Nell’aprile del 1920, in vista del II congresso dell’Internazionale Comunista (19 luglio – 7 agosto 1920), Lenin scrisse L’estremismo, malattia infantile del comunismo. Presentiamo questo testo, una pietra miliare della teoria del pensiero comunista, poiché gli spunti e gli insegnamenti che offre sono tanto preziosi e utili oggi quanto lo erano quando fu scritto, benché la situazione politica sia differente sotto molti punti di vista. In particolare ne consigliamo lo studio per elevare la capacità di analisi e di orientamento rispetto alla situazione politica del nostro paese e per condurre con maggiore efficacia l’intervento dei comunisti nelle mobilitazioni spontanee delle masse popolari per farne uno strumento per allargare la breccia nel sistema politico delle Larghe Intese, uno strumento per costruire organizzazioni operaie e popolari e una scuola di comunismo. Una precisazione: “mobilitazioni spontanee” non sono quelle “organizzate da nessuno”, ma quelle organizzate e condotte senza che i promotori abbiano un legame con il movimento comunista cosciente e organizzato, cioè che non rientrano nel preciso piano di azione che i comunisti realizzano per avanzare nella rivoluzione socialista. Nelle mobilitazioni spontanee delle masse popolari rientrano le lotte rivendicative promosse da organismi di lotta e organizzazioni sindacali, le manifestazioni e gli scioperi indetti dai sindacati di regime, le manifestazioni promosse dalle grandi associazioni, le iniziative – grandi e piccole – organizzate o orientate da comitati di cittadini, reti, movimenti, ecc.

In definitiva è un testo di eccezionale utilità per imparare ad approfittare della situazione politica odierna per avanzare nella rivoluzione socialista. Le citazioni riportate nell’articolo sono stralci del testo originale che, per favorirne la diffusione, le Edizioni Rapporti Sociali hanno ripubblicato in queste settimane.

Il contesto storico in cui Lenin scrive il testo. Per comprendere a fondo il contenuto del libro e le tesi che Lenin afferma ed espone bisogna considerare che nel momento in cui fu scritto le condizioni erano tali da lasciar immaginare una rapida vittoria della rivoluzione proletaria in tutto il mondo o, per lo meno, una rapida vittoria della rivoluzione socialista in alcuni dei principali paesi imperialisti, dato lo sviluppo del fermento e del movimento rivoluzionario (il Biennio Rosso in Italia, paese in cui non si era ancora manifestato il fenomeno dell’abbandono senza alcuna direzione politica delle fabbriche occupate dagli operai da parte della CGL e del PSI, l’impetuoso movimento comunista in Germania, Inghilterra e Stati Uniti, la vittoria dell’Armata Rossa nella guerra contro l’aggressione polacca foraggiata e sostenuta dalle potenze imperialiste).

Era una situazione in cui le potenzialità rivoluzionarie erano evidenti quanto evidenti erano a Lenin i limiti dei partiti che dirigevano il movimento (l’estremismo e l’opportunismo); era impellente, in particolare nei paesi imperialisti, trasformarli in partiti adeguati a compiere l’opera che il Partito Bolscevico aveva compiuto con la Rivoluzione d’Ottobre in Russia.

Il II Congresso dell’Internazionale Comunista fu partecipato da un numero di partiti superiore rispetto al primo (64 partiti per un totale di 169 delegati), approvò lo statuto dell’Internazionale Comunista e varò le 21 condizioni da rispettare per aderirvi (i 21 punti per la “bolscevizzazione”), traduzione organizzativa della linea definita nel corso del I Congresso.

Contro l’estremismo e l’opportunismo. Di fronte all’attuale debolezza del movimento comunista, da più parti assistiamo alla nascita di teorie secondo le quali il movimento comunista può rinascere sulla base di una supposta “purezza” riguardo alle posizioni da tenere verso i “traditori”, i “riformisti” e la sinistra borghese. Tali teorie sono in genere accompagnate da varie argomentazioni che indicano cosa fare per “rimanere puri”, ma non affrontano la questione di come sviluppare la relazione con la classe operaia e le masse popolari per dirigere la loro mobilitazione spontanea e incanalarla nella lotta politica rivoluzionaria. E’ una tipica deriva “estremista” che Lenin ha trattato nel testo che presentiamo sia in merito ai sindacati di regime dei giorni nostri che in merito ai promotori riformisti dell’elettoralismo: “Appunto la balorda “teoria” della non partecipazione dei comunisti ai sindacati reazionari mostra nel modo più chiaro con quanta leggerezza questi comunisti “di sinistra” affrontano la questione dell’influenza sulle “masse” e quale abuso fanno nei loro sproloqui della parola “masse”. Per sapere aiutare le “masse”, per sapere conquistarsi la simpatia, l’adesione e l’appoggio delle “masse”, non si devono temere le difficoltà, gli intrighi, le offese, le persecuzioni da parte dei “capi” (…) Bisogna saper sopportare qualsiasi sacrificio, saper superare i maggiori ostacoli per svolgere una propaganda e un’agitazione sistematiche, tenaci, costanti, pazienti proprio nelle istituzioni, nelle società, nelle leghe – anche nelle più reazionarie – dove si trovano masse proletarie o semiproletarie. I sindacati e le cooperative operaie (queste ultime almeno talvolta) sono appunto le organizzazioni nelle quali si trovano le masse”. (…)

