggioranza del congresso e dalla maggior parte dei sindacati appartenenti alla Camera del Lavoro.

L’organizzazione dei Consigli di fabbrica si basa sui seguenti principi: in ogni fabbrica, in ogni officina viene costituito un organismo sulla base della rappresentanza (e non sull’antica base del sistema burocratico) il quale realizza la forza del proletariato, lotta contro l’ordine capitalistico o esercita il controllo sulla produzione, educando tutta la massa operaia per la lotta rivoluzionaria e per la creazione dello Stato operaio. Il Consiglio di fabbrica deve essere formato, secondo il principio dell’organizzazione per industria; esso deve rappresentare per la classe operaia il modello della società comunista, alla quale si arriverà attraverso la dittatura del proletariato; in questa società non esisteranno più divisioni di classe, tutti i rapporti sociali saranno regolati secondo le esigenze tecniche della produzione e della organizzazione corrispondente, e non saranno subordinati a un potere statale organizzato. La classe operaia deve comprendere tutta la bellezza e nobiltà dell’ideale per il quale essa lotta e si sacrifica; essa deve rendersi conto che per raggiungere questo ideale è necessario passare attraverso alcune tappe; essa deve riconoscere la necessità della disciplina rivoluzionaria e della dittatura.

Ogni azienda si suddivide in reparti e ogni reparto in squadre di mestiere: ogni squadra compie una determinata parte del lavoro; gli operai di ogni squadra eleggono un operaio, con mandato imperativo e condizionato. L’assemblea dei delegati di tutta l’azienda forma un Consiglio che elegge dal suo seno un comitato esecutivo. L’assemblea dei segretari politici dei comitati esecutivi forma il comitato centrale dei Consigli che elegge dal suo seno un comitato urbano, di studio per la Organizzazione della propaganda, la elaborazione dei piani di lavoro, per l’approvazione dei progetti e delle proposte delle singole aziende e perfino di singoli operai, e infine per la direzione generale di tutto il movimento.

Consigli e commissioni interne durante gli scioperi

Alcuni compiti dei Consigli di fabbrica hanno carattere prettamente tecnico e perfino industriale, come a esempio il controllo sul personale tecnico, il licenziamento di dipendenti che si dimostrano nemici della classe operaia, la lotta con la direzione per la conquista. di diritti e libertà; il controllo della produzione della azienda e delle operazioni finanziarie.

I Consigli di fabbrica presero presto radici. Le masse accolsero volentieri questa forma di organizzazione comunista, si schierarono intorno ai comitati esecutivi e appoggiarono energicamente la lotta. contro l’autocrazia capitalista. Quantunque né gli industriali, né la burocrazia sindacale volessero riconoscere i Consigli e i comitati, questi ottennero tuttavia notevoli successi: essi scacciarono gli agenti e le spie dei capitalisti, annodarono rapporti con gli impiegati e coi tecnici per avere delle informazioni d’indole finanziaria e industriale; negli affari dell’azienda essi concentrarono nelle loro mani il potere disciplinare e dimostrarono alle masse disunite e disgregate ciò che significa la gestione diretta degli operai nell’industria.

L’attività dei Consigli e delle commissioni interne si manifestò più chiaramente durante gli scioperi; questi scioperi perdettero il loro carattere impulsivo, fortuito e divennero la espressione dell’attività cosciente delle masse rivoluzionarie. L’organizzazione tecnica dei Consigli e delle commissioni interne, la loro capacità di azione si perfezionò talmente che fu possibile ottenere in cinque minuti la sospensione dal lavoro di 16 mila operai dispersi in 42 reparti della Fiat. Il 3 dicembre 1919 i Consigli di fabbrica diedero una prova tangibile della loro capacità di dirigere movimenti di masse in grande stile; dietro ordine della sezione socialista, che concentrava nelle sue mani tutto il meccanismo del movimento di massa, i Consigli di fabbrica mobilitarono senza alcuna preparazione, nel corso di un’ora, centoventimila operai, inquadrati secondo le aziende. Un’ora dopo si precipitò l’armata proletaria come una valanga fino al centro della città e spazzò dalle strade e dalle piazze tutto il canagliume nazionalista e militarista.

La lotta contro i Consigli

Alla testa del movimento per la costituzione dei Consigli di fabbrica furono i comunisti appartenenti alla sezione socialista e alle organizzazioni sindacali; vi presero, pure parte gli anarchici, i quali cercarono di contrapporre la loro fraseologia ampollosa al linguaggio chiaro e preciso dei comunisti marxisti.

