Pubblichiamo un’intervista a Beppe Corioni, esponente del Centro Sociale 28 Maggio di Rovato (BS) e di Uomini e Donne Contro la Guerra, realtà aderenti a un più ampio coordinamento contro la guerra che comprende varie realtà della Lombardia e oltre. Questo coordinamento il 2 ottobre 2023 ha depositato una denuncia alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Roma contro la presenza di armi atomiche in Italia.

Beppe, puoi presentarci il coordinamento e parlarci della denuncia che avete depositato?
Il coordinamento nasce a livello regionale nel 2016 e periodicamente si ritrova a Milano per discutere sulle varie iniziative da mettere in cantiere. Abbiamo organizzato alcune manifestazioni e fatto convegni a livello regionale e nazionale. Siamo sempre andati avanti a collaborare, a trovarci, a fare iniziative.
L’1 settembre 2021 abbiamo, con altre 21 associazioni locali e nazionali, affidato uno studio agli avvocati della sezione italiana di Ialana (associazione internazionale di avvocati contro le armi nucleari) per verificare l’eventuale illegalità della presenza di armi nucleari in Italia. L’esito di questo studio, consegnatoci il 31 marzo 2022, indica chiaramente come questa presenza violi norme internazionali e nazionali e sia dunque illegale. Abbiamo pubblicato questo studio nel libro Parere giuridico sulla presenza di armi nucleari in Italia per Multimage e lo abbiamo poi presentato a fine maggio 2022 alla prima edizione di EireneFest, festival del libro per la pace e la nonviolenza, e in altre città. Tra breve presenteremo la versione inglese del testo, grazie alla disponibilità della Wilpf (Lega internazionale delle donne per la Pace e per la libertà, un’organizzazione no profit e non governativa). Il 2 ottobre del 2023, io e altri 21 attivisti abbiamo depositato presso la Procura della Repubblica del Tribunale di Roma una denuncia penale volta a verificare, una volta per tutte, la presenza di queste armi nucleari, la violazione delle norme in materia e le responsabilità relative.
Il testo della denuncia è stato curato da una decina di avvocati di Ialana Italia e di un affermato studio legale di Milano operante nel penale. Sempre il 2 ottobre abbiamo organizzato una conferenza stampa ai cancelli della aerobase nucleare di Ghedi, ottenendo un buon riscontro mediatico.

Perché avete ritenuto necessario farla?
Perché riteniamo che le mobilitazioni di piazza non bastano, anche perché il movimento in questa fase è particolarmente debole e si fa molta fatica a mettere assieme tutte le varie organizzazioni per far scaturire delle grosse manifestazioni. Abbiamo deciso che è opportuno incalzare anche le istituzioni, visto che ci sono delle normative a cui esse dovrebbero attenersi e che purtroppo non lo fanno.

