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Il movimento rivoluzionario avanza se i rivoluzionari affermano tesi giuste contro tesi sbagliate

Redazione di Resistenza by Redazione di Resistenza
Marzo 17, 2017
in Resistenza n. 2/2017, Unità dei comunisti
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Sulla lotta ideologica con Rete dei Comunisti e PC di Rizzo

Da alcuni mesi le organizzazioni della Carovana del (nuovo)PCI hanno intrapreso una campagna contro le concezioni e le posizioni disfattiste e attendiste entro il movimento del nostro paese che si definisce comunista. Nel numero 1/2017 di Resistenza abbiamo spiegato che questa campagna non significa rottura dell’unità entro questo movimento, ma discussione necessaria su come questo movimento deve operare per avere successo, per vincere. Quindi è rottura di un’unità statica e formale (stiamo tutti nello stesso recinto) per creare un’unità in movimento verso l’obiettivo, verso la vittoria (usciamo dal recinto e conquistiamo la prateria).

In ogni attività umana ci sono concezioni e posizioni divergenti sul da farsi. Che concezioni e posizioni siano divergenti è normale, e sarebbe strano il contrario, soprattutto se si tratta di fare una cosa nuova, mai fatta prima, come è la rivoluzione socialista in Italia, ad esempio, e che riguarda l’azione e il destino di decine di milioni di persone.

Concezioni divergenti sulla rivoluzione socialista in Italia sono 1. che questa rivoluzione oggi è possibile e 2. che questa rivoluzione oggi è impossibile. La concezione disfattista è la seconda delle due. Le posizioni divergenti sulla rivoluzione in generale sono 1. che questa rivoluzione va fatta, costruita, e 2. che questa rivoluzione arriverà e quindi bisogna aspettarla. La seconda delle due è la posizione attendista.

Concezioni disfattiste e attendiste ci sono sempre nel movimento di lotta della classe operaia e delle masse popolari e nella storia del movimento comunista. Un esempio nella storia politica è quello del Comitato di Liberazione Nazionale nell’Italia occupata dai nazisti durante l’ultima Guerra Mondiale, dove la posizione attendista era quella di chi voleva aspettare che a liberarci arrivassero gli anglo-americani, mentre la posizione contraria era quella del PCI, che dichiarava la necessità di iniziare la lotta armata e che la iniziò, senza aspettare che gli attendisti si convincessero (gli attendisti li seguirono).

Se guardiamo la storia dell’umanità nel suo complesso a partire dal periodo in cui è iniziata la divisione in classi, molti millenni fa, comprendiamo perché disfattismo e attendismo riguardo alle rivoluzioni sono una posizione e una concezione radicate in profondità.

Nelle società divise in classi, le classi oppresse sono spinte a considerare l’oppressione una cosa eterna, perché “è sempre stato così”, “sempre ci saranno i poveri e i ricchi”, o una cosa giusta, perché “chi comanda merita di farlo per l’intelligenza o il coraggio che lo distinguono da tutti gli altri”, o una cosa insuperabile, “perché nonostante tutte le rivoluzioni della storia alla fine chi ha vinto non ha liberato dall’oppressione, ma è diventato un nuovo oppressore”. Le classi oppresse sono spinte a questo tipo di ragionamenti dalla classe che li opprime, che ha ogni interesse a continuare a opprimerle, e quindi coltiva disfattismo con ogni arma, con religioni, con filosofie, con arti di vario genere. Il fatto che gli oppressori dedichino tante energie a seminare disfattismo, è segno che temono la loro fine, che temono le rivoluzioni, perché le rivoluzioni non solo sono possibili, ma sono necessarie. Nella società si sviluppano contraddizioni che inducono una serie di mutamenti quantitativi e che impongono salti di qualità, come, ad esempio, i mutamenti della temperatura dell’acqua, solida quando è 1 o 2 gradi sotto lo zero, liquida quando è 1 o 2 gradi sopra lo zero.

Il mutamento della temperatura dell’acqua però è un esempio che inganna. Da un secolo e mezzo a questa parte si è estesa e radicata in tutto il mondo l’idea che la rivoluzione è necessaria, che sarà una rivoluzione definitiva nel senso che abolirà la divisione in classi, che sarà una rivoluzione socialista, dove si produrrà per il benessere collettivo e non per il profitto individuale, ma questa idea nuova è rimasta ancorata a una concezione vecchia, quella della rivoluzione come qualcosa che scoppia quando ci sono determinate condizioni, come acqua che ribolle quando la temperatura supera i 100 gradi. Questo succede anche oggi: quelli che desiderano la rivoluzione sono sempre di più, ma massima parte di costoro si aspetta che la rivoluzione accada. In un paese imperialista come il nostro la classe operaia e le masse popolari hanno conquistato cultura e tempo libero in misura incomparabilmente superiore rispetto alle condizioni della classe operaia e delle masse popolari in Russia prima della Grande Rivoluzione d’Ottobre del 1917, ad esempio, ma tutta questa scienza e cultura e tempo non lo usano ancora per costruire la rivoluzione. Gran parte di loro sono impegnati in mille attività, nelle relazioni di parentela o di amicizia, o in attività culturali o sportive o di solidarietà o anche in attività sindacali o politiche relative a determinati settori, ma, quanto alla rivoluzione socialista, che è sintesi della realizzazione dei mille interessi e aspirazioni che crescono tra le masse popolari, aspettano che accada. Perché?

