La storia del nostro paese fornisce molti esempi di nuove autorità pubbliche costituite dalla classe operaia e dalle masse popolari organizzate, riguardanti tre periodi storici: il Biennio Rosso (1919 – 1920), gli anni ‘70 del secolo scorso e, fra di essi, la lotta di liberazione dal nazifascismo, la Resistenza: il punto più alto raggiunto dalla classe operaia italiana nella sua lotta per il potere, dato il livello raggiunto dal sistema di potere alternativo e antagonista a quello della borghesia imperialista che il partito comunista era riuscito a costruire.

Per quanto riguarda l’esperienza dei Consigli di fabbrica nel Biennio Rosso, il loro ruolo nella lotta politica rivoluzionaria e la loro funzione di tramite fra il partito (all’epoca il Partito Socialista Italiano) e le ampie masse, è utile riportare alcuni stralci del Rapporto inviato nel luglio 1920 da Gramsci al Comitato Esecutivo dell’Internazionale comunista, pubblicato per la prima volta in russo, in tedesco e in francese nell’Internazionale Comunista n. 14 (1920); ripubblicato in italiano, senza firma, nell’Ordine Nuovo del 14 marzo 1921.

“La propaganda per i Consigli di fabbrica venne accolta con entusiasmo dalle masse; nel corso di mezzo anno vennero costituiti Consigli di fabbrica in tutte le fabbriche e officine metallurgiche, i comunisti conquistarono la maggioranza nel sindacato metallurgici; il principio dei Consigli di fabbrica e del controllo sulla produzione venne approvato e accettato dalla maggioranza del congresso e dalla maggior parte dei sindacati appartenenti alla Camera del Lavoro.

L’organizzazione dei Consigli di fabbrica si basa sui seguenti principi: in ogni fabbrica, in ogni officina viene costituito un organismo sulla base della rappresentanza (e non sull’antica base del sistema burocratico) il quale realizza la forza del proletariato, lotta contro l’ordine capitalistico o esercita il controllo sulla produzione, educando tutta la massa operaia per la lotta rivoluzionaria e per la creazione dello Stato operaio. Il Consiglio di fabbrica deve essere formato, secondo il principio dell’organizzazione per industria; esso deve rappresentare per la classe operaia il modello della società comunista, alla quale si arriverà attraverso la dittatura del proletariato; in questa società non esisteranno più divisioni di classe, tutti i rapporti sociali saranno regolati secondo le esigenze tecniche della produzione e della organizzazione corrispondente e non saranno subordinati a un potere statale organizzato. La classe operaia deve comprendere tutta la bellezza e nobiltà dell’ideale per il quale essa lotta e si sacrifica; essa deve rendersi conto che per raggiungere questo ideale è necessario passare attraverso alcune tappe; essa deve riconoscere la necessità della disciplina rivoluzionaria e della dittatura.

Ogni azienda si suddivide in reparti e ogni reparto in squadre di mestiere: ogni squadra compie una determinata parte del lavoro; gli operai di ogni squadra eleggono un operaio, con mandato imperativo e condizionato. L’assemblea dei delegati di tutta l’azienda forma un Consiglio che elegge dal suo seno un comitato esecutivo. L’assemblea dei segretari politici dei comitati esecutivi forma il comitato centrale dei Consigli che elegge dal suo seno un comitato urbano, di studio per la Organizzazione della propaganda, la elaborazione dei piani di lavoro, per l’approvazione dei progetti e delle proposte delle singole aziende e perfino di singoli operai, e infine per la direzione generale di tutto il movimento.

Alcuni compiti dei Consigli di fabbrica hanno carattere prettamente tecnico e perfino industriale, come a esempio il controllo sul personale tecnico, il licenziamento di dipendenti che si dimostrano nemici della classe operaia, la lotta con la direzione per la conquista. di diritti e libertà; il controllo della produzione della azienda e delle operazioni finanziarie.

I Consigli di fabbrica presero presto radici. Le masse accolsero volentieri questa forma di organizzazione comunista, si schierarono intorno ai comitati esecutivi e appoggiarono energicamente la lotta, contro l’autocrazia capitalista. Quantunque né gli industriali, né la burocrazia sindacale volessero riconoscere i Consigli e i comitati, questi ottennero tuttavia notevoli successi: essi scacciarono gli agenti e le spie dei capitalisti, annodarono rapporti con gli impiegati e coi tecnici per avere delle informazioni d’indole finanziaria e industriale; negli affari dell’azienda essi concentrarono nelle loro mani il potere disciplinare e dimostrarono alle masse disunite e disgregate ciò che significa la gestione diretta degli operai nell’industria.

