Si sprecano le dichiarazioni di politici, imprenditori, ecclesiasti, esponenti dei poteri della Pontificia Repubblica Italiana che dirigono il paese, sul fatto che espressione della decadenza sociale è la disoccupazione di cui quella giovanile ha raggiunto quasi il 38% nel 2016 (28% in bergamasca). E questo a ben dire, dato che lavoro significa per le masse popolari prima di tutto sopravvivenza e poi contributo al progresso sociale, quindi anche individuale, e, per i giovani, emancipazione dalla famiglia. La temporanea ripresa dei profitti non si traduce nella soluzione del problema se non dietro la truffa del considerare occupato chi svolge anche un solo giorno di lavoro nella settimana. Infatti, oltre ai più di 2,5 milioni di lavori in nero esistenti, il 30% dell’occupazione oggi è precaria e ormai circa l’80% di quella che si attiva è di tale tipo, non garantendo così la costruzione di un futuro alle giovani generazioni.
L’introduzione di tecnologie nel ciclo produttivo per aumentare la produttività individuale come strumento far fronte alla crisi generale del sistema produttivo (entrata dal 2008 nella sua fase acuta e irreversibile) non aumenta l’occupazione ma la riduce. Ai giovani ha dato lavoro precario, sottopagato o addirittura gratuito, (spesso nemmeno rispondente alle aspirazioni ed esperienze di studio), legalizzati dalle riforme del Jobs Act, Buona Scuola e Terzo Settore: le tecnologie, le conoscenze, le capacità organizzative raggiunte dall’umanità, in mano agli imprenditori non sono utilizzate per il progresso sociale, ma per arricchirsi distruggendo tessuto sociale. Il peso del Volontariato sociale nell’erogazione di servizi pubblici necessari e utili, da la misura dei posti di lavoro necessari e della irresponsabilità di chi dirige il paese.
Se da un lato si allontana sempre più l’età di ingresso dei giovani nel mondo del lavoro scaricando sulle famiglie la crisi del sistema sociale, dall’altro in 50.000 tra i 18 e i 34 anni hanno lasciato il paese nel 2016 in cerca di futuro, aggiungendosi agli altri 75.000 lavoratori che si sono spostati all’estero per lavorare.
Una delle ultime misure del governo dei ricchi per assecondare un futuro di sfruttamento dei giovani è la riforma della Buona Scuola, che tra i vari aspetti negativi piega quello del rapporto tra scuola e mondo del lavoro alla logica dello sfruttamento con la forma data all’alternanza scuola-lavoro in cui i crediti formativi (con una formazione spesso inesistente) e la loro “obbligatorietà” confermano di rendere la vita più semplice a chi ne ha facoltà economica, rendendola invece più difficile agli studenti di estrazione proletaria, operaia e meno abbiente. Da un’inchiesta realizzata dall’Unione degli studenti emerge come siano necessarie anche svariate centinaia di euro per il trasporto, i pasti e tutto il resto dei costi accessori alla prestazione gratuita obbligatoria che gli studenti devono offrire per svolgere lavori nelle aziende principalmente da tappabuchi e a copertura di carenze di organico e per tamponare ai licenziamenti dovuti alla crisi. La Buona Scuola è una legge che in sostanza sancisce lo sfruttamento a pagamento per i giovani delle masse popolari.

Come pensano che un giovane oggi creda alle false promesse di un sistema, quello capitalista, che va a morire e cerca di trascinare con sé tutto e tutti? In tutto il paese cresce l’insubordinazione verso la borghesia che lo dirige e verso la guerra di sterminio non dichiarata che essa muove contro le masse popolari. L’esperienza pratica e le lotte crescenti dei giovani in tutto il paese danno alle nuove generazioni fiducia nel fatto che noi possiamo e dobbiamo essere agenti del nostro futuro, mai spettatori e per questo organizzarsi cominciando dall’interno delle scuole, costruendo organismi che consentano agli studenti di mettere a fuoco i problemi esistenti e dirigerne la soluzione insieme ai lavoratori; che consentano loro di proiettarsi poi all’esterno stabilendo relazioni con quanti tra gli operai delle aziende e le masse popolari sui territori stanno promuovendo mobilitazioni per far fronte agli effetti della crisi del sistema capitalista, per costruire un paese nuovo: fare dell’Italia un paese socialista, come fecero gli operai, i contadini e i soldati russi nel 1917. Oggi più che mai per un giovane delle masse popolari partecipare alla costruzione della rivoluzione socialista in Italia è il modo migliore per emanciparsi ed emancipare al contempo tutta la sua classe.

Ne discutiamo
il prossimo 6 dicembre alle ore 16.00
presso la sede in via Zenale 1 – Treviglio

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