Da circa 40 anni a questa parte, a causa del progressivo smantellamento dei diritti conquistati dalle masse popolari conseguente all’attuazione del programma comune della borghesia imperialista, la sanità pubblica nel nostro paese ha accusato il colpo e le conseguenze per lavoratori e utenti appaiono devastanti.

Sull’onda della coscienza, dell’organizzazione, della fiducia e delle conquiste che la classe operaia e le masse popolari di tutto il mondo, su spinta dell’esempio dei primi paesi socialisti, in Italia il Sistema Sanitario Nazionale (SSN) è nato nel 1978, in attuazione dell’art. 32 della Costituzione. La legge con cui è stato introdotto gettava le basi per garantire un sistema interamente finanziato dalla fiscalità generale e che garantisse pari livello di assistenza sanitaria per tutti, mettendo al centro l’educazione sanitaria e la prevenzione della salute delle masse popolari.

A partire dall’esaurimento della prima ondata della rivoluzione proletaria e dell’indebolimento del movimento comunista a livello internazionale, con l’avvio della seconda crisi generale del sistema capitalista (1975) il SSN è stato via via smantellato, fino alla riforma costituzionale del 2001, in cui si stabiliva che la competenza in materia di tutela della salute passasse alle Regioni dando vita a un sistema sanitario “a 21 velocità”.

 Subito è stata riscontrata una prima grande contraddizione legata allo scollamento sempre maggiore tra i finanziamenti pubblici erogati dallo Stato alle Regioni e la responsabilità politica relativa alla loro gestione che tutt’ora sussiste e che la borghesia non smette di allargare sempre più.

Per far fronte al conflitto tra organi locali e organi centrali, tra processo di smantellamento della sanità e mobilitazione delle masse popolari per impedirlo vennero poi originariamente istituite le Conferenze Stato-Regioni allo scopo di trovare soluzioni e armonizzare le discipline contrastanti. È grazie a queste che vennero istituiti i livelli essenziali di assistenza (LEA) che ogni regione aveva l’obbligo di garantire. Oggi queste conferenze esistono ancora ma all’ordine del giorno le discussioni circa le ripartizioni di bilancio sono sempre prioritarie rispetto alla tutela della salute e dei lavoratori.

Questo perché nel capitalismo il potere economico e la valorizzazione del capitale sono prioritari rispetto alla salvaguardia della salute e gli esempi dello smantellamento del SSN, non più proficuo per i capitalisti, le masse popolari lo vivono tutti i giorni sulla propria pelle.

Il processo di morte lenta degli ospedali si muove su tre fronti: a) rendere il servizio pubblico impresentabile, farlo funzionare male, con poco personale a portare la croce, strutture fatiscenti e un servizio pessimo per gli utenti che ne giustifichi la chiusura o l’affidamento dei servizi alle cliniche convenzionate; b) apertura di grandi aziende ospedaliere (già autonome o in procinto di diventarle) mediante il depotenziamento e poi la chiusura dei presidi territoriali; c) sostegno, incentivo e proliferazione di agenzie interinali, chiamate alla bisogna, che forniscano personale tappabuchi, sottopagato e senza diritti per alimentare la guerra tra poveri (tra quelli assunti a tempo indeterminato e i precari) e per privatizzare di fatto una quota di forza lavoro impiegata nelle strutture da utilizzare come personale di riserva.

Questi i motivi per cui il tema della sanità pubblica ha suscitato negli ultimi anni una forte mobilitazione da parte di utenti e lavoratori. Tanti sono i comitati che negli ospedali e nei quartieri si sono formati per porre un argine alla morte lenta degli ospedali pubblici. Tali esempi di autorganizzazione popolari rappresentano l’embrione di una governabilità dal basso, embrione che già esiste e consiste nella rete costituita a partire dalla mobilitazione e dal coordinamento di comitati e associazioni che hanno a cuore il problema (ne costituiscono esempi il CSP di Piombino, quello di Cecina, il Comitato San Gennaro di Napoli). Prendere in mano la direzione degli ospedali e dei territori, oltre alle aziende, alle fabbriche e alle scuole, significa riuscire a farle funzionare secondo le esigenze popolari, significa imparare a dirigere dal basso il paese, significa alimentare la costruzione di un nuovo modello di società, il socialismo.