L’attività dei Consigli e delle commissioni interne si manifestò più chiaramente durante gli scioperi; questi scioperi perdettero il loro carattere impulsivo, fortuito e divennero la espressione dell’attività cosciente delle masse rivoluzionarie. L’organizzazione tecnica dei Consigli e delle commissioni interne, la loro capacità di azione si perfezionò talmente che fu possibile ottenere in cinque minuti la sospensione dal lavoro di 16 mila operai dispersi in 42 reparti della Fiat. Il 3 dicembre 1919 i Consigli di fabbrica diedero una prova tangibile della loro capacità di dirigere movimenti di masse in grande stile; dietro ordine della sezione socialista, che concentrava nelle sue mani tutto il meccanismo del movimento di massa, i Consigli di fabbrica mobilitarono senza alcuna preparazione, nel corso di un’ora, centoventimila operai, inquadrati secondo le aziende. Un’ora dopo si precipitò l’armata proletaria come una valanga fino al centro della città e spazzò dalle strade e dalle piazze tutto il canagliume nazionalista e militarista”.

Per quanto riguarda l’esperienza dei Consigli di Fabbrica (CdF) degli anni ‘70 del secolo scorso, rimandiamo all’intervista a Gianni Maj sul Consiglio della Philco di Brembate (BG), pubblicata su Resistenza n. 5/2014 e all’articolo sui Gruppi di Azione Proletaria pubblicato su Resistenza n. 3/2016 reperibili entrambi sul sito www.carc.it. Riportiamo uno stralcio sul Consiglio della Philco:

“Alla Philco il CdF aveva un delegato, di media, ogni 35 operai. (…) Ogni reparto e ogni gruppo omogeneo di lavoratori nominava il suo delegato. Ogni delegato, che poteva essere iscritto al sindacato o meno, era revocabile in qualunque momento. (…) Nel CdF c’erano 2 coordinatori, entrambi distaccati dal lavoro in produzione a tempo pieno e che si dedicavano al funzionamento del collettivo. Io ero uno di questi due: mantenevo il contatto col sindacato e soprattutto vigilavo nei vari reparti per controllare e verificare che non ci fossero problemi. C’era poi un esecutivo che era un organismo più ristretto: 15 persone elette all’interno del CdF che si riunivano per prendere determinate decisioni più pratiche e di gestione corrente. In ogni caso le decisioni principali e importanti spettavano all’assemblea di tutto il CdF. Per avere un’idea più precisa del ruolo del CdF bisogna tenere presente che si trattava di un organismo che operava dentro la fabbrica, ma anche fuori: nei consigli di zona, che comprendevano tutte le fabbriche “dell’isola” (una zona ben definita che comprendeva il territorio di un tot di comuni) e a un livello superiore c’era un consiglio provinciale. La struttura era così: c’era il CdF, poi il consiglio di zona e poi quello provinciale, che si riuniva per avere una visione complessiva della situazione.

A Bergamo c’erano anche i consigli di quartiere, nei quali intervenivano anche i delegati del CdF, portando la loro esperienza. In questo modo si era creato un giro di lotte importante che faceva tremare la borghesia, lì a Bergamo, perché eravamo noi operai a dirigere le lotte anche fuori dalla fabbrica, in tutta la zona. Avevamo capito che la lotta non doveva fermarsi ai cancelli delle fabbriche, perché i problemi da affrontare erano anche all’esterno. (…) Diciamo quindi che il CdF era il modo per uscire dalla fabbrica: i consigli di quartiere sono nati dopo i CdF. Si può dire che sotto l’influenza dei CdF si sono formati altri organismi fuori della fabbrica: il CdF promuoveva la formazione di altre organizzazioni popolari fuori dalla fabbrica. Se c’erano problemi con gli amministratori di condominio il CdF interveniva e dava manforte nei consigli di quartiere… Si era creato il consiglio anche nell’ospedale… Ci si occupava di tutti i problemi delle masse popolari. Questo dava fastidio al sindacato, la posizione era che la lotta in fabbrica doveva essere solo di difesa, mentre il CdF voleva farla diventare una lotta d’attacco”.

Per quanto riguarda l’esperienza della Resistenza, è impossibile esaurire la comprensione del ruolo svolto dal CLN e dalle sue articolazioni locali con stralci e citazioni, per quanto ampie. Ci limitiamo a indicare un testo estremamente chiaro al riguardo, benché focalizzato su una singola zona del paese: CLN, il Comitato di Liberazione Nazionale della Lombardia al lavoro nella cospirazione, nell’insurrezione, nella ricostruzione di Emilio Sereni (Percas, 1945).

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