Intervista a Luigi Pisci, attivo nei comitati di lotta contro la speculazione energetica in Sardegna

Abbiamo raccolto questa intervista l’11.02.24 nell’occasione di un presidio a Cagliari promosso dalla lista Sardegna R-esiste e Anvui (va linkato la pagina di riferimento o spiegato cosa sono?) svolto durante la campagna elettorale per le regionali in Sardegna con voto al 25.02.

In Sardegna è in atto un piano di speculazione finanziaria ed energetica: un cartello che diverse aziende specializzate nella “green economy” hanno messo in campo per la costruzione di nuovi e giganteschi parchi eolici, connessi alla costruzione di un maxi condotto elettrico – il Thyrrenian Link – che collegherà Sardegna e Sicilia al continente per il trasporto dell’energia prodotta sulle isole. l’ennesima opera di speculazione, utile a far arricchire le multinazionali in nome della cosiddetta “transizione energetica”, sostenuti dai lauti finanziamenti dell’Ue, grazie a due decreti legge del governo Draghi. Già da qualche anno si è sviluppata la mobilitazione contro questa gigantesca opera di speculazione e di distruzione del territorio sardo, già in grande parte soggetto a servitù militare e inquinato dalle esercitazioni a fuoco dei paesi Nato. Si tratta dell’ennesima opera imposta dall’alto senza il consenso popolare e con la scusa – che dopo più di un anno sa di farsa – della necessità per l’Italia di costruirsi una propria indipendenza energetica dalla Russia. Per approfondire: L’eolico in Sardegna “è una cagata pazzesca!

Innanzitutto brevemente raccontaci le origini e il motivo della lotta contro la speculazione energetica in Sardegna.

Sono Luigi Pisci, sono militante di Isili, un paese del centro Sardegna e sono attivo in un comitato locale che lotta contro la speculazione energetica. La battaglia contro la speculazione energetica nasce quando sono cominciati a piovere sulla testa dei nostri territori decine e poi centinaia di progetti di costruzione di mega parchi eolici e fotovoltaici, nella maggior parte dei casi presentati da società di comodo con circa 10.000 euro di capitale. Sono dei progetti che allo stato attuale, se realizzati, produrrebbero una equivalente di potenza energetica tale da soddisfare un’intera nazione industrializzata e tutto questo sulle esclusive spalle della Sardegna. Si tratta di una vera e propria aggressione. Dato che ovviamente i sardi non hanno bisogno di tutta questa energia, essa verrà esportata verso il centro-nord Italia industrializzato. I sardi ancora una volta, così come accaduto per l’abbattimento delle foreste attuato dai piemontesi  nel periodo delle chiudende (1820), per le servitù militari (dal 1956 ad oggi), per il piano di rinascita e industrializzazione forzata della Sardegna (1962-63), ancora una volta la Sardegna, nelle volontà dei predoni e speculatori dell’energia rinnovabile, dovrà sacrificare una parte fondamentale di se stessa per interessi economici speculativi totalmente avulsi dagli effettivi interessi del popolo sardo.                                 

Quali territori e comitati coinvolge attualmente questa lotta?

Noi abbiamo preso il testimone da realtà che si sono mosse ben prima di noi. Infatti esisteva già un coordinamento di comitati che si occupava di “democrazia energetica”. Quello che siamo riusciti a fare noi è costruire dei fuochi nei diversi territori, facendo sviluppare la protesta attiva nelle regioni storiche della Sardegna. Ad esempio, nella primavera 2023, quando il Comitato Sarcidano Difesa Territoriale chiese di essere audito nella Commissione Attività Produttive del Consiglio Regionale, anzichè andarci soli, abbiamo preso il telefono e chiamato tutti i comitati presenti in Sardegna che si occupavano di speculazione energetica. All’epoca eravamo 5-6 comitati: quello è stato il primo momento di coesione ed il primo passo per costruire il coordinamento regionale dei comitati contro la speculazione energetica. Nel frattempo ci sono stati mesi di battaglia e di assemblee, di rivendicazioni. Nel Sulcis c’è un grosso comitato, così nel Medio Campidano, nell’Oristanese ci sono i comitati di Nargolia e Senega, ci siamo noi del Sarcidano. Tra le zone più colpite la Tregenda è quella più sguarnita, stiamo parlando di una zona minacciata dove non siamo ancora riusciti effettivamente ad innescare la nascita di comitati e su cui lavoreremo nei prossimi mesi.Ora i comitati sono almeno 11-12, alcuni nati negli ultimi mesi nel nord Sardegna, Gallura, Calangianus e recentemente nel Sassarese. Se l’obiettivo era quello di coprire l’intero territorio regionale attraverso la mobilitazione democratica dei cittadini, questo lo abbiamo fatto. Se l’obiettivo era quello di unire le lotte dei differenti territori e dare una prospettiva isolana alle rivendicazioni senza restare fermi al singolo progetto o al singolo territorio, questo è in essere.

