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Riflessioni sul mio processo

Teresa Noce by Teresa Noce
Gennaio 28, 2024
in Resistenza n. 2/2024
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Sono il segretario della Sezione di Firenze-Rifredi del P.Carc. Nel 2021 sono stato denunciato con altri quattro compagni in qualità di promotore di una “manifestazione non autorizzata”, avvenuta a Firenze il 15 febbraio 2022, giorno in cui il governo rendeva obbligatorio il super Green pass sui luoghi di lavoro per gli ultracinquantenni.
Sono stato condannato con decreto penale a una multa di 1.200 euro. Io e gli altri condannati abbiamo impugnato il decreto: il 6 aprile 2023 è iniziato il processo e il 30 gennaio si svolgerà la seconda udienza.
La prima domanda che mi sono fatto quando è arrivato il decreto penale per “essere stato il promotore” di una manifestazione spontanea, come ce n’erano tante in quel periodo, è stata: “ma promotore di cosa?”. Insomma, istintivamente uno tende a difendersi dall’accusa. E credo che questo sarebbe stato il mio modo di procedere se non avessi discusso la cosa con il Partito.
È di questo che voglio parlare, di quello che ho imparato anche solo “problematizzando” questo istinto.

I compagni mi hanno detto: Tommaso, non hai proprio niente da cui difenderti!
1. Quella manifestazione era giusta! Anzi, a essere completamente illegittime e illegali sono le misure che il governo impone arbitrariamente per impedire la mobilitazione delle masse popolari! E la repressione delle manifestazioni contro la gestione criminale della pandemia e l’obbligo del Green pass ne sono una dimostrazione.
2. Impugniamo il decreto penale perché non è la Questura che decide arbitrariamente chi è o non è il promotore della manifestazione. Affermare che tu non sei il promotore, per il giudice non fa differenza alcuna, se l’obiettivo è quello di darti comunque una lezione esemplare (non si contano i processi in cui le leggi vengono forzate o violate in primis dai giudici). Mentre invece cambia molto per le persone che si sono mobilitate: non bisogna mai dissociarsi da un’iniziativa giusta. Ogni forma di dissociazione dalla lotta è una vittoria per la classe dominante e un’amara sconfitta per il movimento di resistenza popolare.
3. Impugniamo il decreto penale e affrontiamo il processo in modo da farne un’operazione politica, per usare ogni appiglio e rivoltare l’attacco contro chi lo ha lanciato. L’esito in tribunale potrà essere sfavorevole, ma combattiamo la battaglia senza sottomissioni di sorta verso chi ci vuole già sconfitti.

Era vero ed è giusto. Mi si è dunque presentato un secondo “quesito”: come si imposta un processo affinché sia un’operazione politica? I compagni dicono: usiamo il processo per passare da accusati ad accusatori.
Usiamo il processo per denunciare le misure repressive e di controllo che imperavano in quel periodo e che la classe dominante vuole mantenere; riaffermiamo i valori, i principi e i diritti sanciti dalla Costituzione, conquistati con la vittoria della Resistenza.
Ero pienamente d’accordo, ma non capivo bene se avrei dovuto rinunciare alla difesa legale per condurre il processo come “operazione politica”. A senso comune si è portati a credere che seguendo una linea processuale “classica” ci sarebbero maggiori possibilità di essere assolti. Ci ho messo un po’ a mettere a fuoco che il piano legale – cioè quello che succede nell’aula di tribunale – dipende molto da quello che succede fuori dall’aula, da come si imposta e si conduce l’iniziativa politica.

A questo punto, il passo successivo è stato parlare con l’avvocato di questa impostazione. Un passaggio “delicato” perché se è vero che ci sono avvocati progressisti, democratici e anche “compagni”, per un avvocato non è usuale sentirsi dire che il processo in corso lo gestiamo come operazione politica e la difesa in aula deve essere il più possibile funzionale agli obiettivi politici.
Non si trattava – e non si sarebbe trattato mai, in nessun caso – di salvare me a scapito di altri imputati, si trattava di impostare un processo “al contrario” in cui le prerogative “della difesa” vengono usare per mettere a nudo, denunciare, smascherare gli accusatori.

Cosa significa condurre il processo come un’operazione politica inizio a vederlo più chiaramente da quando il processo è entrato nel vivo.
È un’occasione di formazione (partendo da me, ma la formazione si estende anche ad altri compagni), di solidarietà (una solidarietà di cui ho compreso meglio il valore imparando a chiederla e a darla), di organizzazione (fra compagni colpiti dalla repressione, coimputati, elementi delle masse popolari, organismi operai e popolari) e di mobilitazione (dalle iniziative di informazione e dibattito a quelle per la raccolta di contributi economici, ai presidi sotto il tribunale).

Questo processo mi ha spinto ad affrontare il senso comune che mi influenza e a pormi da comunista di fronte al nemico che ti attacca. L’attacco non è cruento, in questo caso non è neppure particolarmente pesante. Ma anche in questo senso ho capito che i principi e i criteri validi per le grandi battaglie valgono anche per le piccole battaglie e che se ci si allena con le piccole si è poi avvantaggiati nel combattere le grandi.
Attraverso questo “piccolo” processo vogliamo affermare la giustezza di quella manifestazione e puntiamo all’assoluzione per tutti gli imputati. Non perché “non eravamo i promotori”, ma perché era giusto partecipare, a quella e alle tante altre mobilitazioni di quel periodo che hanno smascherato gli intenti del governo nell’usare il Green pass non come misura sanitaria, ma come ulteriore strumento di oppressione e divisione dei lavoratori e del resto delle masse popolari e per cercare di nascondere la criminale gestione della pandemia da parte della classe dominante.
Quelle manifestazioni, compresa quella per cui io sono sotto processo, non hanno fatto altro che ripristinare, applicandoli, i diritti costituzionali che il governo aveva arbitrariamente sospeso.

Nell’aula di quel tribunale non sarò solo perché insieme a me ci saranno il mio Partito e tutta la mia classe. Sul banco degli imputati, invece, ci sarà il nostro nemico. Siamo noi che lo accusiamo!

Un saluto a pugno chiuso
Tommaso Bolognesi

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