Pubblichiamo l’intervista di un lavoratore della logistica

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Puoi raccontare la situazione nel tuo paese di origine e come e perché sei arrivato in Italia?

Sono un ragazzo di 31 anni, sono nato a Belgrado e ora sono cittadino italiano. Sono arrivato in Italia a undici anni. Ci siamo spostati con la famiglia per la situazione che c’era nel mio paese.

La ex Jugoslavia era diventato un paese debole. Prima che morisse Tito non c’erano razze, c’erano persone buone e persone non buone. Dopo la morte di Tito non è stato più così. Chi è venuto dopo, ha cercato di forzare nel nostro pase il modello capitalista europeo e questo ha creato delle contraddizioni che non riuscivano più a gestire. I paesi imperialisti hanno sfruttato questa debolezza. È facile far finta di dare una mano a chi ne servono due. Gli americani sono andati dai più criminali che erano venuti fuori in quella fase, gli hanno dato armi in pugno, coraggio, sostegno politico, intelligence e hanno usato queste persone. Ci siamo fatti fregare con le nostre mani.

Mio padre nel ’92 è stato richiamato dall’esercito per andare a combattere nella guerra civile. Come molti altri non aveva nessuna intenzione di partire, anche se Italia si sente spesso dire che i Balcani erano “una polveriera”. Non aveva senso andare a combattere contro quello che fino al giorno prima era il tuo vicino di casa o il tuo migliore amico. Come se domani l’esercito italiano chiamasse un toscano per andare a combattere contro un emiliano. Era così. Ma se non ti presentavi all’esercito finivi in galera. Così mio padre pur di non andare in guerra contro la nostra gente e pur di non andare nemmeno in galera, prese me, le mie sorelle e la mia mamma e scappammo prima in Svezia. Ti potevano beccare durante il tragitto a piedi, poi in treno. C’è voluto tanto coraggio e tanta incoscienza! Siamo stati in Svezia fino alla fine della guerra, poi nel ’93, a guerra finita, siamo tornati a Belgrado cercando di rifarci una vita normale. Mio padre lavorava in una fabbrica di costruzioni e prefabbricati e mia madre era casalinga.

Poi nel ’98 ci hanno aggredito gli americani. Quella guerra l’abbiamo vissuta a Belgrado. Ero un bambino ma le guerre sono uguali per tutti. Anzi quando sei un bambino la vivi talmente male che ti rimane addosso. Mi ricordo la paura, più che altro la pena per mia madre che si preoccupava per noi. Qualsiasi bambino che ha vissuto la guerra ha bisogno di un sostengo a vita perché è un trauma che non si può descrivere. Poi nella guerra in Serbia gli americani hanno scaricato radiazioni con le bombe. Noi diciamo che la Serbia è una grande Cernobyl a cielo aperto. La vita media in alcune zone della Serbia dopo la guerra è scesa – ti dico senza esagerare – fino a poco più di cinquant’anni. Anche fra i miei conoscenti ci sono persone che hanno avuto bambini con malformazioni, con una frequenza evidentemente superiore a quella degli altri paesi.

Comunque noi a quel punto abbiamo deciso di venire in Italia. Come ho detto avevo 11 anni.   

Adesso dove lavori?

Lavoro in un magazzino, faccio il facchino per un corriere e le condizioni di lavoro sono difficili, soprattutto perché i turni sono sempre di notte. Lavoro tutte le notti, cinque o sei notti a settimana e questo a volte crea problemi di sicurezza, per la stanchezza. A lavoro siamo una trentina. La maggioranza dei miei compagni sono dell’Est (Romania e Albania). Ci sono anche tanti pakistani e marocchini e anche qualche amico nigeriano. I rapporti sono quelli normali tra compagni di lavoro. Anzi siamo anche più uniti rispetto a altri lavoratori perché ci unisce il fatto di venire da situazioni difficili. Il mondo si divide in lavoratori e padroni, per noi questa cosa è chiara.

La nostra cooperativa lavora in appalto per una multinazionale della logistica. Quando la multinazionale prende un nuovo magazzino, aprono una cooperativa come costola della casa madre a cui appaltano il sevizio. Prendono magari due o tre operai tra i più leccaculo o che hanno licenziato da un’altra parte e gli fanno fare le “teste di legno”. Gli dicono che se vogliono lavorare devono aprire la cooperativa e poi ovviamente dettano loro tutte le condizioni. È un sistema che usano per ridurre i costi, i rischi, sfruttare e dispendere gli operai e metterli uno contro l’altro. Vanno avanti così per non far fallire il sistema. Noi veniamo da una situazione del genere ma alla fine siamo riusciti a far leva su questo sistema per ottenere migliori condizioni di lavoro.

In che modo?