Ci spieghi anche cosa vuoi dire con “democrazia energetica”?

Io durante il periodo dei gruppi di “democrazia energetica” (all’incirca tra il 2014-2019) mi occupavo di sanità, ho partecipato solo ad alcune assemblee. C’era un gruppo di persone con competenze specifiche che ha cercato a livello regionale di costituire forme associative in cui si potesse parlare di “democrazia energetica”. L’energia è uno dei fattori fondamentali per il vivere civile e uno degli elementi imprescindibili per costruire l’uguaglianza. Tutti abbiamo bisogno di energia come l’acqua, il lavoro, il cibo. L’energia è un bene comune. Queste associazioni hanno cercato di portare all’attenzione dell’opinione pubblica queste tematiche, cercando di allontanare lo spettro del ritorno al nucleare, della costruzione della dorsale del gas in Sardegna e delle fonti di energie rinnovabili speculative come l’eolico e il fotovoltaico, ma hanno anche cercato di impostare una politica di sviluppo di queste tecnologie che non fosse offensiva dei territori. In quegli anni c’era stata a Nargolia, ad esempio, una forte battaglia contro delle serre fotovoltaiche che andavano ad occupare un territorio fertile incredibilmente vasto: in quel caso la battaglia legale arrivò fino al Consiglio di Stato e hanno portato queste associazioni ad avere contro la Regione Sardegna, rappresentata da Francesco Pigliaru (ex presidente della regione Sardegna per il PD, ndr). Quindi quando i signori che oggi si presentano in campagna elettorale parlano di democrazia energetica facendo parte di quella storia politica, dovrebbero stare zitti, vergognarsi o chiedere scusa. Perché da un lato c’erano i cittadini a difesa dei loro territori e dall’altro il peso delle multinazionali affiancato dai loro uffici tecnici e dai loro avvocati per fare gli interessi dei rispettivi comitati d’affari. Come li vogliamo chiamare se non comitato d’affari, quando il Presidente di una Regione anziché difendere i suoi cittadini va a difendere gli interessi delle multinazionali energetiche?

Quali iniziative avete messo in campo sino ad ora per ostacolare le multinazionali della green economy? Che risposta c’è stata dai territori, dalle amministrazioni locali e dal resto delle istituzioni?

