Si aggrava la crisi politica nei paesi imperialisti

In ogni paese imperialista il sistema politico è in crisi, in preda ai contrasti tra fazioni della classe dominante e indebolito dal crescente distacco fra le masse popolari e le istituzioni borghesi.
Le vecchie forze politiche si disgregano, mentre nuovi partiti e personaggi che riescono a presentarsi come oppositori del sistema, da destra o da sinistra, raccolgono rapidamente consensi e altrettanto rapidamente li perdono quando mostrano la propria inconsistenza.
Il risultato è una situazione di crescente ingovernabilità, di caos, in cui la classe dominante resta a galla mettendo toppe sulle continue falle che si aprono, con l’unico risultato di peggiorare il disastro.


Prendiamo gli Stati Uniti, il paese al vertice del sistema imperialista mondiale.
Il precedente quadro politico fondato sull’alternanza tra Repubblicani e Democratici è andato in pezzi con l’elezione di Trump alla presidenza, nel novembre del 2016. Il clima che si vive nel paese è da guerra civile.
Il governo è di fatto paralizzato dall’ostruzionismo dell’opposizione: al Congresso (dove ha la maggioranza alla Camera), attraverso l’azione della Corte Suprema (dove ha la maggioranza dei giudici) e per mezzo dei governatori degli Stati federati che controlla.
In questo preciso momento, ad esempio, sono bloccati al Senato gli stanziamenti necessari a proseguire la guerra contro la Federazione Russa: i Repubblicani ne vincolano lo sblocco all’adozione di misure più feroci contro gli immigrati. I fondi si sono esauriti il 12 gennaio, ma un accordo sembra ancora lontano.
Giusto lo scorso dicembre una situazione simile si era verificata per il finanziamento delle attività amministrative del governo e lo “shutdown”, il fallimento, era stato evitato per un soffio con un accorso in extremis.
I Repubblicani hanno poi fatto approvare, il 12 dicembre alla Camera, una procedura di impeachment (il nome della particolare procedura con cui il Congresso può mettere sotto processo il presidente degli Usa) nei confronti di Biden, con l’accusa di complicità negli affari illeciti di suo figlio Hunter.
Trump, che si candida da favorito contro Biden alle prossime elezioni presidenziali del 2024, non è messo meglio, anzi. È accusato in svariati processi, i più gravi per incitamento all’insurrezione (per aver promosso l’assalto al Congresso del 6 gennaio 2021) e per tentata sovversione dei risultati elettorali.
Ma davvero basta seguire un po’ le prime fasi della campagna elettorale per comprendere il livello di crisi del sistema politico Usa. Il dibattito sfiora il ridicolo: Trump accusa Biden di non starci più con la testa, Biden accusa Trump di essere un pericolo per la democrazia, Trump accusa Biden di essere un pericolo per la democrazia, Nikky Haley (la sfidante di Trump alle primarie repubblicane) accusa Trump di non starci più con la testa, Trump accusa Nikki Halley di essere comunista. Un siparietto degno di un manicomio.
Intanto il paese è allo sbando, segnato da gravissimi problemi sociali: violenza, sparatorie, tossicodipendenza dilagante, disturbi mentali, obesità e miseria, con migliaia e migliaia di senzatetto accampati nelle vie delle principali città.

Prendiamo ora la Francia, uno dei paesi al vertice dell’Unione Europea.
Anche qua il precedente quadro politico fondato sull’alternanza tra Socialisti e Repubblicani è finito con la vittoria di Macron nel 2017, che trionfò proprio ponendosi come alternativo a quel sistema verso cui le masse popolari non nutrivano più alcuna fiducia. In realtà, negli anni successivi, Macron ha proseguito e anzi ha intensificato la precedente politica di attacchi ai diritti e conquiste delle masse e gli anni della sua presidenza sono stati costellati da grandiose mobilitazioni popolari. Ma anche da interventi pubblici di vertici dei militari e forze dell’ordine per invocare misure repressive più forti e un regime più autoritario.
Questa situazione ha reso l’azione di governo estremamente complicata. Tanto che l’8 gennaio Macron ha imposto al primo ministro Borne di rassegnare le dimissioni e ha formato un nuovo governo.
Anche in Francia la crisi del sistema politico ha portato a un clima da guerra civile: nelle strade, con il susseguirsi di manifestazioni, scontri di piazza, rivolte nelle banlieues, ma anche nel quadro politico, estremamente polarizzato. Oltre al partito di Macron, infatti, le uniche forze di rilievo e in costante crescita sono quelle che promettono di ribaltare l’attuale sistema: il Rassemblement National di Marine Le Pen, da destra, e La Franche Insoumise da sinistra.