Per capire come potrebbe funzionare il sistema sanitario in un paese socialista basta guardare alle esperienze del secolo scorso, contestualizzandole e rendendole un modello da seguire per l’oggi. Per il funzionamento del sistema sanitario dell’URSS, ad esempio, il coinvolgimento dell’intera popolazione aveva comportato un netto miglioramento della salute in tutta la nazione.

L’organizzazione della sanità poggiava infatti su numerosi comitati presenti in ogni luogo di lavoro (fabbrica, fattoria ecc..) che collaboravano con medici locali per garantire nuovi servizi e assistenza, tenevano sotto controllo l’utilizzo di fondi delle assicurazioni sociali dei lavoratori e si occupavano di salvaguardare le condizioni igieniche all’interno dei luoghi di lavoro oltre ad istruire i lavoratori sulle norme igieniche da seguire. Ognuno di questi comitati eleggeva dei rappresentanti responsabili di supervisionare e del controllo sulle adempienze necessarie a garantire ambienti salubri e strutture ospedaliere adeguate.

In URSS inoltre esistevano 3000 distretti ed in ciascuno dei quali era presente il dipartimento di sanità che si occupava di ispezionale e tenere sotto controllo tutti i presidi medici presenti nel distretto. All’aumento delle spese sanitarie corrispose però un crescente miglioramento delle condizioni di salute e nel 1937 i medici presenti in URSS erano circa 132.000 contro i soli 2000 presenti nella Russia zarista. Maggiori differenze si riscontrarono nelle repubbliche non russe come in Azerbaijan dove da 291 medici si arrivò a 2500 nel 1949, nel Tagikistan invece si passò da 13 medici a 372.

Nel 1938 i centri di assistenza per bambini e per la maternità salirono a 4384 contro i 9 presenti nella Russia zarista, vennero costruite scuole, asili e case di riposo. Al completamento del secondo piano quinquennale in tutta l’Unione Sovietica dovevano esservi presidi idonei ad erogare ogni tipo di servizio gratuitamente.

I fondi stanziati per la sanità in URSS nel 1937 erano considerevolmente maggiori rispetto a quelli della Russia zarista nel 1913 (circa 75 volte superiori) e le spese sanitarie pro capite si aggiravano intorno ai 60 rubli nel primo caso e circa 90 copechi per il secondo. Di fatto il sistema di assicurazione sociale a cui hanno contribuito lavoratori e contadini attraverso parte dei loro guadagni ha contribuito alla creazione di un fondo per l’assicurazione sociale idoneo a garantire a tutti la gratuità delle prestazioni sanitarie.

Ancora, la sanità privata in URSS non venne eliminata ma via via si estinse per l’efficienza di un sistema sanitario pubblico in grado di garantire prestazioni altrettanto di qualità e verso la metà degli anni ’30 si affermò come il migliore rispetto agli altri paesi occidentali. Non è un caso che i paesi che ancora oggi vantano una sanità pubblica d’eccellenza siano Cuba e la Repubblica popolare democratica di Corea.

Questi brevi dati sono preziosi per comprendere come debba funzionare un servizio sanitario che metta al centro gli interessi delle masse popolari. Questo può avere luogo, però, solo in un sistema che mette al centro gli interessi delle masse popolari. Quel sistema è il socialismo. Le mobilitazioni, l’organizzazione e la spinta a cambiare la società, che i comitati della sanità esprimono, per avere respiro e prospettiva deve legarsi al movimento comunista cosciente e organizzato e confluire nel fiume della rivoluzione socialista.

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