Allora la prima iniziativa nasce dopo l’incontro con la Commissione Unità Produttive, dove il presidente ci disse che loro non avevano ancora preso in mano la questione. Ci trovavamo di fronte ad una aggressione delle multinazionali nei confronti dell’isola e le istituzioni preposte a governare la Sardegna non avevano ancora fatto nulla. Quindi, noi abbiamo cercato di premere sulle istituzioni regionali, spingendo per l’approvazione di una legge di moratoria, perchè pensavamo fosse necessario iniziare un braccio di ferro giuridico e tecnico contro lo stato centrale. Una legge di moratoria ci avrebbe dato 180 giorni per concentrarci sulla scrittura di un nuovo piano energetico democratico da fare insieme ai territori e alle comunità locali, ci avrebbe concesso di trasformare un incubo in una progettualità proficua per la nostra economia e il nostro popolo. Se pensiamo che i sardi pagano la bolletta più alta d’Italia in proporzione al reddito medio, viene da sé pensare che il processo di innovazione tecnologica in ambito energetico dovrebbe essere al servizio dei lavoratori, del tessuto produttivo in difficoltà, principalmente quello rurale. L’energia prodotta da fonte alternativa, per noi, dovrebbe essere consumata in prossimità di dove viene prodotta con i giusti dimensionamenti. Tuttavia il governo regionale cosa ha risposto? Come al solito ha fatto passare settimane, mesi ed alla fine ha partorito il topolino: anziché una legge regionale di moratoria, ha prodotto un ordine del giorno votato da tutto il consiglio regionale, solo 2 gruppi si sono astenuti, nessuno ha votato contro. L’ordine del giorno diceva di chiedere a Solinas, di chiedere a Roma, di fare la moratoria: cioé chiedono ai nostri aguzzini di smetterla di vessarci, una contraddizione in termini, peraltro totalmente umiliante della Carta Statutaria Sarda, perchè la Sardegna nell’ambito dei suoi poteri come regione autonoma, ha competenza primaria nei confronti del governo del paesaggio, competenza concorrente (con lo Stato, ndr) nei confronti dello sviluppo energetico. Questi anziché far valere le virtù e le prerogative statutarie, hanno partorito un provvedimento inefficace, debole e umiliante per la dignità della Sardegna e per la proporzione di questa minaccia inedita che ci troviamo ad affrontare. La nostra proposta di moratoria credo sia la più completa che ci sia oggi in Sardegna. II piano energetico regionale, invece, potremmo scriverlo in qualsiasi momento.

Che passi avanti ci sono stati e quali difficoltà? Quale bilancio ne trai?

Quando noi abbiamo fatto le battaglie per difendere gli ospedali pubblici, ci siamo resi conto che la classe dirigente ha mangiato la foglia. Su grandi cortei abbiamo portato in piazza anche 3.500 persone. Abbiamo fatto sit-in, presidi, marce, assemblee, tutto quello che potevamo fare lo abbiamo fatto, abbiamo chiesto l’istituzione di cabine di regia, protocolli di intesa, anche per vedere se le nostre istituzioni fossero in grado democraticamente di rispondere agli interessi dei cittadini. Abbiamo sempre ricevuto la porta sbattuta in faccia o la presa in giro, oppure la melina logorante, mesi di scarica-barile delle responsabilità che, alla fine, portano anche i movimenti e i comitati a logorarsi dietro l’inseguimento di questo tipo di obiettivi. Quello che secondo noi va trovato sono nuove forme di mobilitazione veramente incisive ed efficaci, che riescano ad incrinare la certezza di impunità di questa classe dirigente, qualcosa che porti a dire alla classe dirigente che se la popolazione sta reagendo in questo modo ”forse abbiamo esagerato, forse è il caso di fermarci e capire cosa sta succedendo”. Quindi credo che il lavoro del coordinamento dei comitati nei prossimi mesi debba trovare elementi di rottura  per riuscire ad incidere laddove ancora non siamo riusciti ad incidere. Passatemi il termine, dobbiamo riuscire a ”mettere paura al potere”.

Hai risposto in parte alle domande successive, mi sembra che il bilancio che fai dell’esperienza dei comitati sia che non basta andare a chiedere alle istituzioni di realizzare questa o quella misura. Avete svolto o svolgerete iniziative che coinvolgano altri settori popolari, ad esempio gruppi organizzati nell’ambito della sanità o dell’occupazione militare?

Mi ricordo che quando facevamo la battaglia in difesa della sanità pubblica insieme ad A Foras avevamo organizzato la campagna ”più ospedali – meno militari”, che era il frutto di un ragionamento comune, di una vicinanza strategica, politica, ideologica, di unità di lotta tra istanze solo apparentemente differenti. L’unificazione di tutte queste vertenze probabilmente richiede una capacità organizzativa, uno sforzo che, forse, non siamo ancora pronti a realizzare. Oppure siamo pronti potenzialmente ma con difficoltà enormi come ad esempio il fatto che siamo tutti volontari, tutti lavoratori, e abbiamo tutti famiglia. Bisogna trovare momenti di mobilitazione comune, coordinarti, fare riunioni specifiche, analizzare le tattiche. E’ tutto molto, molto difficile perché la militanza oggi si deve confrontare con uno stile e qualità di vita che è quella voluta dal capitalismo e dal neoliberismo che di tempo libero ne lascia ben poco. La nostra capacità di reazione ne risente, ovviamente non nego che la strada giusta da percorrere è quella dell’unificazione di tutte le vertenze.

