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Da Rete antimilitarista per la pace

Agenzia Stampa Staffetta Rossa by Agenzia Stampa Staffetta Rossa
Maggio 12, 2026
in Teorema terrorismo
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Napoli 09/05/2026 

Solidarietà agli indagati del Partito dei CARC – Contro la criminalizzazione del dissenso

La Rete Antimilitarista per la Pace esprime solidarietà alle compagne e ai compagni del Partito dei CARC colpiti dalle perquisizioni disposte il 21 aprile dalla Procura di Napoli, con le ipotesi di reato di associazione con finalità terroristiche.
Le perquisizioni tra Napoli e Firenze hanno interessato vari attivisti tra cui tre membri della direzione nazionale del partito, prevedendo il sequestro di dispositivi informatici e la ricerca di armi, esplosivi e materiale di addestramento alla guerriglia.

Per quanto emerge dal decreto di perquisizione, tuttavia, l’impianto accusatorio sembra fondarsi essenzialmente su contenuti politici diffusi attraverso i profili social, attività di propaganda, discussioni sull’organizzazione di iniziative e momenti di partecipazione politica. Non vengono contestati atti violenti compiuti, pianificati o tentati.

È proprio questo l’aspetto più grave e preoccupante: quando strumenti eccezionali e accuse di questa portata vengono ricondotti all’esercizio della parola, dell’organizzazione politica e della libera espressione del dissenso, non è in gioco soltanto la posizione degli indagati, ma un principio fondamentale della vita democratica. Viene messo in discussione il perimetro delle libertà costituzionali di associazione, manifestazione del pensiero e partecipazione politica.

E non è la prima volta. I procedimenti che nel corso degli anni hanno colpito i CARC hanno spesso riguardato non specifici fatti di reato, ma l’attività politica nel suo complesso: il lavoro con i giovani, la solidarietà con il popolo palestinese, l’attività No-NATO, l’organizzazione di momenti di formazione e mobilitazione. Misure cautelari come obblighi di firma, DASPO e altre limitazioni sono state in diversi casi utilizzate prima ancora dell’accertamento processuale, con effetti concreti di compressione dell’agibilità politica: più che di azione giudiziaria, si tratta di una forma di controllo sociale.

Siamo ormai nel pieno di un clima politico e culturale che tende a ridurre la complessità, polarizzare il confronto e trattare il dissenso come una colpa da reprimere. I Decreti Sicurezza e, più in generale, l’impianto repressivo, che si sta rafforzando in questi ultimi anni, non sono solo un insieme di norme tecniche, sono un messaggio politico preciso, volto a limitare lo spazio del dicibile, del praticabile, del legittimo.

Quando si colpiscono i movimenti dal basso che si organizzano, anche politicamente, non si sta difendendo l’ordine pubblico; si sta piuttosto tentando di governare il conflitto sociale attraverso la paura, lo stigma e la sanzione. Le leggi repressive funzionano perché alimentano l’idea che esistano categorie sospette – attivisti, operai, studenti, disoccupati, immigrati, anarchici – contando sul fatto che chi non appartiene a quelle categorie si senta al sicuro, non coinvolto.

La sicurezza non è però l’assenza di dissenso, è la presenza di giustizia sociale, di diritti esigibili, di libertà reali. Le norme che comprimono a dismisura la libertà di manifestare, di esprimersi, di organizzarsi non proteggono nessuno: impoveriscono tutti.

Come Rete impegnata per la pace e contro il militarismo, sappiamo che la pluralità delle voci è una ricchezza da difendere, non un pericolo da sradicare. Esprimiamo la nostra solidarietà a chi è colpito da questa operazione e il nostro rifiuto della logica che la sostiene: una logica che, se accettata, non si fermerà a un partito ma potrà estendersi a chiunque osi dissentire. Preservare gli spazi di agibilità politica è una condizione essenziale perché il conflitto sociale possa esprimersi apertamente, senza essere ricondotto alla repressione.

Rete Antimilitarista per la Pace

[email protected]

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