Con le manifestazioni che il 15 marzo scorso si sono svolte in molti paesi del mondo sull’onda dei “Fridays For Future”, milioni di persone sono scese in piazza per la difesa dell’ambiente e contro i cambiamenti climatici, rivendicando misure immediate per invertire il corso disastroso delle cose che mette a repentaglio la stessa vita degli uomini.

Le mobilitazioni non sono partite “dal basso”, ma sono state promosse da una parte della stessa classe dominante.

Si vede bene anche dal grande risalto mediatico che i media di regime hanno dato agli eventi e nel nostro paese è ancora più evidente per il fatto che tanti sostenitori delle manifestazioni si siano schierati, invece, contro la manifestazione del 23 marzo a Roma, anch’essa in difesa dell’ambiente, ma più precisamente contro le grandi opere speculative, inutili e dannose (un esempio: dopo la vittoria alle primarie del PD, Zingaretti ha dedicato il successo a Greta Thunberg, volto pubblico dei “Fridays For Future”, ma il giorno seguente si è recato n Val Susa per sottolineare il sostegno al progetto del TAV).

Ma quello che conta non è chi promuove la mobilitazione, né gli obiettivi immediati che i promotori puntano a raggiungere (campagna elettorale per le elezioni? Regolamento di conti fra fazioni dei gruppi imperialisti? Affermazione dell’interclassismo “ambientalista” come forma di intossicazione rispetto alla lotta di classe?), l’aspetto principale è la spinta al protagonismo e alla partecipazione di chi si è mobilitato, che si preoccupa del corso disastroso che la classe dominante impone alla società e al mondo.

La causa dell’accelerazione del disastro ambientale è la crisi del sistema capitalista. Esso esiste da quando il capitalismo impiega senza limiti le forze produttive che ha sviluppato, arrivate a una potenza tale da poter trasformare in maniera decisiva l’ambiente naturale. Oggi la produzione e distribuzione di beni e servizi è deleteria perché ogni capitalista cerca di trarre il massimo profitto dalla sua attività: non ci sono accordi o leggi che tengano. Se una grande opera è dannosa per l’ambiente e l’uomo, come ad esempio il TAV o il TAP, ma porta profitto, la si farà comunque; se smaltire i rifiuti in maniera ecocompatibile fa guadagnare meno che bruciarli o sotterrarli nelle discariche non verrà fatto.

Il successo delle manifestazioni per l’ambiente dimostra che:

non è vero che le masse popolari sono passive o corrotte, è vero invece che cercano una strada, i modi e le forme per mobilitarsi contro gli effetti della crisi e che sono disposte a percorrere la strada che il senso comune corrente permette loro di individuare e praticare;

la mobilitazione delle masse popolari si sviluppa su larga scala a condizione dell’esistenza di un centro promotore che la suscita, la catalizza e la orienta.

Basti pensare al fatto che in molte città  italiane sono stati gli stessi dirigenti scolastici a promuovere la partecipazione degli studenti alle manifestazioni e organizzare assemblee all’interno delle scuole, rendendo più semplice l’allargamento della mobilitazione. Ciò offre numerosi spunti per ragionare sugli appigli da usare per spingere le istituzioni borghesi e i loro esponenti ad appoggiare, favorire e addirittura promuovere la mobilitazione e l’organizzazione delle masse popolari;

esiste una tendenza positiva al coordinamento tra diversi settori delle masse popolari, e, in particolare da parte degli studenti, di una spinta a “uscire dalle scuole” e legarsi alle lotte contro la devastazione ambientale e contro le grandi opere inutili (nonostante la contrapposizione promossa tramite ogni canale e in ogni forma dalla classe dominante), alimentando la consapevolezza che nessuno si salva da solo.

La soluzione al marasma non può essere solo quella dello sviluppo di “buone pratiche” e la diffusione di un buon senso comune: la soluzione è abbattere il sistema capitalista! Le “buone pratiche” promosse dai capitalisti non sono altro che un modo per pulirsi la coscienza e scaricare la responsabilità dell’inquinamento sulle masse popolari (la colpa è di chi lascia una bottiglia in spiaggia e non di chi con industrie, sversamenti e speculazioni inquina, distrugge e rovina il pianeta), ma se promosse dalle masse popolari possono essere un primo passo per alimentare una pratica di cambiamento dal basso della società, di nuova governabilità dei territori, di riscossa. La soluzione ai mali della Terra non può che essere collettiva e organizzata, senza delegarla a chi dirige oggi la società.

L’unico sistema sociale che permette alle masse popolari di fare questo è il socialismo.

Per questo come comunisti partecipiamo e sosteniamo queste manifestazioni, per spingere le masse popolari a consolidare i legami esistenti fra organismi studenteschi e ambientalisti e crearne di nuovi, sviluppare legami e coordinamento con le organizzazioni operaie e popolari (delle aziende capitaliste e delle aziende pubbliche) e per spingere le organizzazioni operaie e popolari ad agire da nuove autorità pubbliche anche nel campo della difesa dell’ambiente.

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