E’ in corso la campagna elettorale e ovviamente in molti hanno promesso o promettono di difendere la Sardegna dall’aggressione delle multinazionali. Che dibattito è in corso tra i comitati? Avete intenzione di approfittare del contesto di attenzione maggiore per tenere alta la bandiera della lotta contro la speculazione energetica, portando avanti iniziative che rafforzino l’azione dei comitati?

I comitati stanno seguendo i candidati contrari alle servitù per capire cosa vorrebbero fare una volta al governo. Sappiamo benissimo che alcuni candidati sono accomunati al sentimento di battaglia dei comitati, altri sono ambigui, come la coalizione di Truzzu, di Fratelli d’Italia, che parlando sul tema dicono ”non si può dire no a tutto”. Quando qualcuno dice che “non si può dire no a tutto” è a favore della servitù. Più complessa la questione è per la coalizione di Renato Soru. Lì dentro vi sono anime contrarie alle servitù militari ma la sostanza è alcuni portano posizioni di sostegno alle servitù energetiche, per esempio la costruzione della dorsale del gas in Sardegna. Noi tra qualche lustro il gas lo dovremmo comunque lasciare ed anche la dorsale avrebbe esclusiva matrice speculativa. Per quanto riguarda la coalizione di centro sinistra, M5S-PD, sappiamo che Alessandra Todde è stata sottosegretaria nel governo Draghi quando quel governo promulgava il decreto Draghi che ha spalancato le porte della speculazione, alle multinazionali in tutta Italia ed in particolare in Sardegna con un uso spropositato del concetto di interesse nazionale, espiantando tantissimi elementi di valutazione ostativa ai progetti proprio nelle procedure di valutazione degli stessi progetti, semplificandole. Il che significa agevolare la costruzione di questi impianti. Il quadro politico in Sardegna è questo, non solo a livello regionale ma anche locale: anche nelle amministrazioni comunali si annidano quei sindaci che davanti all’opinione pubblica di dichiarano contro la speculazione energetica, ma magari hanno già trattato sottobanco con le multinazionali. Questi amministratori spesso trattano perché pensano che quelle briciole che possono cascare dalle pale eoliche possano portare benefici alla propria comunità. E’ una visione totalmente miope, una prassi di svendita che purtroppo in Sardegna abbiamo visto attuare in tantissimi casi. La presenza nei territori ha anche la funzione di smascherare e bloccare questi tipi di comitati d’affari.

La mobilitazione è permanente, i progetti continuano ad arrivare, quindi noi dobbiamo informare permanentemente su ciò che accade poiché la popolazione non sa niente di questi progetti, soprattutto perché sono sotto controllo ministeriale. Arriva solo una mail PEC all’amministrazione comunale, l’informazione si ferma là. Non c’è nessun elemento ulteriore di conoscibilità del progetto prima che vengano aperti i cantieri. Questo è quanto successo per i terreni a Selargius, dove tutta la faccenda è passata sotto silenzio fino a quando non è stato il comitato locale a smascherare il sindaco, la giunta e la maggioranza in consiglio comunale. Quello che dobbiamo cercare di fare è migliorare la qualità ed incisività della mobilitazione attraverso scelte strategiche efficaci che riescano ad infliggere colpi di pugnale al potere regionale, e alla certezza di queste multinazionali di avere campo libero e che per loro vada tutto liscio. Dobbiamo far sì che ci sia la Pratobello contro la speculazione energetica: se non riusciremo a creare quella massa critica tale per cui sia possibile un tale livello di mobilitazione, la vittoria sarà impossibile.

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