In Europa Occidentale e negli Stati Uniti d’America il Parlamento è diventato particolarmente odioso ai rivoluzionari avanzati della classe operaia. Questo è incontestabile. Ed è anche ben comprensibile, poiché è difficile immaginare cosa più ignobile, vile, perfida del contegno della schiacciante maggioranza dei deputati socialisti e socialdemocratici nel Parlamento durante e dopo la guerra. Tuttavia sarebbe non tanto irragionevole, ma addirittura criminale cedere a un simile sentimento nel decidere la questione del come si deve lottare contro questo male riconosciuto da tutti. (…) In ogni paese la tattica deve essere fondata sul calcolo ponderato e rigorosamente obiettivo di tutte le forze di classe del paese in questione (e dei paesi che lo circondano e di tutti i paesi su scala mondiale), come pure sulla valutazione dell’esperienza dei movimenti rivoluzionari”.

La critica all’estremismo si combina con quella all’opportunismo (a quello di destra dei partiti socialdemocratici della II Internazionale e a quello di sinistra degli estremisti secondo i quali “nessun compromesso è accettabile”): “Negare “per principio” i compromessi, negare in generale che è ammissibile fare compromessi, di qualunque genere essi siano, è una puerilità tale che è perfino difficile prenderla sul serio. Un uomo politico, che desideri essere utile al proletariato rivoluzionario, deve saper distinguere i casi concreti appunto di quei compromessi che sono inammissibili, nei quali si esprimono opportunismo e tradimento, e indirizzare tutta la forza della critica, tutta l’acutezza di uno spietato smascheramento e di una guerra implacabile contro questi compromessi concreti, e non permettere agli espertissimi socialisti “affaristi” e ai gesuiti parlamentari di evitare e sfuggire la responsabilità con dissertazioni sui “compromessi in generale”. I signori “capi” dei sindacati inglesi, come quelli della società fabiana e del Partito laburista indipendente, sfuggono proprio in questo modo alla responsabilità per il tradimento da essi commesso, per il compromesso di tal genere da essi concluso, compromesso che veramente rappresenta il peggior opportunismo, la defezione e il tradimento.

Vi sono compromessi e compromessi. Si deve essere capaci di analizzare le circostanze e le condizioni concrete di ogni compromesso e di ogni specie di compromesso. Si deve imparare a distinguere l’uomo che ha dato denaro e armi ai banditi per ridurre il male che i banditi commettono e facilitarne l‘arresto e la fucilazione, dall’uomo che dà denaro e armi ai banditi per spartire con essi la refurtiva. Nella politica, questo non è sempre così facile come nel piccolo esempio che ho citato e che un bambino può comprendere. Ma chi volesse escogitare una ricetta per gli operai, che offrisse loro decisioni preparate in anticipo per tutti i casi della vita, o promettesse loro che nella politica del proletariato rivoluzionario non ci saranno mai difficoltà e situazioni complicate, sarebbe semplicemente un ciarlatano.

(…) Il partito che, firmando la pace di Brest, concluse un compromesso con l’imperialismo tedesco, aveva elaborato il suo internazionalismo nella pratica fin dalla fine del 1914. Esso non aveva temuto di proclamarsi per la sconfitta della monarchia zarista e di denunciare la parola d’ordine della “difesa della patria” lanciata quando era in corso una guerra tra due predoni imperialisti. I deputati al Parlamento di questo partito andarono in Siberia, anziché prendere la via che conduce ai portafogli ministeriali in un governo borghese. La rivoluzione, che abbatté lo zarismo e creò la repubblica democratica, ha sottoposto il partito a una nuova e grandissima prova: il partito non ha stipulato nessun accordo con i “suoi” gruppi imperialisti, ma preparò il loro rovesciamento e li rovesciò. In possesso del potere politico, il partito non ha lasciato pietra su pietra né della proprietà fondiaria, né della proprietà capitalista. Dopo aver pubblicato e annullato i trattati segreti degli imperialisti, questo partito ha proposto la pace a tutti i popoli e si è sottomesso alla soperchieria dei predoni di Brest soltanto dopo che gli imperialisti anglo-francesi ebbero mandato all’aria la pace e i bolscevichi ebbero fatto tutto ciò che era umanamente possibile per affrettare la rivoluzione in Germania e negli altri paesi. Che un simile compromesso, concluso da un tale partito e in tali circostanze, sia stato assolutamente giusto, è un fatto che diviene ogni giorno più chiaro ed evidente per tutti”.

