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Julian Assange, Ilaria Cucchi e me

Teresa Noce by Teresa Noce
Maggio 1, 2019
in Resistenza n. 5/2019
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Dichiarazione di Rosalba Romano, membro di Vigilanza Democratica e del P. CARC, condannata per aver “diffamato” un agente del VII Reparto Mobile di Bologna.

Oggi 11 aprile 2019, fra molte altre, sono giunte due notizie: l’arresto di Julian Assange a Londra e la comunicazione della chiusura delle indagini contro Ilaria Cucchi per aver diffamato Gianni Tonelli, già segretario nazionale del Sindacato Autonomo di Polizia e oggi deputato della Lega.

Sono notizie di ordine diverso: l’arresto di Assange è il momentaneo epilogo della guerra che l’amministrazione USA ha dichiarato contro chi ha contribuito a dissolvere il segreto su molti degli affari sporchi, luridi, di cui presidenti e amministrazioni sono stati promotori, quale fosse il loro orientamento e il loro colore. L’indagine contro Ilaria Cucchi è il tentativo, odioso e patetico, ridicolo se non fosse tragico, di ridimensionare e buttare ombra su di lei e sulla battaglia che ha condotto, da parte di uno degli esponenti del “mondo di mezzo” fra le alte sfere statali e i manovali della violenza in divisa.

Il 30 marzo 2018 io sono stata condannata dal Tribunale di Milano per lo stesso reato che oggi è contestato a Ilaria: la diffamazione. Nel mio caso di Vladimiro Rulli, un poliziotto del VII Reparto Mobile di Bologna. Per il giudice non ha avuto importanza che non ci fosse alcuna prova a mio carico durante il processo di primo grado. Dalla lettura delle motivazioni scopro che ha cambiato il capo di imputazione, ovvero che mi ha condannato in spregio a un diritto che l’ordinamento giuridico riconosce a tutti: quello ad una piena difesa.

Quindi: Julian Assange, Ilaria Cucchi e me. Tre “storie” diverse con un comune destino: se vince chi ci accusa il diritto di cercare la verità, dire la verità e far conoscere la verità diventerà a tutti gli effetti un reato. Lo diventerà nella pratica, al di là di quello che c’è scritto nella Costituzione, nel codice penale e in quello civile.

Nell’esprimere solidarietà a Julian Assange e nel sostenere incondizionatamente ogni iniziativa e attività che si rivelerà utile per la sua liberazione, quale che ne sia il promotore, pongo una domanda che riguarda da vicino noi, gli italiani, alla vigilia del 25 aprile. Che paese stiamo diventando?

Che paese è quello in cui un cittadino comune deve temere di dire la verità, ciò che “tutti sanno”, ma “nessuno dice”? Quel paese in cui un Tribunale condanna, trasgredendo le stesse leggi che pretende di incarnare e applicare?

Conosco personalmente il peso delle accuse, della condanna, della repressione. E conosco quanto valore ha e quanta forza dà la solidarietà che si dà e che si riceve. Per questo rinnovo ancora la solidarietà e la vicinanza a Ilaria Cucchi. E con la stessa vicinanza penso ai giovani che il 9 aprile sono stati condannati a Bologna per le proteste del 12 ottobre 2011 contro Bankitalia, una giornata contraddistinta tanto dalla mobilitazione quanto dalla repressione, le cariche selvagge e immotivate che provocarono feriti, anche gravi. A picchiare in quella circostanza fu il VII Reparto Mobile di Bologna, lo stesso chiamato in causa nel processo per le botte che ridussero in fin di vita Paolo Scaroni a Verona, quello da cui provengono Tonelli e Rulli, i “paladini” del “politicamente corretto”.

Ma come non esiste una questione di “mele marce” nel singolo reparto, non esiste neppure il “reparto marcio” in un apparato democratico. Il problema sta a monte. Il problema che abbiamo di fronte è la difesa e l’attuazione della Costituzione, in questo caso dell’articolo 52 che recita “La difesa della Patria è sacro dovere del cittadino (…) L’ordinamento delle Forze armate si informa allo spirito democratico della Repubblica”. E’ da qui che bisogna ripartire.

Rosalba Romano

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