Le perquisizioni di qualche giorno fa ai danni di alcuni esponenti del Partito dei CARC, nell’ambito di un’inchiesta della Procura di Napoli con accuse pesantissime, impongono una presa di posizione chiara, al di la’ della condivisione o meno della loro linea politica.
Ho votato No al referendum proprio perché la politica non controllasse la magistratura, né interferisse con le indagini.
Alla politica, però, spetta difendere sempre lo spazio costituzionale del dissenso, dell’organizzazione e della militanza.
Da tempo il governo Meloni e la destra alimentano una progressiva criminalizzazione di chi protesta, si mobilita, contesta le politiche di guerra, il riarmo, la complicità con il massacro del popolo palestinese.
Lo abbiamo visto con i decreti sicurezza, con l’idea di trasformare il conflitto sociale in problema penale, con il ricorso allo strumento del decreto anche su materie delicate come il diritto penale, dove servirebbero invece confronto, garanzie e rispetto pieno dei principi costituzionali.
In questo clima, l’uso di categorie come “terrorismo” contro attività politiche organizzate deve preoccupare tutti.
Perché oggi tocca a loro. Domani può toccare a qualunque movimento, collettivo, sindacato, partito o cittadino che decida di non piegare la testa.
Il dissenso politico non si processa come un’emergenza criminale. Si affronta nella democrazia, nel conflitto sociale, nella libertà garantita dalla Costituzione.
Alla politica spetta anche un altro compito: non reprimere il conflitto, ma rimuovere le cause sociali, economiche e politiche che lo producono.