Il movimento incontrò però la resistenza accanita dei funzionari sindacali, della direzione del Partito socialista e dell’Avanti!. La polemica di questa gente si basava sulla differenza fra il concetto di Consiglio di fabbrica e quello di Soviet. Le loro conclusioni ebbero un carattere puramente teorico, astratto, burocratico. Dietro le loro frasi altisonanti si celava il desiderio di evitare la partecipazione diretta delle masse alla lotta rivoluzionaria, il desiderio di conservare la tutela delle organizzazioni sindacali sulle masse. I componenti la direzione del Partito si rifiutarono sempre di prendere l’iniziativa di una azione rivoluzionaria, prima che non fosse attuato un piano di azione coordinato, ma non facevano mai nulla per preparare ed elaborare questo piano.

Il movimento torinese non riuscì però ad uscire dall’ambito locale, poiché tutto il meccanismo burocratico dei sindacati venne messo in moto per impedire che le masse operaie delle altre parti d’Italia seguissero l’esempio di Torino. Il movimento torinese venne deriso, schernito, calunniato e criticato in tutti i modi.

Le aspre critiche degli organismi sindacali e della direzione del Partito socialista incoraggiarono nuovamente i capitalisti i quali non ebbero più freno nella loro lotta contro il proletariato torinese e contro i Consigli di fabbrica. La conferenza degli industriali, tenutasi nel marzo 1920 a Milano, elaborò un piano d’attacco; ma i “tutori della classe operaia”, le organizzazioni economiche e politiche non si curarono di questo fatto. Abbandonato da tutti, il proletariato torinese fu costretto ad affrontare da solo, colle proprie forze, il capitalismo nazionale e il potere della Stato. Torino venne inondata da un esercito di poliziotti; intorno alla città si piazzarono cannoni e mitragliatrici nei punti strategici. E quando tutto questa apparato militare fu pronto, i capitalisti cominciarono a provocare il proletariato. È vero che di fronte a queste gravissime condizioni di lotta il proletariato esitò ad accettare la sfida; ma quando si vide che lo scontro era inevitabile, la classe operaia uscì coraggiosamente dalle sue posizioni di riserva e volle che la lotta fosse condotta fino alla sua fine vittoriosa.

Il Consiglio nazionale socialista di Milano

I metallurgici scioperarono un mese intero, le altre categorie dieci giorni; l’industria in tutta la provincia era ferma, le comunicazioni paralizzate. Il proletariato torinese fu però isolato dal resto dell’Italia; gli organi centrali non fecero niente per aiutarlo; ma non pubblicarono nemmeno un manifesto per spiegare al popolo italiano l’importanza della lotta dei lavoratori torinesi; l’Avanti! si rifiutò di pubblicare il manifesto della sezione torinese del partito. I compagni torinesi si buscarono dappertutto gli epiteti di anarchici e avventurieri. In quell’epoca si doveva avere a Torino il Consiglio nazionale del Partito; tale convegno venne però trasferito a Milano, perché una città “in preda a uno sciopero generale” sembrava poco adatta come teatro di discussioni socialiste.

In questa occasione si manifestò tutta l’impotenza degli uomini chiamati a dirigere il Partito; mentre la massa operaia difendeva a Torino coraggiosamente i Consigli di fabbrica, la prima organizzazione basata sulla democrazia operaia, incarnante il potere proletario, a Milano si chiacchierava intorno a progetti e metodi teorici per la formazione di Consigli come forma del potere politico da conquistare dal proletariato; si discuteva sul modo di sistemare le conquiste non avvenute e si abbandonava il proletariato torinese al suo destino, si lasciava alla borghesia la possibilità di distruggere il potere operaio già conquistato.

Le masse proletarie italiane manifestarono la loro solidarietà coi compagni torinesi in varie forme; i ferrovieri di Pisa, Livorno e Firenze si rifiutarono di trasportare le truppe destinate per Torino, i lavoratori dei porti e i marinai di Livorno e Genova sabotarono il movimento nei porti; il proletariato di molte città scese in sciopero contro gli ordini dei sindacati.

Lo sciopero generale di Torino e del Piemonte cozzò contro il sabotaggio e la resistenza delle organizzazioni sindacali e del Partito stesso. Esso fu tuttavia di grande importanza educativa perché dimostrò che l’unione pratica degli operai e contadini è possibile, e riprovò l’urgente necessità di lottare contro tutto il meccanismo burocratico delle organizzazioni sindacali, che sono il più solido appoggio per l’opera opportunista dei parlamentari e dei riformisti mirante al soffocamento di ogni movimento, rivoluzionario delle masse lavoratrici.

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