Le condizioni quando ho cominciato a lavorare erano molto peggiori di ora. Tutto il rapporto era a voce. Non c’era un contratto né niente. Ogni persona aveva una paga differente. Per meno soldi di quelli che prendiamo ora, prima facevamo anche tre quattro ore di straordinario al giorno non retribuite e soprattutto non avevamo tredicesima, quattordicesima, ferie, malattia…  niente. Condizioni da schiavi. Per quasi dieci anni abbiamo fatto una vita così. Anche mio padre lavorava lì. Non avevamo dove andare e bisognava prendere il primo lavoro che c’era. Alcuni nostri compagni venivano “spostati” di centinaia di chilometri e inseriti in altre cooperative e loro, per non perdere il lavoro, cedevano al ricatto. In questo modo, però, girando per l’Italia e arrivando a Bologna, due di loro si sono ritrovati inseriti in questo sistema dove c’era un sindacato che li aiutava, il Si Cobas. Così ci hanno detto che lì c’erano state delle lotte e che erano servite. Allora anche noi abbiamo colto l’occasione di farci aiutare dal Si Cobas.

Sono venuti un giorno i funzionari a incontrarci e, in poche parole, ci hanno tirato fuori da un mare di guai. Abbiamo fatto un’assemblea dove il funzionario ha raccontato quello che succedeva in altri magazzini e ha fatto il conto di quello che ci dovevano dare per contratto nazionale. Non c’è stato bisogno di fare presidi o picchetti. Si è capito subito che eravamo tutti uniti. Abbiamo chiesto e ottenuto che la multinazionale negoziasse l’appalto con una nuova cooperativa alle nostre condizioni. I nuovi padroni ci hanno pagato tutti gli arretrati che ci dovevano e ci hanno fatto contratti a condizioni migliori del CCNL. Ci affidiamo al sindacato perché i funzionari sanno quello che fanno. Noi per la maggior parte siamo tutti immigrati e facciamo fatica già a capire la lingua, figuriamoci le leggi e i contratti. Quello che queste persone del sindacato fanno è qualcosa di grande. Ti fanno sentire più vivo e più umano. È una questione di dignità.

Dopo questa lotta, infatti, si è formata una bella unione tra noi. Facciamo assemblee dentro l’azienda quando c’è bisogno di risolvere qualcosa. Abbiamo un gruppo WhatsApp coi quattro o cinque più forti. La maggioranza si sente protetta a unita da questo gruppo. E questo aiuta tutti a capire che l’unità è forza. Ricadere nella vecchia logica è facile, bastano tre o quattro che cominciamo a dare retta al padrone, ma oggi siamo una squadra dentro la squadra [l’azienda] e, grazie all’aiuto del sindacato, siamo sempre in grado, tutte le volte che c’è un problema anche piccolo, di risolverlo fra noi. Pensa che nel nostro magazzino c’è un responsabile ma lui non viene più a dirci “fai questo o quello”. Quando arriva il camion ce lo mangiamo e lo digeriamo e lui non ha nemmeno il tempo di svegliarsi dal suo sonno e uscire dall’ufficio. Una volta stava lì in piedi a dire a tutti che dovevano fare, a dare ordini, perché nessuno faceva nulla. Oggi non ce la fa a starci dietro. Il lavoro lo iniziamo noi e lo finiamo noi. La forza lavoro siamo noi.

Quali sono i problemi principali degli immigrati in Italia e cosa pensi sia necessario fare per risolverli?

C’è bisogno di un nuovo sistema di accoglienza, non solo per le persone che arrivano con i barconi ma per le persone che sono già qui da dieci o venti anni. Queste persone ancora oggi non sono state accolte. Non hanno la possibilità di entrare a far parte di questo paese. Il problema più grande dell’immigrato è la necessità. Anche l’italiano ha necessità di lavorare, ma è nato qui ed è normalmente più istruito e può permettersi di cercare condizioni migliori. L’immigrato per necessità va dietro alla prima cosa che gli capita, si butta e cerca di andare avanti. Solo che con la prima cosa che ti capita, se hai fortuna capiti in un posto dignitoso, ma il 98% degli immigrati rimane intrappolato in un lavoro sottopagato che non gli basta nemmeno per sopravvivere. Così finisci per diventare un emarginato che poi viene considerato “l’immigrato cattivo”. Sei quello che non paga l’affitto e le bollette o che ha bisogno di aiuti e carità. È questo che crea poi contraddizioni con gli italiani.

Come comunisti, crediamo che la vera accoglienza di cui c’è bisogno sia un lavoro utile e dignitoso per tutti. Noi diciamo che lavoratori come voi devono incontrarsi e coordinarsi con altre organizzazioni operaie e popolari e puntare a un loro governo, che noi chiamiamo Governo di Blocco Popolare, che imponga misure necessarie anche se contrarie all’interesse dei padroni. Secondo te è possibile?

È assolutamente possibile che il coordinamento tra le organizzazioni di lavoratori abbia la forza di imporre delle misure che servono. Quando alla lotta cominciano a unirsi più magazzini e si arriva a bloccare un’intera area, quando si fa un fronte con altri operai e comitati del territorio, allora l’obiettivo può diventare politico, può essere per esempio una legge. Questa cosa è non solo fattibile ma anche necessaria, anche se è difficile. Altrimenti come si vede si va allo sfascio.

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