Fare come il partito bolscevico russo, non fare “quello che ha fatto” il partito bolscevico russo! Lenin spiega in cosa consiste il carattere internazionale della Rivoluzione d’Ottobre, cioè spiega il legame fra il ruolo dell’URSS come base rossa della rivoluzione proletaria mondiale e gli insegnamenti che i partiti comunisti di tutto il mondo possono trarre dalla Rivoluzione d’Ottobre, validi anche nei loro paesi. Fra di essi, il più importante ai fini della nostra lotta di comunisti italiani riguarda la comprensione della principale caratteristica che differenziava il partito bolscevico dai partiti comunisti dei paesi imperialisti: esso non nacque e non si è sviluppato sulla base del movimento spontaneo delle masse popolari, ma sulla base della conoscenza, dell’assimilazione e dell’uso della concezione comunista del mondo: “Il bolscevismo sorse nel 1903 sulla base saldissima della teoria marxista. Che questa teoria rivoluzionaria – e solo questa – è giusta, è stato dimostrato non soltanto dall’esperienza mondiale di tutto il secolo decimonono, ma anche e specialmente dall’esperienza dei brancolamenti, dei tentennamenti, degli errori e delle delusioni del pensiero rivoluzionario in Russia. (…) La Russia è arrivata al marxismo, l’unica teoria rivoluzionaria giusta, attraverso il travaglio di un mezzo secolo di una storia di tormenti e di sacrifici inauditi, di un eroismo rivoluzionario mai visto, d’incredibile energia e di instancabili ricerche, studi, esperimenti, di applicazioni pratiche, delusioni, verifiche, confronti con le esperienze dell’Europa”.

Su questa base sprona i dirigenti comunisti dei paesi imperialisti ad analizzare le forme, le condizioni e i risultati della lotta di classe del proprio paese senza pretendere di applicare meccanicamente le soluzioni sperimentate in Russia: “Ricercare, studiare, discernere, indovinare e cogliere le particolarità nazionali e ciò che vi è di specificatamente nazionale nel modo concreto che ciascun paese ha nell’affrontare la soluzione del compito internazionale unico per tutti, cioè la vittoria sia sull’opportunismo sia sul dottrinarismo di sinistra nel movimento operaio, l’abbattimento della borghesia, l’instaurazione della repubblica dei Soviet e della dittatura proletaria: questo è il compito capitale dell’attuale momento storico in tutti i paesi progrediti”.

Conclusioni: i comunisti di vecchio tipo e i comunisti di nuovo tipo. Nelle attività preparatorie delle manifestazioni del 25 aprile e del Primo Maggio (mentre scriviamo non ci sono ancora state), nel dibattito suscitato dall’indizione dello sciopero dei metalmeccanici da parte di FIOM, FIM e UILM per il 14 giugno, a margine delle manifestazioni per la difesa dell’ambiente e contro il cambiamento climatico abbiamo sentito – sarà capitato a molti – mille formule più o meno forbite per affermare che “in piazza con i traditori della Resistenza non bisogna andarci”, “lo sciopero dei sindacati complici va boicottato”, “bisogna distinguersi dalla sinistra che ha abbandonato i lavoratori non andando alle manifestazioni”, ecc. Ecco, chi sostiene cose di questo genere sono i comunisti di vecchio tipo, quelli che, rifacendosi al movimento comunista “grande e forte”, nemmeno concepiscono l’esistenza delle tare ideologiche del vecchio movimento comunista nei paesi imperialisti e si ripropongono, nel migliore dei casi, di essere i continuatori di quel percorso.

Definiamo comunisti di nuovo tipo coloro che usano il patrimonio teorico più avanzato (marxismo-leninismo-maoismo) per fare l’analisi concreta della situazione politica concreta e per elaborare e attuare un preciso piano di azione (strategia e tattica) per costruire la rivoluzione socialista.

La differenza fra comunisti di vecchio tipo e di nuovo tipo, in sintesi, riguarda il fatto di dotarsi dei mezzi ideologici, intellettuali, morali e organizzativi per superare le tare ideologiche (nel nostro paese, all’economicismo e al riformismo si aggiunge il militarismo) per condurre vittoriosamente la lotta per il socialismo.

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here