Ho letto il decreto di perquisizione emesso dalla Procura di Napoli ed eseguito il 21 aprile a carico di cinque indagati e di un soggetto minorenne appartenenti ai CARC (comitati di appoggio alla resistenza per il comunismo), nell’ambito di un’indagine per associazione con finalità di terrorismo riconducibile all’operatività delle Brigate Rosse.
Emergono dallo stesso alcune contraddizioni che non posso ignorare.
Innanzitutto, le condotte descritte (formazione politica di giovani militanti, pubblicazione di contenuti sui social, partecipazione a manifestazioni, organizzazione interna di un partito legalmente esistente) sono condotte ordinarie di qualsiasi soggetto politico organizzato. Cosa rende speciale allora i CARC rispetto ad altri?
Secondo la Procura, è la “convergenza ideologica” con le Brigate Rosse (che il decreto individua come elemento centrale); ma questo rischia di trasformare la semplice adesione ad una determinata ideologia politica in una fattispecie penalmente rilevante. Questo, in uno Stato di diritto, non è ammissibile.
Colpisce inoltre la sproporzione tra l’intensità degli strumenti impiegati (perquisizioni personali, domiciliari, sequestro di dispositivi informatici, blocco di account social) e l’assenza di qualsiasi misura cautelare nei confronti degli indagati. Se il pericolo fosse reale e attuale, quella asimmetria sarebbe difficile da spiegare.
Se invece il pericolo non è tale da giustificare misure restrittive, occorre chiedersi a cosa servano misure investigative così invasive.
Peraltro, questo provvedimento non è isolato, ma si inserisce in una tendenza sempre più marcata ad utilizzare le norme antiterrorismo (che sono pensate per fronteggiare organizzazioni armate clandestine) per colpire forme di attivismo politico legale, per quanto radicale, ma scomodo. Una tendenza che, se non viene nominata e contrastata, rischia di normalizzarsi, restringendo progressivamente gli spazi di dissenso che una democrazia dovrebbe invece proteggere. Il confine tra uno Stato che si difende e uno Stato che intimidisce chi la pensa diversamente è molto sottile, e vale la pena presidiarlo con tutte le nostre forze.
Le opinioni, anche le più scomode, non sono terrorismo, soprattutto nel caso di specie, visto che sono slegate da qualunque tipo di azione pratica che possa essere vagamente accostata al terrorismo.
Il terrorismo, quello vero, è cosa troppo seria per essere inflazionata.
Avv. Luca Saltalamacchia

