Con le elezioni regionali in Sardegna del 24 febbraio si apre la tornata elettorale del 2024 che proseguirà con le elezioni regionali in Abruzzo il 10 marzo. Le regionali in Basilicata, Piemonte e Umbria potrebbero svolgersi in concomitanza con le elezioni europee (8 e 9 giugno) come pure le elezioni amministrative in molti comuni, fra cui Bergamo e Firenze.
Non trattiamo l’argomento per illustrare una linea di intervento particolare e specifica, ma per rafforzare l’orientamento già definito in altri articoli (in particolare l’Editoriale), per completare il quadro dell’analisi rispetto alle contraddizioni del governo Meloni (vedi l’articolo a pag. 3) e per riprendere il discorso, anche sotto il profilo della lotta politica borghese, sulle opportunità e sui compiti dei comunisti.

Elezioni europee, regionali e amministrative, in modo diverso e a livello diverso, sono una specie di esame per entrambi i poli delle Larghe Intese.
Per quanto riguarda i partiti di governo, Fdi ha l’obiettivo di non perdere voti rispetto alle elezioni politiche del 2022. Il compito è arduo, a partire dal fatto che il governo Meloni ha tradito tutte le promesse che Fdi aveva fatto in campagna elettorale, ma necessario per continuare ad avere, almeno formalmente, il sostegno della maggioranza degli elettori.
La Lega è in una situazione anche più difficile: ha il tassativo obiettivo di aumentare il numero di voti, in particolare a discapito di Fdi, per non perdere ulteriormente ruolo – forse definitivamente – negli equilibri del governo.
In questo quadro, Fdi e Lega se le danno di santa ragione: ricatti e colpi di mano sulle candidature alle regionali in Sardegna (è arrivato il siluramento per via giudiziaria di Solinas a risolvere l’alterco), muro contro muro sul terzo mandato dei governatori (anche qui la Lega ha ingoiato), corsa alle candidature per le europee e quindi la battaglia sulla spartizione delle candidature per le amministrative.

Fra i partiti di governo volano gli schiaffi
Un esempio plateale degli schiaffi che volano fra i partiti di governo, complici gli intrighi e le ripicche sulla “spartizione” delle cariche, è la rissa fra Schifani (attuale presidente della Regione Sicilia in quota Forza Italia) e Musumeci (ex presidente della Regione Sicilia e attuale Ministro per la Protezione civile e le politiche del mare, in quota Fratelli d’Italia). Il duello (tuttora in corso) ha avuto un picco all’inizio del luglio scorso.
“Uno Stato che nega ai cittadini il risarcimento di un danno di pubblico dominio, subito per colpe o eventi altrui, e lo fa sulla base di cavilli procedurali non applicati prima, non è lo Stato in cui mi riconosco. Uno Stato che viene meno al principio della leale collaborazione dei suoi vari livelli, così come previsto dall’articolo 120 della Costituzione, non è lo Stato in cui mi riconosco”: queste le affermazioni di Schifani dopo che “il suo” ministro ha negato il riconoscimento dello stato di emergenza per gli incendi della scorsa estate in Sicilia. “Contrasteremo questo ingiusto provvedimento in ogni sede amministrativa, giudiziaria, istituzionale e politica. Ma assicuro i siciliani danneggiati dagli incendi estivi che se lo Stato centrale li vorrà abbandonare, non lo farà la Regione da me guidata”.
Un inciso: chi crede che il problema sia davvero il mancato riconoscimento dello stato di emergenza per gli incendi e le condizioni del territorio e delle masse popolari è completamente fuori strada…

Se i partiti di governo piangono, quelli di “opposizione” non ridono. In particolare il Pd, che affronta la tornata elettorale come una resa dei conti interna. La “frattura” determinata dall’ascesa di Elly Schlein alla segreteria non si è ricomposta e anzi si allarga. Elly Schlein continua a presentarsi come alfiere della sinistra interna e – al netto delle possibili considerazioni sulla “sinistra del Pd” – ciò agita la componente più coerente con il ruolo del Pd come partito del sistema che governa affari, speculazioni e territori anche quando è all’opposizione. Le file di chi aspetta un passo falso della segretaria per farla fuori si allargano e le elezioni sono l’occasione perfetta.

La parabola del M5s e cosa insegna
Dal 2013, ma in particolare nel 2018, il M5s ha avuto il ruolo di quello che rompe il giocattolo in mano alle Larghe Intese. Lo ha avuto perché, anche grazie a particolari caratteristiche – fra cui l’esposizione di Grillo – ha incarnato una prospettiva di rottura con il sistema politico.
Alla prova di governo, nel 2018, sono venuti al pettine una serie di nodi, fra i quali il fatto che, proprio per la sua natura di movimento di opinione che non si è posto mai l’obiettivo di mobilitare le masse popolari su ampia scala, le Larghe Intese se lo sono cucinato a fuoco lento, imbarcandolo nell’abbraccio letale con il Pd (governo Conte 2) e instradandolo verso il ruolo di opposizione responsabile al governo Meloni. Tanto “responsabile” che ha sostenuto il governo Draghi. Tanto “responsabile” che ha alzato a malapena la voce contro l’abolizione del Reddito di Cittadinanza (anche se aveva promesso “le barricate”) e l’invio di armi all’Ucraina. Insomma, tanto responsabile che di quello che era all’origine è rimasto poco o nulla. Anche in termini di consenso elettorale, però.
Adesso che il M5s è “rientrato nei ranghi”, chi pensa di poter emulare il suo exploit parte zoppo. Non si può emulare un’esperienza senza capire a fondo i motivi del suo successo e quelli del suo declino.