Se ognuna delle attività che mille persone fanno fosse un mattone, nessuna di quelle mille persone aspetterebbe che quei mille mattoni si unissero insieme, spontaneamente, diventando un muro. Se invece queste ipotetiche mille persone pensano che questo debba accadere per la rivoluzione che attendono, non è perché sono stupide, ma perché pensano che questa rivoluzione non è cosa che si costruisce, ma che avviene, che scoppia come fosse un evento naturale, come acqua che il fuoco fa ribollire, come rabbia che una miseria crescente suscita.

Gramsci, quando era in carcere, disse che questo era un modo di pensare vecchio: mentre un tempo le masse popolari credevano in Dio e si aspettavano che la sua provvidenza venisse in loro soccorso, così all’inizio nel movimento comunista c’è chi ha coltivato l’idea che “la storia ci darà ragione” e che quel giorno vinceremo. Questo serve, dice Gramsci, a superare i tempi più bui dell’oppressione e della dittatura della borghesia, soprattutto quando abbiamo subito sconfitte pesanti, ma oggi non serve più quando, dice, chi è subalterno diventa protagonista, quando “sente di essere responsabile perché non più resistente, ma agente e necessariamente attivo e intraprendente”, quando, cioè, diventa costruttore della rivoluzione e non la aspetta più passivamente.

Questo salto, questo passaggio dei subalterni dall’essere passivi all’essere attivi, non avviene però meccanicamente, naturalmente, spontaneamente. È un fatto sociale, umano, e quindi richiede che tra i subalterni si estendano progressivamente le condizioni di coscienza e di volontà necessarie allo scopo.

Oggi questo passaggio riguarda gli operai, i lavoratori e gli elementi avanzati delle masse popolari del nostro paese, impegnati nelle mille lotte di resistenza a fronte della crisi che procede e dell’attacco della borghesia che sempre più si manifesta come guerra, una guerra di sterminio non dichiarata. Per fare questo passaggio è importante che quegli operai, quei lavoratori, quegli elementi avanzati comprendano il legame di quella loro lotta con la lotta generale per la trasformazione rivoluzionaria della società, che quella lotta sia quindi per loro una scuola di comunismo, e che la rivoluzione socialista, grande passo verso il comunismo, è possibile, e anzi è in corso. Non credere alla possibilità della rivoluzione socialista influisce negativamente anche in quella delle loro lotte che è la più generosa e la più estesa. Per questo motivo la Carovana del (nuovo)PCI combatte con determinazione e fino in fondo l’idea che la rivoluzione socialista è impossibile e chi di questa idea fa bandiera, così come Rete dei Comunisti e PC di Rizzo, e non solo. Combatte con determinazione e fino in fondo il disfattismo e l’attendismo, concezione e posizione che tra le masse popolari sono un modo di restare ancorati al passato, tirati giù da un passato che sta sprofondando e critica senza mezzi termini chi invece di eliminare questa concezione e questa posizione la riproduce tentando di darle la dignità di linea politica e filosofica e così facendo contribuisce a diffondere sfiducia, pessimismo e passività.

Chi oggi mantiene la fiducia di settori della classe operaia, dei lavoratori, delle masse popolari perché in questi anni e decenni è rimasto presso a loro nei fronti di lotta, perché ha condotto le lotte rivendicative con onestà, perché non ha rinnegato la storia del movimento comunista, perché vuole si realizzi quanto la democrazia borghese ha promesso, infonda fiducia a chi lo segue. Smetta di attendere soluzioni dai vertici della Repubblica Pontificia, di rivendicare a loro quello che non possono né vogliono dare e si assuma responsabilità politica. Smetta di fare opposizione in eterno, di fare solo resistenza, di fare come il subalterno di Gramsci, e si ponga come dirigente, come responsabile, come componente di un governo di emergenza che sia punto di riferimento per il movimento delle masse popolari che cresce, si organizza, si coordina, si articola. Questo è il nuovo che sta nascendo e che esige di nascere completamente.

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