Parlaci brevemente degli incontri che avete sostenuto con esponenti istituzionali. Ci sono stati dei risultati?
Parlare di risultati in questa situazione è un po’ azzardato. Noi cerchiamo di promuovere tutta una serie di iniziative nei confronti delle istituzioni, poi i risultati si vedranno anche nel futuro.
Abbiamo già presentato la denuncia alla Prefettura, alla Provincia e al Comune di Brescia, al Comune di Ghedi, al Comune di Milano, alla Prefettura di Bergamo, al Comune di Gussago e abbiamo intenzione di presentarla in altre città e prefetture. A tutti questi soggetti chiediamo di spingere perché l’Italia sottoscriva il Tpnw (Trattato sulla proibizione delle armi nucleari adottato dalla Conferenza delle Nazioni Unite il 7 luglio 2017), di agire per liberare il suolo italiano dalle armi nucleari presenti, di premere perché vengano approvate misure di sicurezza per i territori sui quali esistono le basi nucleari, di sostenere i movimenti che promuovono il disarmo nucleare. 
Per quanto riguarda le misure di sicurezza, a Brescia, il 4 novembre 2022, abbiamo avuto un incontro con la Prefettura, con la Provincia e poi anche con il Comune per richiedere la visione dei piani di emergenza previsti dalle leggi vigenti, che per legge dovrebbero esistere indipendentemente dalla presenza di ordigni nucleari nella base militare di Ghedi.Cito alcuni passaggi di legge. Secondo il decreto legislativo nr. 101 del 2020 il Prefetto è tra i soggetti preposti a predisporre il piano di emergenza sul territorio delle province. All’articolo 182 del decreto viene emanato il piano nazionale per la gestione delle emergenze radiologiche, radioattive e nucleari pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 18 maggio 2022. Il Prefetto ha l’onere di trasmettere il piano di emergenza sul territorio della provincia all’Ispettorato nazionale per la sicurezza nucleare e la radioprotezione (Isin). Il documento che abbiamo presentato alle autorità cita l’articolo 181 che prevede l’aggiornamento triennale di questi dispositivi, mentre gli articoli 193 e 194 prevedono l’obbligo di informazione preventiva dei rischi alla popolazione, cioè prima del verificarsi dell’emergenza. Non solo, le informazioni sui rischi devono essere accessibili al pubblico, sia in condizioni normali sia in fase di preallarme o di emergenza radiologica e radioattiva. Inoltre, il piano di emergenza nazionale fa riferimento a incidenti nucleari fuori dal confine dello Stato, entro e oltre i 200 km, ma a maggiore ragione il piano di emergenza deve essere predisposto in caso di incidenti nucleari dentro il territorio nazionale. Queste sono citazioni di leggi che esistono! All’incontro, le istituzioni hanno preso tempo dicendo che per il momento non avevano a disposizione nulla e che avrebbero a breve fatto un incontro a livello regionale con tutte le altre province per cercare di elaborare questi piani di emergenza.
Siamo tornati a luglio e poi a settembre 2023, chiedendo nuovamente al Prefetto di fornirci la documentazione, ma la risposta è stata che purtroppo i piani di emergenza ancora non c’erano. Allora abbiamo detto: va bene, non ci sono problemi, visto che non avete i nuovi piani di emergenza allora forniteci quelli vecchi… ma non ci sono neanche quelli! Non hanno ancora fatto assolutamente nulla, hanno detto che stanno cercando di predisporre una base di lavoro su questa tematica, ma si capisce che cercano di prendere tempo. Tra l’altro, di fronte alla nostra insistenza all’ultimo incontro di settembre 2023, hanno tirato in ballo la scusa del segreto militare! Il punto è che nel passato nessuno si è mai preoccupato di chiedere i piani di emergenza, e se nessuno li richiede – noi siamo stati i primi a farlo – loro vanno avanti come hanno sempre fatto.
Come vedi le loro contraddizioni emergono se abbiamo la capacità di incalzarli proprio sulle loro stesse normative.

Quindi avete presentato la richiesta dei piani di emergenza alla Prefettura e poi la denuncia della presenza illegale di armi nucleari sul nostro territorio e avete chiesto di sottoscriverle anche a Comuni, associazioni, forze politiche e sindacati.
Esatto. Nei mesi scorsi abbiamo presentato la denuncia anche alla Cgil, all’Anpi, ai sindacati di base… Abbiamo avuto questi incontri anche con il Comune di Gussago e di Ghedi. Oltre a questi ci siamo allargati maggiormente e abbiamo coinvolto il Comune di Milano e la Prefettura di Bergamo. Abbiamo fatto protocollare la richiesta di portare a conoscenza la denuncia che abbiamo fatto e la nostra richiesta dei piani di emergenza nei vari consigli comunali, di modo che tutti sapessero che stiamo facendo un’operazione di questa natura.
In questa operazione di sostegno alla denuncia presentata dai 22 sottoscrittori, abbiamo cercato di coinvolgere forze politiche, sindacali, forze sociali e anche singoli individui.
Se una forza politica o sindacale dà la propria adesione, questa va depositata alla Procura della Repubblica di Roma a sostegno della denuncia. Per il momento siamo a 650 adesioni in tutta Italia e non è un risultato scontato. Per esempio è arrivata un’adesione molto importante dell’Anpi provinciale di Brescia. La Cgil, al contrario, a livello regionale ha deciso di non aderire.

Che ruolo possono avere le amministrazioni locali nel sostenere la lotta contro la guerra, le basi militari e la presenza delle armi nucleari sul nostro territorio?
Come detto, ogni comune dovrebbe avere un piano di emergenza. Il sindaco di Ghedi ha ammesso che non hanno mai avuto nulla del genere e ci ha detto che avrebbe incaricato degli esperti di farlo. Il sindaco è il responsabile della salute dei cittadini sul territorio che amministra, quindi dovrebbe attenersi in qualche modo alle normative che ci sono. Noi abbiamo sollevato questa questione che è grossa, gravissima e pericolosissima, soprattutto sul territorio bresciano, ma non solo. Quando abbiamo avuto l’incontro con la Prefettura di Bergamo anche le compagne e i compagni della zona hanno partecipato, consapevoli del fatto che il pericolo tocca anche loro.
Non stiamo facendo delle rivendicazioni, stiamo chiedendo semplicemente che vengano redatti i piani di emergenza. Gli articoli di legge parlano chiaro. Sono le istituzioni a essere fuorilegge!

