Rilanciamo a seguire un articolo pubblicato su www.ilblogdellestelle.it da Vito Petrocelli (M5S), presidente della Commissione Esteri del Senato che racconta con esempi pratici in cosa consista il sistema del Franco CFA contro cui si sta scagliando il vicepremier del Movimento 5 Stelle Luigi Di Maio. Tale sistema non è altro che una sovrastruttura politica-economica che i gruppi imperialisti francesi impongono ai paesi africani nell’ambito della spartizione del mondo tra gruppi imperialisti tipica dell’imperialismo.

È importante mettere a fuoco in questi termini l’analisi per non cadere nella logica della guerra tra popoli e tra Stati propria alla logica imperialista e funzionale alla promozione della mobilitazione reazionaria. Per questo prima di rilanciare l’interessante contributo di Petrocelli è importante fissare alcuni aspetti utili.

Innanzitutto è decisivo affermare che leggere la situazione attuale da un punto di vista di lotta tra le classi è utile a comprendere in cosa consiste l’imperialismo, fase suprema del capitalismo, per come l’ha trattata Lenin in L’imperialismo – Fase suprema del capitalismo (1916):

«Tutte le definizioni troppo concise sono bensì comode, come quelle che compendiano l’essenziale del fenomeno in questione, ma si dimostrano tuttavia insufficienti, quando da esse debbono dedursi i tratti più essenziali del fenomeno da definire. […] i suoi cinque principali contrassegni sono:

1) la concentrazione della produzione e del capitale, che ha raggiunto un grado talmente alto di sviluppo da creare i monopoli con funzione decisiva nella vita economica;

2) la fusione del capitale bancario col capitale industriale e il formarsi, sulla base di questo “capitale finanziario”, di un’oligarchia finanziaria;

3) la grande importanza acquistata dall’esportazione di capitale in confronto con l’esportazione di merci;

4) il sorgere di associazioni monopolistiche internazionali di capitalisti, che si ripartiscono il mondo;

5) la compiuta ripartizione della terra tra le più grandi potenze capitalistiche.

L’imperialismo è dunque il capitalismo giunto a quella fase di’ sviluppo, in cui si è formato il dominio dei monopoli e del capitale finanziario, l’esportazione di capitale ha acquistato grande importanza, è cominciata la ripartizione del mondo tra i trust internazionali, ed è già compiuta la ripartizione dell’intera superficie terrestre tra i più grandi paesi capitalistici».

Con l’avvio della seconda crisi generale per sovrapproduzione assoluta di capitale i gruppi imperialisti stanno acuendo queste caratteristiche fondamentali nel disperato tentativo di far fronte alla crisi che essi stessi hanno generato. Gli ambiti di questo scontro sono tre: a) Lotta/concorrenza tra gruppi imperialisti per la valorizzazione del capitale ancora valorizzabile; b) Unità tra gruppi imperialisti nel contrastare la resistenza spontanea che le masse popolari di tutto il mondo oppongono alla crisi generale del sistema capitalista; c) Spartizione del mondo e aggressione dei paesi oppressi da parte dei gruppi imperialisti alla ricerca di nuovi campi di valorizzazione del capitale attraverso manovre sporche (multe a Russia e Cina, boicottaggio di paesi come il Venezuela, sovrastrutture politico/finanziarie ai danni dei paesi africani come il sistema del franco CFA) e guerre aperte contro i paesi oppressi dall’imperialismo (Siria, Iraq, Iran, Libia ecc.).

Nello sviluppo di questo scontro, su questi tre ambiti, i gruppi imperialisti si sono dotati di un programma comune, esso consiste in: a) eliminazione delle conquiste di civiltà e benessere per le masse popolari dei paesi imperialisti; b) ricolonizzazione dei paesi e popoli oppressi: guerre, devastazioni e cacciata della popolazione; c) repressione del movimento di resistenza delle masse popolari.

È innanzitutto contro questo programma comune che in mille forme si esprime la resistenza spontanea delle masse popolari di tutto il mondo. Attualmente ci troviamo in una fase politica straordinaria generata da questa resistenza spontanea delle masse popolari: ne siano esempi le manifestazioni continue che si sviluppano in Spagna e l’insediamento di un governo in discontinuità con quelli precedenti diretta emanazione della UE; le forti mobilitazioni delle masse popolari greche o quelle dei Gilet Gialli in Francia; il protagonismo popolare degli ultimi anni in Italia (mobilitazioni operaie, campagne referendarie, lotte per il diritto alla casa, alla scuola, alla sanità o in difesa/conquista del lavoro) che ha portato agli esiti del voto del 4 marzo e all’instaurazione del governo M5S-Lega.

Il governo Di Maio-Salvini rappresenta, quindi, una crepa nel sistema politico dei vertici della Repubblica Pontificia, manifestazione particolare della svolta politica in corso nei paesi imperialisti. Esso è sia il risultato dell’insofferenza e dell’indignazione delle masse popolari verso le Larghe Intese e il programma di lacrime e sangue che esse hanno attuato negli ultimi decenni, sia il risultato di una mediazione, di un accordo tra i dirigenti del M5S e della Lega e i gruppi d’interesse e le istituzioni italiane e internazionali del sistema politico delle Larghe Intese. Rispetto a questo governo la questione decisiva non è stare a guardare e chiedersi se questo è “buono o cattivo”, la questione decisiva è agire, alimentare la mobilitazione e fare scuola di pratica di organizzazione per spingere questo governo (dalla natura contraddittoria) ad agire negli interessi delle masse popolari contro o in coerenza con la volontà dei suoi promotori. Solo così si potrà dare prospettiva alla fase politica in cui si trova l’Italia e tutto il mondo. Solo così si potrà incanalare la resistenza spontanea delle masse popolari verso la mobilitazione rivoluzionaria.