Prendiamo infine la Germania, l’altro Stato al vertice della Ue, la “locomotiva d’Europa”.
I sedici anni di governi Merkel sono terminati improvvisamente nel 2021, con il suo ritiro dalla politica e la vittoria della “coalizione semaforo”: socialisti, verdi e liberali. Una coalizione di forze male assortite e messe assieme con lo sputo. Questo “solidissimo” governo si è subito trovato ad affrontare niente meno che… la catastrofe: guerra in Ucraina, crisi energetica, recessione. E ha dato pessima prova di sé. Contro i “cattivissimi russi” il cancelliere Scholz ha annunciato al mondo un vasto piano di riarmo, a proposito di prospettive per il futuro.
Per quanto riguarda l’economia invece, lo scorso autunno il governo si è addirittura visto dichiarare illegale dalla Corte costituzionale la legge finanziaria, cosa mai successa prima e che ha costretto il governo a riformularla tra grandi imbarazzi e tagliando 17 miliardi di euro.
Attualmente la coalizione semaforo è in grave crisi di consensi, mentre crescono anche in Germania i partiti che si pongono come anti sistema. Alternative Fur Deutschland (Afd), partito di estrema destra, e il nuovo partito sovranista di Sahra Wagenknecht, ex capogruppo della Linke al Bundestag, secondo i sondaggi sono rispettivamente la seconda e la terza forza a livello di consenso elettorale.

Un mese di grandi mobilitazioni in Germania
Per fare fronte al buco di bilancio il governo tedesco ha pensato di tagliare i sussidi degli agricoltori. La risposta non si è fatta attendere. Prima con azioni di protesta, come il blocco del molo nel porto di Schluttsiel dove un centinaio di agricoltori il 4 gennaio ha cercato di salire sull’imbarcazione che trasportava il ministro dell’economia tedesco, e poi con una vasta mobilitazione andata avanti dall’8 al 15 dicembre, paralizzando il paese. La protesta è culminata con una grande manifestazione: decine di migliaia di agricoltori e 5 mila trattori hanno sfilato fino alla porta di Brandeburgo a Berlino. Il governo ha quindi fatto marcia indietro su alcune misure e nel momento in cui scriviamo ha aperto una trattativa.
Negli stessi giorni, dal 10 al 13 gennaio, si è svolto anche un partecipatissimo sciopero dei trasporti, che ha visto cancellare l’80% dei treni. I lavoratori chiedono aumenti salariali e una diminuzione a 35 ore dell’orario di lavoro.
Ma non è solo la mobilitazione dei lavoratori a movimentare il quadro politico tedesco. Sempre agli inizi di gennaio è stata pubblicata dalla rete di giornalismo investigativo Correctiv un’inchiesta che ha rivelato il coinvolgimento di alcuni alti rappresentanti dell’Afd e di due membri della Cdu (partito centrista e liberal-conservatore) in una discussione segreta con alcuni imprenditori ed estremisti di destra per progettare una deportazione di massa di centinaia di migliaia di immigrati in Nord Africa.
Dall’uscita della notizia, il 12 gennaio, manifestazioni quotidiane hanno attraversato le principali città della Germania, coinvolgendo decine di migliaia di persone, per chiedere la messa al bando dell’Afd e di esprimersi contro il razzismo e il progetto di deportazione. Solo nel weekend tra il 20 e il 21 gennaio hanno manifestato in tutta la Germania quasi un milione di persone.
Insomma, come si vede bene nel caso della Germania, con l’ingovernabilità dall’alto avanza anche quella dal basso e i due processi si alimentano e rafforzano a vicenda, contribuendo ad accelerare e aggravare la crisi politica dei paesi imperialisti.

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