La vostra iniziativa come può legarsi e mettersi al servizio dello sviluppo della lotta per la pace, contro la Nato e i suoi lacchè nel nostro paese, a partire dal governo Meloni?
Io non posso aspettarmi nulla a livello istituzionale. La questione della guerra è una questione generale. Il fatto stesso che noi richiediamo l’intervento su Ghedi e sulle armi nucleari è strettamente legato ai pericoli che noi stiamo vivendo a livello internazionale. Noi abbiamo due leggi: una è l’art. 11 della Costituzione e la seconda è la 185/90. Quest’ultima è una legge che dice che noi non possiamo esportare armi nei paesi in guerra o che non rispettano i diritti umani. Ma anche questa legge viene completamente disattesa. Da Sigonella, ancora all’inizio della guerra a Gaza, sono partiti due aerei cargo pieni di armi da parte del governo italiano verso Israele. Questo nonostante ci sia una legge che lo vieta, per non parlare delle armi all’Ucraina. Non si passa neppure più dalla discussione parlamentare, decidono che si devono inviare le armi a Israele o all’Ucraina, lo fanno e basta. Lo stato di diritto è stato sostituito dallo stato di emergenza. Lo abbiamo visto con la questione del Covid, poi anche con la guerra in Ucraina.

Si può dire quindi che il fronte della denuncia e quello della mobilitazione di piazza sono due gambe della stessa lotta?
Certo, è quello che noi abbiamo voluto evidenziare. Se mi chiedi quale è la via che personalmente prediligo ti rispondo che è quella della mobilitazione, del lavoro per innescare una presa di coscienza, per far in modo che certe cose non accadano più. Noi dobbiamo cercare di portare avanti la mobilitazione con le nostre forze, ma oltre a questo abbiamo anche la possibilità di aggrapparci ad alcune normative vigenti, finché ci sono. Stanno aprendo anche una discussione per modificare la legge 185/90, perché cercano di avere ancora maggiori scappatoie. Allora la domanda è se siamo ancora in democrazia… Io dico di no. Certo, siamo liberi di uscire a cena e tornare a casa alle 5 di mattina, non c’è problema. Ma la nostra libertà non passa attraverso la libertà individuale, passa dai diritti che abbiamo acquisito e che purtroppo vengono costantemente cancellati. Chi decide la nostra politica a livello internazionale è Washington, chi decide la politica a livello economico è Bruxelles, l’Italia non conta più niente. Attraverso la denuncia che abbiamo fatto cerchiamo di sollevare anche questo aspetto.

Avete sostenuto le mobilitazioni e gli scioperi dei mesi scorsi che avevano tra le loro parole d’ordine anche l’opposizione alla guerra e all’economia di guerra?
Certamente, questo è ciò che bisogna cercare di fare. Bisogna sostenere ogni mobilitazione, ogni lotta che i lavoratori stanno portando avanti. La logica della guerra ha delle ripercussioni anche a livello economico e occupazionale oltre che ambientale. Le cose non sono slegate fra di loro, sono strettamente legate.
Se c’è una fabbrica che è occupata dai lavoratori, dobbiamo sostenerla, e ai lavoratori bisogna dire che, oltre all’aspetto dell’occupazione, c’è anche l’aspetto della propria esistenza. Se dovesse succedere qualcosa a Ghedi non c’è più niente che ci possa tenere assieme perché moriamo tutti! Perciò le cose devono essere portate avanti in un’unica direzione, tutte le lotte devono convergere su un’unica finalità, che è quella di cercare di rovesciare questo governo, che come i precedenti non ha nient’altro in testa che diffondere la cultura di morte. Pensiamo anche ai morti nel Mediterraneo, all’indifferenza non solo delle istituzioni, ma anche dell’opinione pubblica. Questa cultura della morte dobbiamo sradicarla attraverso una presa di coscienza di classe, per rovesciare le politiche criminali che i governi stanno portando avanti.

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