Con queste premesse – e considerando che il Pd persegue lo stesso programma del governo Meloni – è chiaro che la campagna elettorale, rappresentata dai media come uno scontro fra partiti di governo e partiti di opposizione, sarà un ulteriore campo di scontro fra gruppi, fazioni, comitati d’affari; uno scontro trasversale agli schieramenti partitici, una battaglia il cui esito alimenterà la crisi del sistema politico della Repubblica Pontificia.
Non è una novità, questa. Fintanto che il giocattolo rimane nelle mani delle Larghe Intese, per la classe dominante le elezioni sono un rituale scomodo (c’è sempre la possibilità che qualcosa vada storto), ma necessario (serve a dare una patina di democrazia al suo sistema); un modo per regolare conti, confermare o modificare gerarchie fra gruppi di potere. Ma il giocattolo si rompe se si spezza il rituale, se le masse popolari irrompono nel teatrino della politica.

Rompere il giocattolo nelle mani delle Larghe Intese è possibile, ad alcune condizioni. Bisogna prima di tutto fare un bilancio delle esperienze passate.
Chi si pone seriamente l’obiettivo di rompere il giocattolo deve rivalutare profondamente l’idea di muoversi nel solco di quello che fa o non fa, dice o non dice il Pd.
Tutti i tentativi di attestarsi “alla sinistra del Pd” sono destinati a naufragare – spesso prima di iniziare a navigare – perché la mappa su cui procedono è ingannevole: il Pd è un partito di destra moderata (e sempre meno moderata), non un partito di centro-sinistra.
Tuttavia, non basta neppure navigare “a sinistra del Pd” se le elezioni e la campagna elettorale vengono intese come una campagna di opinione in cui l’obiettivo è conquistare una parte dell’elettorato sulla base dei programmi e delle promesse. Le masse popolari sono schifate dal teatrino della politica borghese, dai programmi, dalle promesse, dagli impegni velleitari.
I programmi sono importanti come una bussola, un orientamento generale, ma per navigare bisogna remare, cioè portare la battaglia sul terreno dell’organizzazione delle masse popolari e della loro mobilitazione pratica per iniziare ad attuare fin da subito, senza aspettare le elezioni e i risultati, le misure urgenti che servono per fare fronte agli effetti della crisi, nei limiti di quanto le condizioni concrete consentono di fare.
A questo punto si inserisce un altro aspetto: rompere il giocattolo è possibile se tutte le forze che vogliono romperlo si uniscono per iniziare ad attuare le misure coerenti con gli interessi delle masse popolari. Non è un matrimonio né una fusione: è un’unità tattica d’azione per colpire uniti laddove le Larghe Intese marciano divise, ogni fazione in concorrenza con le altre.
I personalismi, gli orticelli, lo spirito di concorrenza e le illusioni di affermarsi come “vera e unica opposizione” sono gli ingredienti che hanno portato le liste anti Larghe Intese a perdere l’occasione delle elezioni politiche del 2022: potevano rompere il giocattolo nelle mani delle Larghe Intese, si sono “rotte” loro (nessuna di quelle liste rappresenta oggi una significativa alternativa, molte si sono dissolte o hanno perso la bussola).

Alcune conclusioni alla luce di queste considerazioni.
Sappiamo che serpeggia una domanda che – non posta apertamente – alimenta scetticismo sull’effettivo uso che è possibile fare delle elezioni: “se sapete cosa fare e come farlo, perché non lo fate voi?”. Il P.Carc persegue esattamente quello che proclama!
Facciamo noi per primi quello che diciamo agli altri di fare. A partire dal fatto che, in genere, non lavoriamo per aggiungere anche una lista promossa dal P.Carc a quelle già presenti e che hanno realmente un ruolo contro le Larghe Intese. E proseguendo con la promozione dell’organizzazione e della mobilitazione delle masse popolari anziché con la battaglia d’opinione sui programmi.
A chi considera insoddisfacenti i risultati diciamo che essi sono il frutto di una combinazione di elementi:

– della lotta ideologica che conduciamo al nostro interno contro “gli sbandamenti” provocati dall’astensionismo di principio e dall’elettoralismo;

– della lotta ideologica che conduciamo all’esterno contro l’elettoralismo che ancora pesa come un macigno sull’azione dei partiti del movimento comunista del nostro paese;

– delle difficoltà nel superare l’influenza della sinistra borghese – in particolare il legalitarismo – che guida la concezione di gran parte degli organismi operai e popolari.

I risultati di cui dobbiamo discutere, infine e a proposito di elettoralismo, non riguardano il numero di voti raccolti, ma le posizioni che le masse popolari organizzate conquistano nella lotta politica in corso anche grazie all’irruzione nel teatrino della politica borghese.
In questo senso, le principali posizioni che possono essere conquistate con la campagna elettorale per le europee non si limitano affatto a ottenere qualche eletto “che porta la voce delle lotte e del dissenso nel parlamento europeo”, riguardano invece l’avanzamento della mobilitazione per la sovranità nazionale, contro la sottomissione dell’Italia agli imperialisti Usa, sionisti e Ue, per sottrarre il paese a chi lo sta trascinando, in qualità di complice dei macellai imperialisti e sionisti, nella spirale della terza guerra mondale a pezzi.
È su questo che chiamiamo i comunisti, gli antifascisti, i pacifisti, i sinceri democratici ad attivarsi e a farsi promotori di un fronte comune. Che non è una lista e non è un programma di promesse, ma una presa di responsabilità, la presa in carico del processo grazie al quale le masse popolari organizzate imparano a diventare – e iniziano a diventare – la nuova classe dirigente del paese.

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