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L’arresto di Julian Assange

Teresa Noce by Teresa Noce
Maggio 1, 2019
in Resistenza n. 5/2019
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L’11 aprile Julian Assange è stato arrestato nell’ambasciata dell’Ecuador a Londra dopo che il presidente di questo paese, Lenin Moreno, gli ha revocato lo stato di rifugiato politico.

Il suo arresto è il momentaneo epilogo di una persecuzione iniziata più di 10 anni fa: l’Amministrazione USA ha compiuto varie forzature per compierlo e si è avvalsa della collaborazione dei governi e delle autorità di vari paesi del mondo, in ultimo la polizia britannica che lo ha arrestato e il governo dell’Ecuador che gli ha revocato la protezione, prima di essi i tribunali svedesi che lo accusarono strumentalmente nel 2010 di molestie sessuali e stupro.

Il motivo della persecuzione riguarda l’opera svolta da Assange alla direzione della testata Wikileaks, con la quale ha contribuito in modo decisivo a rompere la cappa di segreto e omertà che circonda le attività illegali dell’apparato politico-militare-industriale degli imperialisti USA e la corruzione dei suoi esponenti di destra e di “sinistra”. Wikileaks ha diffuso materiale segreto o “confidenziale” sui crimini di guerra in Iraq, sul trattamento dei prigionieri a Guantánamo, sui piani per uccidere Gheddafi e per preparare la distruzione e l’invasione della Siria e su molti altri argomenti in ogni campo, aprendo contraddizioni nel sistema militare, di controllo e di schedatura di massa condotto dagli imperialisti USA e suscitando la ribellione di agenti ben pagati al loro servizio (famosi i casi di Edward Snowden e Chelsea Mannings, agente della NSA il primo e analista dell’intelligence dell’esercito la seconda).

L’arresto di Assange ha suscitato molte reazioni, poiché è una conferma del ruolo degli imperialisti USA come caporioni della repressione nel mondo (Assange non è cittadino statunitense e Wikileaks non ha base negli USA) sia della tendenza eversiva della borghesia imperialista (manovre sporche, violazione di leggi e diritti “universali” per eliminare elementi scomodi), ma più che soffermarci sulla denuncia di questi aspetti ci interessa sollevarne, pur brevemente, un altro: che insegnamenti possiamo trarre dall’arresto di Julian Assange ai fini della comprensione delle condizioni in cui conduciamo la lotta di classe?

Far conoscere la verità alle larghe masse, dire la verità, è un principio fondamentale per il movimento comunista cosciente e organizzato: è la borghesia imperialista che è costretta a ricorrere alle menzogne (sul suo operato e sulle conseguenze del suo operato), all’intossicazione dell’opinione pubblica (mescolare notizie vere e notizie false, notizie vere, ma parziali, inquinare le fonti dell’informazione e della conoscenza), alla diversione (orientare la volontà di sapere e di conoscere verso temi e argomenti secondari, accessori o inutili, inquinare le menti e i cuori delle masse popolari). Tuttavia, far conoscere la verità non basta a suscitare la ribellione delle masse popolari. Le ampie masse non si mobilitano sulla base di una presa di coscienza estemporanea, per quanto “illuminante”, perché esse imparano prima di tutto dalla pratica. Far conoscere verità scomode, dire la verità “nuda e cruda” rispetto ai crimini degli imperialisti, se non ci si cura di promuovere l’organizzazione delle masse popolari e di rendere possibile la loro mobilitazione, alla lunga ha un effetto opposto, porta alla rassegnazione e alla sfiducia. Le notizie “segrete e indicibili” diffuse da Wikileaks lo hanno dimostrato; dopo un iniziale “terremoto” sono diventate una consuetudine. Di certo dimostrano l’abiezione e l’efferatezza della classe dominante, ma sottolineano di continuo anche l’impotenza delle masse popolari.

Non esiste alcuna possibilità di “cambiare il sistema” senza la spinta e la forza delle masse popolari organizzate. Non bastano le “qualità individuali” o di “piccoli gruppi”: un’intelligenza spiccata, una considerevole destrezza, la capacità e la volontà di insinuarsi nelle contraddizioni della borghesia, una solida fiducia nelle libertà democratiche e un generoso attivismo affinché siano rispettate: gli individui e i “piccoli gruppi” che si illudono di potersi sostituire alle larghe masse sono presto o tardi smantellati, repressi, liquidati. La lotta contro il potere della borghesia imperialista è possibile – e non solo necessaria – solo sulla base della costruzione di un altro potere ad esso alternativo e antagonista, il regime della borghesia imperialista si abbatte solo come risultato della costruzione di un nuovo potere. Torniamo alla questione principale: la mobilitazione delle ampie masse.

E’ un aspetto su cui anche la rete internazionale Anonymous (la rete di “pirati” informatici attiva nel web contro multinazionali e autorità capitaliste) ha iniziato a porsi la questione, stando al comunicato che ha emesso dopo l’arresto di Assange:

“Ogni singola persona potente che ha firmato questo ordine [l’arresto di Assange – ndr] dovrebbe tremare, perché la forza di Internet sta per essere scatenata su di loro. Dalla CIA, al Presidente degli Stati Uniti e agli agenti che hanno portato Assange fuori dall’ambasciata, sono tutti esposti e considerati come nemici del popolo ed è ora che Anonymous agisca di conseguenza. Un altro campo di battaglia che le persone libere del mondo devono utilizzare sono le strade. Le proteste di strada sono tal volta viste come uno sforzo inutile, ma l’attuale rivoluzione in Francia e in altre parti del mondo ci mostrano che i governi possono piegarsi alla volontà della gente.

Per settimane, Assange e Wikileaks hanno messo in guardia ripetendo che l’arresto era imminente e il popolo del Regno Unito ha avuto la possibilità di formare una catena umana attorno a quell’edificio per impedire alle autorità di arrestarlo. Tuttavia, non è ancora troppo tardi per agire in modo simile. Se le proteste cominciassero, con la portata e l’intensità delle recenti manifestazioni in Francia, contro il Regno Unito in risposta all’arresto di Assange, ciò potrebbe contribuire a proteggerlo e, eventualmente, a cambiare l’esito del suo caso”.

Indipendentemente da quanto ci sia si corretto o di sbagliato nell’analisi della situazione politica che emerge da questo comunicato, il messaggio e l’appello sono chiari: trasformare l’arresto di Assange in un macigno che ricade sulla testa di chi lo ha sollevato è possibile, ma non basta la “politica di opinione” sui social network (e nemmeno bastano gli attacchi informatici ai promotori del suo arresto): occorre farne un problema di ordine pubblico, cioè un problema politico di ampia portata.

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