È giusto quindi accogliere come un segnale di discontinuità con i governi delle Larghe Intese alcune posizioni di politica internazionale prese dal “governo del cambiamento”: nel non riconoscere l’autoproclamatosi presidente golpista del Venezuela Guaidò o nel denunciare il sistema criminale del Franco CFA con cui gli imperialisti francesi (gli imperialisti non le masse popolari francesi!) opprimono e sottomettono mezzo continente africano. Bisogna, però, incalzare il governo italiano a dare seguito pratico a queste posizioni ritirando le truppe italiane sparse nel mondo a spalleggiare le occupazioni militari degli imperialisti USA, UE e sionisti, nel ritirare i cartelli e i trust con cui le multinazionali italiane soffocano tanti paesi oppressi nel mondo (vedi il ruolo di ENI in nord Africa, le partnership di SNAM in affari d’oro che riguardano l’approvvigionamento energetico come TAP, la produzione di armi di Fincantieri e Finmeccanica ecc.).

Queste e tutte le altre rivendicazioni diventeranno un terreno di organizzazione e mobilitazione anche per gli attivisti e gli elettori di Lega e Movimento 5 Stelle: questa è la strada per togliere terreno alla mobilitazione reazionaria di cui Salvini punta a diventare il “campione nazionale”. Questa esperienza pratica, la difesa dei diritti e la conquista di nuovi porterà sempre più le masse popolari a capire che per fare gli interessi degli italiani e degli stranieri bisogna distinguere tra gli italiani e gli stranieri che per vivere devono lavorare e gli italiani e gli stranieri che speculano su di loro, che li trattano come carne da macello, come “capitale umano”, come esuberi, come polli da spennare, come conti correnti da prosciugare, come fessi da imbrogliare, come pedine da manovrare! Questi italiani e questi stranieri sono anche una delle cause dell’immigrazione, con le guerre e il saccheggio che promuovono nei paesi oppressi per fare i loro affari.

La pratica dimostrerà che il governo M5S-Lega non si dà i mezzi per attuare gli interessi dei lavoratori e che per attuarli bisogna liberarsi dalla borghesia imperialista e dal Vaticano: costruire un Governo di Blocco Popolare per avanzare nella lotta per fare dell’Italia un nuovo paese socialista!

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La brutta fine dei leader africani contrari al ‘libero e volontario’ sistema del franco CFA

Luigi Di Maio ha avuto il coraggio di squarciare il velo di ipocrisia che nascondeva lo scandaloso sistema del franco CFA suscitando, come ovvio, le ire di Macron. Un sistema neocoloniale che affama mezza Africa ma al quale, secondo Macron, gli Stati africani aderiscono con gioia e dal quale sono liberi di sganciarsi in ogni momento. Vogliamo ricordare che fine hanno fatto tutti i capi di Stato africani che hanno tentato di farlo?

Nel 1963 Sylvanus Olympio, primo presidente eletto del Togo, si rifiutò di sottoscrivere il patto monetario con la Francia. Il 10 gennaio 1963 ordinò di iniziare a stampare una moneta nazionale e tre giorni dopo fu rovesciato e assassinato in un golpe condotto da ex militari dell’esercito coloniale francese.

La stessa sorte toccò a Modioba Keita, primo presidente della repubblica del Mali: nel 1968, appena annunciò l’uscita dal franco coloniale CFA denunciandolo come trappola economica per il suo Paese, rimase vittima di un colpo di Stato, guidato anche qui da un ex legionario francese.

Nel 1987 fu la volta dell’eroe panafricanista Thomas Sankara, primo presidente del Burkina Faso indipendente, ucciso in un golpe sostenuto dalla Francia dopo aver proclamato la necessità di liberarsi dal gioco neocoloniale del franco CFA.

In tempi più recenti la Francia è intervenuta direttamente: nel 2011 il presidente della Costa d’Avorio, Laurent Gbagbo, propose di salvare l’economia del Paese abbandonando il franco FCA in favore del Mir, Moneta ivoriana di resistenza: pochi mesi dopo la Francia bombardò il palazzo presidenziale e le forze speciali francesi fecero prigioniero Gbagbo.

E arriviamo a Muhammar Gheddafi, che progettava di rimpiazzare il franco CFA con una nuova valuta panafricana basata sul dinaro libico e sostenuta dalle ingenti riserve auree di Tripoli. Una e-mail del 2 aprile 2011 ricevuta dall’allora segretario di Stato americano Hillary Clinton da un suo stretto collaboratore spiegava che questa era la motivazione principale dell’attacco militare francese.

Questa è la sorte di chi si è opposto al ‘libero e volontario‘ sistema del franco CFA, il simbolo più visibile di un neocolonialismo che permette alle multinazionali di depredare a rischio zero le immense riserve di materie prime dell’Africa Occidentale: uranio, metalli rari, oro, petrolio, gas ma anche legname pregiato e derrate alimentari. Non si può più far finta di non vedere: il pieno diritto all’autodeterminazione dei popoli dell’Africa rappresenta la battaglia di civiltà più importante dei nostri tempi.

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